Recensioni

Published on Aprile 1st, 2020 | by Noemi Borghese

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The Office – la nascita del Cringe

Ideatore: Greg Daniels, da un adattamento dell’omonima serie BBC di Ricky Gervais

Genere: Mockumentary sit-com

Durata: 20’ (a episodio)

Lingua originale: inglese

Stagioni: 9

Episodi: circa 195 puntate

Cast: Steve Carell, Rainn Wilson, John Krasinski, Jenna Fischer, B. J. Novak

Produzione: NBC Universal Television Distribution

Prima Tv: 24 Marzo 2005

Da qualche tempo su Amazon Prime Video è disponibile la serie The Office, di cui oggi si parla molto poco perché è una serie vecchia: è andata in onda dal 2005 al 2012, per un totale di nove stagioni, esattamente tra l’inizio del coma farmacologico della TV via cavo e l’esplosione incontrollata dello streaming.

La sua versione British, che poi è quella originale, risale al 2001 e consiste di soli 12 episodi, uno più cringe dell’altro, e dopo qualche anno il lungimirante Greg Daniels pensò di riproporla per il pubblico americano lasciando invariati moltissimi elementi e modificandone irrimediabilmente altri, per le grandi differenze dei due pubblici.

Su Amazon Prime, dicevo, è disponibile – per adesso? – soltanto quella americana, che però non risulta affatto la copia sbiadita dell’originale, ed è un adattamento riuscitissimo dell’idea e del cringe voluto da Ricky Gervais, oggi conosciutissimo, che pochi seriofili della prima ora ricordano come David Brent, protagonista di The Office UK.

I am Beyonce always.

La serie racconta, con episodi di circa venti minuti, le giornate di un gruppo di dipendenti di un’azienda che rivende carta ad altre aziende. L’ufficio si trova in una cittadina insignificante della Pennsylvania, Scranton, e le scene raramente abbandonano le quattro mura dell’ufficio, fatta eccezione per le esterne nel parcheggio e pochissimi altri momenti in cui i protagonisti vivono la propria vita al di fuori dell’orario lavorativo.

La serie ha però un punto di forza che ne ha determinato l’incredibile viralità – i più attenti si saranno accorti che le immagini di questa recensione sono tutte scene diventate famosissimi internet memes: è un mockumentary, ossia è una parodia dei documentari in cui i personaggi parlano alla telecamera come in una costante retrospettiva sui loro pensieri.

La telecamera segue le scene – si chiama effetto single camera –, l’inquadratura incede a passo d’uomo, e di tanto in tanto i personaggi ci raccontano il loro punto di vista.

Il boss, la receptionist, il vice boss, la dipendente frustrata, il nuovo arrivato, tutti parlano alla telecamera e ci aggiornano sulle dinamiche interne all’ufficio, che con il passare degli episodi ci sono chiarissime senza l’intervento del momento confessionale: dopo un po’, il momento del vis-a-vis con la telecamera diventa un’escamotage della regia per svelarci le insicurezze e le ipocrisie dei personaggi incapaci di raccontare – e raccontarsi – la verità.

“I live by one rule: No office romances, no way. Very messy, inappropriate…no. But, I live by another rule: Just do it…Nike.”

Più di tutti, il maestro supremo di questo giochino di facciata è l’interprete del capo Michael Scott, il famosissimo Steve Carell: Michael è un professionista mediocre, bisognoso di attenzioni, fuori luogo, politicamente scorretto, sfortunato come Paperino, in grado di riassumere in un’unica espressione facciale il concetto assoluto di cringe (vedi definizione) all’americana.

I suoi dipendenti, esattamente come lui, hanno tutti dei tratti profondamente patetici, anche gli insospettabili; non hanno stipendi da favola, non vivono in grandi case in belle città, non trascorrono neanche tutta la giornata a lavorare come siamo abituati a vedere in TV: la vita d’ufficio è svelata per quello che è, una manciata di ore che siamo costretti a trascorrere seduti a una scrivania, svolgendo mansioni che richiederebbero molto meno tempo.

L’inefficienza del lavoro dei colletti bianchi, portata all’estremo grazie a una scenografia grigia e ridicola contemporaneamente, va a sbattere contro la necessità del quieto vivere, per sopravvivere in contesti sociali in cui non scegliamo con chi condividere la scrivania, e il più delle volte chi ha scelto per noi è la persona più stupida nel giro di molti chilometri.

“Would I rather be feared or loved? Easy. Both. I want people to be afraid of how much they love me.”

La prima volta che ho visto una puntata di The Office avevo 24 anni, ero ancora all’università, e guardavo puntata dopo puntata le scene dell’ufficio di Scranton, pensando che mai e poi mai sarei finita anche io a occupare una scrivania come quelle; ascoltavo i ridicoli discorsi motivazionali di Michael e immaginavo terrorizzata cosa dovessero provare i dipendenti ad aver a che fare con una vita professionale così poco stimolante.

Dopo quasi 10 anni ho rivisto The Office e ho capito che il cringe descritto da Ricky Gervais e Greg Daniels è lo stesso che ho vissuto anche io a suon di dimissioni, cambi di città, cambi di posizione lavorativa e decine di ripensamenti all’anno.

Purtroppo non potevo saperlo, ma un grande messaggio nascosto di The Office è che la retorica della resilienza, del cambia te stesso per cambiare il tuo futuro, e tutte quelle cretinate che si studiano ai master, sono appunto cretinate: l’ambizione è molto spesso uno stato mentale calato dall’alto, un indottrinamento molto subdolo, e alla fin fine conta molto poco quale sia la scelta più giusta per noi secondo quello che abbiamo letto e assorbito dall’esterno.

Se fai una cosa, sei bravo, e tutto sommato ti piace, e soprattutto se ti va bene così, non c’è da sentirsi in colpa: se una serie ambientata a Scranton dura 9 stagioni, possiamo resistere – quasi – tutti.

 

Perché guardare The Office?

Per il cringe, per i meme, per Ricky Gervais, per Michael, Dwight, e le facce di Jim, perché fu*k resilienza.

Perché non guardare The Office?

Perché sicuramente la versione UK è meglio, perché sono ossessionato dal mio lavoro, perché non ho senso dell’umorismo, perché è troppo politicamente scorretta, perché le uniche boobs sono nascoste dal front desk.

Noemi Borghese

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The Office – la nascita del Cringe Noemi Borghese

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Ho sbagliato tutto, fatemi scendere, voglio fare la ballerina!



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