Joker
Ideatore: Todd Phillips
Genere: drammatico, cine-comic
Durata: 125 minuti
Lingua originale: inglese
Cast: Joaquin Phoenix, Robert DeNiro, Zazie Beetz, Frances Conroy
Produzione: Dc Comics, Village Roadshow
Anno: 2019

Arthur è un uomo dolce che sogna di far ridere le persone per strada e i bambini sugli autobus con versetti buffi che però rendono nervose le madri, creando comunque un costante disagio negli altri, reazione che fa scoppiare sul suo volto una costruzione fisica tale da generare tenerezza nello spettatore. Si traveste allora da clown (i richiami fisici ai movimenti di Buster Keaton e Chaplin non sono casuali) cercando di guadagnare un minimo di denaro per le strade di Gotham City. Nel resto della giornata insegue il sogno di diventare ospite di un programma televisivo da lui molto amato mentre si prende cura della madre disabile che ama con grande dolcezza. Sarà il mondo in cui vive e una sequela di eventi intrisi di ingiustizia e umiliazione nei suoi riguardi a spingerlo verso una trasformazione della propria maschera, da giocoliere di strada… al mitico e incontrollabile Joker.
C’è una rivoluzione culturale in atto da parecchio tempo ormai, ma il mondo se ne sta accorgendo realmente da poco. Sono passati infatti poco più di dieci anni dall’uscita nelle sale di un titolo ormai diventato leggenda: quello di un certo Iron Man. Se però negli anni ’60 si era già affrontato il mondo del fumetto a livello televisivo (vedi Batman, ma anche Wonder Woman, Hulk, Spider Man che hanno sfiorato l’esplosione culturale), non si era ancora riusciti ad affermarlo pienamente a livello anche solo artistico attraverso il cinema prima dell’arrivo del mitico Tony Stark. Si è dunque creato un grande binomio/scontro tra due mondi che hanno imparato a convivere e mettersi in gioco a vicenda, quello tra DC Comics e Marvel.
Richiamando su di sé i grandi nomi, da Tim Burton a Chistopher Nolan, da Sam Raimi a Ang Lee, il mondo del fumetto ha acquistato sempre maggiore attenzione, anche da parte dei produttori, a volte però incapaci di leggerne le sfumature sociologiche e, correttamente, il possibile richiamo delle masse. Oggi invece viene proposta una sovrapproduzione di materiale fumettistico tale da rendere quasi impossibile il mantenimento del ritmo di fruizione anche da parte dei più appassionati della prima ora (per la televisione da Agents of Shield a Daredevil, da The Punisher al geniale Legion). Ci si è spinti talmente avanti da portare addirittura a premi di portata internazionale: il Premio Oscar al Joker (postumo) di Heath Ledger su tutti, da cui poi parte il lavoro fisico di Phoenix (come a sua volta Ledger fece con Nicholson).
Questo proprio per far comprendere l’incredibile atto di strepitoso mutamento a cui si è arrivati e di cui si può godere, nell’arco di due ore e due minuti, in quello che potremo chiamare, senza alcun timore, il film dell’anno.
Arthur Fleck è, come ogni vero villain che si rispetti, un essere umano, ovvero una persona dalla sensibilità talmente esasperata da venire schiacciato dal mondo che lo circonda. Nella creazione del suo personaggio, infatti, è presente una bellezza di scrittura talmente sottile, da essere elegantemente intangibile, arrivando però a far porre la domanda al pubblico in maniera chiara e sintetica: devo fare il tifo per questa persona tanto disperata e in realtà dolce, esclusa e schiacciata dal mondo che lo circonda, oppure no, per via della sua violenza senza freni?

È chiaro dunque il punto di partenza: mostrare la distruzione di chi desidera soltanto esistere, sfiorare anche solo da lontano un minimo di gentilezza e che invece viene punito, preso in giro, derubato, schiacciato, allontanato, deriso e umiliato semplicemente perché più umano dell’umano. Ne è una dimostrazione il viaggio “fisico” costruito da Phoenix: la partenza col corpo violentemente piegato, ricurvo, quasi in procinto di spaccarsi e collassare, fino ad arrivare a una sequenza di ricostruzione relativa e parallela alla “rinascita” che lo porterà dall’essere un banale omuncolo di strada al più temuto uomo di Gotham City. Da lì la successiva trasformazione in mostro: il classico “ridere per non piangere” di cui il Joker è fisico portatore universale.

Non è forse allora sintomatica la tragedia avvenuta durante la Strage di Aurora? La chiusura di alcune sale a una determinato tipo di pubblico in America? E l’automatica reazione popolare: chiudiamo la distribuzione, istiga alla violenza. A che punto si pone la distanza, e anche questo è un punto cruciale di un tema sempre attuale e anzi intoccabile: la fantasia è figlia della realtà o la realtà figlia della fantasia? O sono vere entrambe completandosi a vicenda, in un cerchio infinito impossibile da spezzare? È dai tempi di Kubrick, se non di Hitchcock, che se ne parla.
Detto questo, dulcis in fundo, Joker è un film perfetto anche dal punto di vista tecnico: per ritmo, fotografia e montaggio. Instaura con lo sguardo dello spettatore una rotazione visiva di attrazione e repulsione (il corpo non solo ossificato di Phoenix su tutto, ma anche i suoi stessi movimenti scelti, impressi in un’architettura monumentale esterna che urla auto-distruzione, il disagio interno che esplode in ogni movimento, e proprio qui dunque il connubio/insegnamento con Ledger).
Ma la visione del film può essere giustificata anche solo per gli ultimi sessanta secondi: un piano sequenza visivo poderoso, inaspettato per intensità e malattia dimostrata, costruita e integrata nel contesto di un universo moderno ostile a chi non riesce a sopravvivere ad un mondo nemico del debole. Il vero regno della follia è quindi pronto per cominciare. Oppure è sempre stato lì, nascosto, in mezzo a noi, pronto ad esplodere, proprio, se non anche, per colpa nostra.
Angelica Milia
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