Gianni Minà e la vita straordinaria di un boxeur latino
“Ma andando in giro ti rendi conto di quant’è varia la voce del mondo. Per questo, documentarista è una parola che mi è sempre piaciuta. Per me un giornalista è un detective della diversità. La registra, la testimonia, ne porta indietro le prove, e così, semplicemente, scredita l’idiozia di qualsiasi integralismo e di qualsiasi razzismo.”
Cresciuti nel mito di una agendina telefonica
Per quelli che sono cresciuti a Napoli negli anni ’90, Gianni Minà era il giornalista che aveva intervistato Massimo Troisi in una serata su Rai 2 dedicata a Pino Daniele, e che ci aveva regalato momenti indimenticabili di comicità, di recitazione, di televisione. Massimo invidiava l’agendina telefonica di Gianni Minà, che tra i tanti, aveva il numero di Fidel – senza nemmeno il cognome, tanto erano in amici – e che sotto la lettera T, prima di arrivare a lui, doveva scorrere altri celebri nomi: “Fratelli Taviani, Little Tony, Toquinho, Troisi”. Minà ride fino alle lacrime, Massimo è inarrestabile e lo abbraccia con una confidenza e un calore che rendono evidente la differenza tra lui e un giornalista qualunque. In quell’abbraccio c’è la sintesi di qualità rare che Gianni Minà impersona come professionista e come uomo: l’empatia, l’ironia, l’umanità, una curiosità colma di rispetto verso chi si ha di fronte.
“Come mi hanno fatto fuori dalla Rai”
Minimum fax ci ha fatto un grande regalo con questa autobiografia di Gianni Minà, Storia di un boxeur latino – titolo suggerito da Paolo Conte, con tutta la poesia che porta con sé – una lunga chiacchierata con uno dei più grandi giornalisti italiani, che ci ha mostrato ancora una volta quanto il valore umano sia fondamento di quello professionale.
Per dirla con parole sue, più che a una autobiografia, somiglia a “una scacchiera, o un album fotografico”, dove c’è posto per Mina, il subcomandante Marcos, il giudice Caponnetto, Luis Sepùlveda e Giovanni Psiche.
Diciamolo chiaramente: non c’è posto per uno come Gianni Minà nel giornalismo di oggi, un supereroe gentile, una sfinge che custodisce aneddoti e segreti, un ragazzo del ’38 nipote di un garibaldino e amico dei più grandi della storia del Novecento (e non quella scritta dai vincitori), che racconta la sua vita straordinaria con passione e umiltà degne degli eroi di un tempo. Come Cassius Clay, che diventò Muhammad Alì e rifiutò la guerra in Vietnam e per questo perse i titoli e la possibilità di combattere per tre anni, un gigante che si staglia tra le pagine di Storia di un boxeur latino, legato a Minà da una solida e sincera amicizia. Per chi non ha vissuto quegli anni, Gianni Minà li ripercorre e ci spiega la grandezza di Cassius Clay (e di tanti, tanti altri), perché uno sportivo poteva cambiare davvero le cose e diventare veicolo di idee e messaggi rivoluzionari, di rivendicazioni civili, di un vero e proprio umanesimo sportivo.
A cena con Ungaretti e Vinìcius De Moraes
Gianni Minà è anche l’uomo che una sera è andato a cena con Cassius Clay, Sergio Leone, Robert De Niro e Gabriel Garcìa Màrquez, e anche per questo è il nostro eroe: è l’incontro di mondi lontanissimi che hanno come comune denominatore il suo sorriso bonario, i suoi occhi vivaci, l’allegra avventura della sua vita, la tenacia di chi rincorre le sfide impossibili. Celebri anche le sue serate romane con i più grandi esponenti della musica brasiliana (ai quali Minà ha dedicato due leggendarie e interminabili puntate di Blitz, mitica trasmissione di Rai 2), che rivivono in numerosi capitoli della sua biografia, trasmettendo al lettore la normalità eccezionale di una cena con Vinìcius De Moraes, Giuseppe Ungaretti, Chico Buarque de Hollanda e Toquinho.
“Una volta mi ero cacciato nelle peggiori tangherie di «Bueno Saire», come la chiamano gli emigrati italiani, dove parlano il lunfardo o il cocoliche, queste lingue meticce, popolari e malavitose che trattengono la memoria di una miseria ancestrale, di quella miseria che ti costringe ad abbandonare la tua terra e ad attraversare un oceano. Lingue del destino e della scommessa, sarcofaghi più neri di un bandoneòn nei quali è sepolto il mistero del tango. Avevo seguito gli echi di altre danze popolari, della cumbia e di tutte le sue varianti, che disegnano una geografia di passi il cui viaggio è sempre nella stessa direzione, dalla schiavitù alla libertà, dalla solitudine all’amore.”
L’altra faccia dell’America
Il Sudamerica è forse il grande amore della sua vita, il racconto più complicato di tutti che si intreccia con la politica, gli equilibri di potere e l’assurda pretesa che il capitalismo sia la risposta a tutte le domande del mondo. Anche per questo ringraziamo Gianni Minà, perché ci ha dato un’alternativa rispetto a tutto ciò che crediamo di scegliere, che sia la musica o il racconto di una America Latina povera e folkloristica. Uno dei capitoli più belli di Storia di un boxeur latino è dedicato all’incontro col subcomandante Marcos, simbolo vivente del fatto che “esiste sempre un altro mondo rispetto quello in cui viviamo”, protagonista di una grande lezione di giornalismo e di vita. Negli anni, da documentarista/outsider, ha scritto una storia impopolare e dolorosa con la verità e la sensibilità di chi non ha mai sopportato le ingiustizie, la prepotenza, l’arroganza del potere. Staremmo per ore ad ascoltarlo, e perciò leggiamo con gratitudine questo viaggio nel Novecento che facciamo abbracciati lui, nella immensa saudade di un mondo che non c’è più ma che Gianni Minà ci mostra con la grazia e la passione di un magnifico boxeur latino.
Roberta Rega
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