Godfather of Harlem – Black Knives Matter
| Titolo: Godfather of Harlem
Ideatore: Chris Brancato, Paul Eckstein Genere: thriller, drammatico, gangster, biografico Interpreti: Forest Whitaker, Luis Guzmán, Nigél Thatch, Ilfenesh Hadera, Antoinette Crowe-Legacy, Erik LaRay Harvey Durata: 55 minuti a episodio Lingua originale: inglese Stagioni: 2 Episodi: 10 puntate Produzione: Star (Disney+) Prima Tv: 23 febbraio 2021 |
Da Don Vito Corleone in poi, l’epopea (se così si può definire) della mafia statunitense e delle lotte tra famiglie rivali è stata raccontata in lungo e in largo, spesso e volentieri romanzando, ma altrettanto spesso prendendo spunto da personaggi e avvenimenti storici.
La stessa premessa la ritroviamo in Godfather of Harlem, serie del 2019 appena giunta in Italia grazie all’offerta Star di Disney+. E in questi casi la domanda è legittima: ci sarà qualcosa di nuovo da dire sull’argomento?
A mio modesto parere, la risposta è sì.
Harlem, New York, primi anni ’60. Il “padrino” di turno non è un italiano o un irlandese, ma un afro-americano: Ellsworth Raymond Johnson, detto Bumpy, potente e rispettato (e realmente esistito) esponente della comunità (criminale e non) di Harlem.
La serie prende le mosse da quando Bumpy, qui interpretato da un grande Forest Whitaker, torna dopo anni di carcere ad Alcatraz e trova il suo territorio invaso dalle famiglie italiane. Potete immaginarvi l’inferno che si scatenerà in seguito, infiammato in particolare dalla rivalità con Vincent Gigante (Vincent d’Onofrio), membro di spicco della famiglia Genovese, a sua volta realmente esistito.

Fin qui ci troviamo su terreni familiari. Ma Godfather of Harlem è una serie ambiziosa e non si accontenta di raccontare solo una guerra di mafia.
Ci sono i movimenti di protesta per i diritti degli afro-americani, che portano in campo da co-protagonisti altri due personaggi storici di notevole peso: il celeberrimo attivista Malcolm X (Nigel Thatch) e il reverendo e congressista Adam Clayton Powell jr. (Giancarlo Esposito). Assistiamo quindi agli attriti tra le istanze del reverendo Powell, più moderate e improntate al gioco politico, e quelle di Malcolm, all’epoca membro di rilievo della più radicale Nazione Islamica, sullo sfondo di momenti storici come la marcia su Washington, il discorso di Martin Luther King e l’assassinio di Kennedy. Altra parte rilevante della serie è dedicata al complicato rapporto (romanzato solo in parte) tra Bumpy e Malcolm X, amici d’infanzia che hanno scelto strade diverse per il proprio riscatto sociale.
Poi ci sono le famiglie nell’altro senso, quello degli affetti. In Godfather of Harlem trovano posto anche la moglie e la figlia di Bumpy, mettendo in scena il delicato equilibrio con cui quest’ultimo cerca di coinvolgerle il meno possibile nel lato “oscuro” della sua vita. Inoltre, la serie si concede anche una love story alla Romeo e Giulietta tra Terry, un giovane cantante di colore, e Stella, figlia nientemeno che di Vincent Gigante.

Tantissima carne al fuoco, dunque, ma gli sceneggiatori hanno saputo giostrarsi egregiamente tra le varie sotto trame col risultato che nessuna di esse appare solo come un espediente per allungare il brodo, ma anzi si intrecciano e si influenzano tutte a vicenda. Con soddisfazione dello spettatore, che si ritrova per le mani una storia sì di mafia, ma che offre anche molto altro.
Il personaggio di Bumpy è un protagonista ben scritto, tanto che simpatizzare con lui non è affatto facile. Bumpy non è un antieroe alla Diabolik per cui si finisce a fare il tifo; al contrario, l’ipocrisia con cui inonda le strade di Harlem di eroina salvo poi cercare di salvare la figlia tossica, e il modo in cui manipola avversari e alleati per il proprio tornaconto lo rendono di certo molto più convincente, pure se a spese dell’empatia.
La colonna sonora, neanche a dirlo, oscilla tra rap e hip-hop, con qualche tocco di funky. Menzione speciale per Rise, la canzone che porta al successo il giovane Terry e che vi ritroverete a canticchiare neanche l’aveste sentita passare in radio nel mondo reale.
Ciliegina sulla torta, il brano Just In Case che accompagna i titoli di testa è di quelli che ti fanno tralasciare di premere “Salta” sul telecomando. La metterei in un’apposita categoria che chiamerò NARCOS: Ne Ascolterei Ripetutamente Ciascuna Orecchiabile Sonorità. L’acronimo, se non fosse chiaro, NON è casuale.
Insomma… l’offerta è di quelle che non si possono rifiutare.
Andrea Ravasio
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