La Vita Schifa: ‘a vita è ‘na strunzata, Ernè
‘A vita è ‘na strunzata
Ne L’uomo in più, il primo lungometraggio di Paolo Sorrentino, quasi verso la fine, si vede il protagonista Tony Pisapia camminare verso una spiaggetta. È l’alba e l’uomo incrocia una barca di ritorno. Uno dei pescatori lo riconosce, lo saluta, gli passa un coltellino per aprirsi una cozza e poi gli chiede come va. Tony Pisapia si prende il suo tempo: mangia la cozza, guarda il mare e poi risponde con una sentenza definitiva sull’esistenza: “‘A vita è ‘na strunzata, Aniè.”
Una massima che sarebbe potuta tranquillamente partorire dalla mente di Ernesto Scossa, il protagonista del bel romanzo di Rosario Palazzolo, La Vita Schifa, Arkadia edizioni.
Piacere, Scossa
«La precisione è un fatto complicato, un fatto che l’uomo lo fraintende, prendi la natura per esempio: ti pare precisa solo perché sei tu che c’hai bisogno della precisione, e così ti fissi che ogni cosa è messa come se fosse messa con un pensiero che l’ha messa proprio in quel modo lì, con fiori che viene la primavera e spuntano i fiori, gli alberi e il sole e la tempesta invernale, e invece sta tutta nell’imperfetto, la natura, è il contrario della precisione, ed è solo il tuo occhio che lo vede al contrario.»
Come Tony Pisapia, anche Ernesto è un outsider della vita. Ma non fa il cantante, è un killer di mafia, o meglio ex, per essere proprio precisi, dato che è morto da un anno. Il defunto protagonista sfrutta questa condizione ultraterrena per ripercorrere con il lettore le vicende fondamentali della sua esistenza. Così Ernesto ci parla della sua infanzia difficile, quella di un bambino considerato da tutti scemo. Racconta del suo servizio militare e del momento esatto in cui finisce per essere assorbito dall’attività di famiglia, che coincide con l’istante esatto in cui diventa un killer di mafia. E poi dei treni che deve prendere per andare sul continente e delle persone che deve uccidere. Nel racconto c’è spazio anche per le sue passioni: i libri, quelli di fantascienza che legge durante il lavoro, i fumetti, le ragazze. Ernesto è un fiume in piena, parla senza pause e in un modo talmente veloce che hai quasi l’impressione di vederlo mentre mastica le parole e poi le sputa fuori così sgrammaticate che vorresti quasi fare un minuto di raccoglimento per gli editor. Alla fine, l’idea che il lettore si fa di Ernesto Scossa, è quella di una persona semplice. Quasi dimenticando il lavoro che svolgeva l’uomo che ci parla da morto. Qui bisogna persino stare attenti, perché il rischio potrebbe essere quello di dire in pubblico “buona persona, Ernesto Scossa”. E lì l’invito in TV di una Barbara D’Urso o di un Massimo Giletti, poi, non te li toglie nessuno. Roba che uno già si vede in televisione a spiegare come può essere considerato buono un killer di mafia. E finirà che per difenderci saremo costretti a raccontare la confidenza che Ernesto Scossa ci ha fatto, cioè di quando lui da vivo inciampò su quella buccia di banana su cui siamo scivolati un po’ tutti: l’innamoramento.
La vita è schifa
«È proprio cacchia, la vita,
penso,
quando ti insegna che puoi piangere solo negli stanzini.»
Un momento tristissimo, perché è proprio grazie all’innamoramento che il protagonista scopre di aver sempre desiderato la libertà e di non averla mai avuta. Perché le colpe non possono essere espiate, non ci sono attenuanti, non c’è redenzione. Non c’è salvezza per chi non è stato in grado di rompere con un destino che sembrava segnato. Ed Ernesto te lo spiega bene con la sua lingua talmente pasticciata che ti viene poi voglia di parlare come lui.
Insomma, La vita schifa di Rosario Palazzolo è una portentosa riflessione a voce alta sul saper vivere e sull’inutilità di cercare attenuanti, ma non nel senso che uno si mette l’animo in pace e dice cose del tipo “Iddio m’ha voluto così e io al suo volere non posso oppormi”. Niente di tutto questo. Che a raccontarci queste cose siamo tutti bravi. Qui si parla del senso più assoluto della vita, e a farci lezione è un morto, che non so se avete presente, ma è una cosa che non vi capiterà tutti i giorni.
Fabio D’Angelo
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