La Pechino Pieghevole di Hao Jingfang

Hao Jingfang, Pechino Pieghevole, Add Editore
Semplificando molto, potremmo dividere la fantascienza in due rami: quella che racconta di mondi impossibili o quasi (penso all’universo di Star Wars) e quella che invece racconta di mondi possibilissimi, magari distanti appena pochi anni da noi.
Quest’ultima è la fantascienza di Ray Bradbury e del suo Fahrenheit 451, di Robert Sheckley, Richard Matheson e altri grandi autori di racconti; o, per restare ai giorni nostri, è la fantascienza di Black Mirror. È, insomma, quella fantascienza che osserva la realtà che ci circonda, ne coglie gli aspetti più innovativi o inquietanti e prova a stravolgerli, a estremizzarli, a raccontarli da un punto di vista inaspettato.
A questa schiera di narratori si è aggiunta una voce che, inaspettatamente, mentre io scrutavo verso Occidente in cerca di nuovi nomi, mi è arrivata alle spalle, da Oriente. Dalla Cina, per l’esattezza.
Si tratta di Pechino Pieghevole, raccolta di undici racconti della scrittrice Hao Jingfang pubblicata da Add editore e vincitrice del premio Hugo, dedicato appunto al miglior romanzo di fantascienza.
Il racconto che apre la raccolta e che le dà il titolo è probabilmente il più originale e straniante di tutti, con la sua Pechino3 cubica, rotante e suddivisa in rigide caste che si spartiscono (in)equamente le ore della giornata in cui possono vivere. Ma anche i successivi, tra metalieni difensori della cultura e cloni ribelli, non sono da meno.
La particolarità dei racconti di Pechino Pieghevole è che, più che raccontare il futuro in arrivo, raccontano una realtà cinese che già esiste. Una realtà fatta di governi autoritari, di annullamento dell’individuo nella massa, di contrapposizione tra chi vuole lottare per il cambiamento e chi vuole mantenere lo status quo o, semplicemente, obbedire per non avere problemi, di diffusione di una cultura alternativa a quella imposta dall’alto.
Lo stile di scrittura di Hao Jingfang si rifà molto più alla fantascienza del secolo scorso, quella dei già citati Bradbury & co., che non a quella ipertecnologica di Black Mirror. La differenza, credo, sta nel fatto che Black Mirror ci angoscia (VUOLE angosciarci) mostrando spietatamente quello che potrebbe accadere, mentre Hao Jingfang ci mostra invece quello che già accade, seppure sotto la lente deformante della fantascienza; ci mostra dunque una realtà che è lontana da noi solo geograficamente e non temporalmente. E il semplice fatto che questa realtà esista dall’altra parte del mondo non è un buon motivo per fingere che si tratti di un futuro improbabile.
Andrea Ravasio
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