Sandro Di Domenico, Pescirossi e Pescicani
“Solo andando in profondità possiamo distinguere chiaramente i pescirossi dai pescicani”: riflettendo sulla necessità e sul dovere di indagare a fondo in certe storie, il giornalista Sandro Di Domenico concludeva in questo modo la presentazione del suo progetto di inchiesta, poi insignito di un importante riconoscimento rivolto proprio al giornalismo investigativo. Ne sarebbe dovuta derivare una video-inchiesta sulla vicenda di un pescatore sopravvissuto a uno spaventoso incidente in mare, e ritrovatosi coinvolto nel processo penale con una prestigiosa compagnia di navigazione italiana. Ma se il reportage non ha mai visto la luce, tutto il materiale raccolto in oltre sette anni di indagini è confluito in un libro uscito per i tipi di Minimum fax lo scorso 8 ottobre.
Pescirossi e Pescicani reca su di sé una urgenza comunicativa importante. Esempio di come dovrebbe essere il giornalismo di inchiesta, animato da una fede irriducibile nella Verità, offre al lettore il risultato di una lunga e coraggiosa ricerca, volta a eliminare i lati oscuri di una storia che, da individuale, si allarga in maniera inattesa fino a interessare potenzialmente tutti noi. Da una terribile tragedia avvenuta nello specchio d’acqua antistante Ischia, ai mari di tutto il mondo ma, anche, alle nostre abitudini, alle nostre vite, alle nostre case.
“Chi crede di poter scrollare le spalle e voltarsi dall’altro lato farebbe bene a guardare il suo telefono. La sua televisione, il suo computer portatile. A chiedersi dove sono fabbricati. E a fare due più due. Anche i vestiti, i mobili di casa, spesso. Vi siete mai chiesti da dove vengono? E i vostri rifiuti, vi siete mai chiesti dove vanno a finire? Il 90% delle merci che circolano oggi nel mondo vengono trasportate via mare, e se pensate che una pandemia possa fermarle, molto semplicemente: vi sbagliate.”
Tutto inizia l’ 11 agosto del 2011, poco prima delle nove del mattino, per un tremendo impatto tra un mercantile della Linea Messina, il Jolly Grigio, e il peschereccio Giovanni Padre. Il cargo è grande quasi mille volte il peschereccio, che va inevitabilmente a fondo. Dei tre pescatori, miracolosamente se ne salva uno. Muoiono un padre e un figlio.
In una redazione semi deserta per le vacanze estive, a Di Domenico, che con il giornale collabora come “abusivo”, viene assegnato il compito di redigere un articolo sull’incidente. L’articolo si scrive in pochi minuti, ma l’eco delle richieste di aiuto ascoltate alla radio, gridate dai pescatori presenti su altre imbarcazioni e rimaste inesaudite per ben undici minuti, resiste nella mente di Sandro, che inizia a conservare tutti gli articoli relativi alla vicenda del Giovanni Padre e a tutti gli altri incidenti capitati ai mercantili Jolly della Linea Messina. I documenti si accumulano in maniera impressionante, e interessano vicende incredibilmente simili a quella avvenuta nel Golfo di Napoli. Così il nostro giornalista incontra prima l’unico superstite del Giovanni Padre, che dopo sei anni riesce finalmente a trovare un orecchio interessato alla sua storia, poi viene a sapere di un incidente simile avvenuto nel 2013 nelle acque di Livorno, e quindi conosce i sopravvissuti all’impatto con il Jolly Blu. Man mano che procede nella ricerca, Di Domenico impara a conoscere il significato della vita di bordo, e poi viene a conoscenza del naufragio del Jolly Amaranto all’imboccatura del porto di Alessandria d’Egitto, dell’incendio divampato al Jolly Rubino in Sudafrica, della deriva del Rosso conclusasi nello spiaggiamento davanti ad Amantea. L’indagine su quello che appariva come un fatale incidente risalente agli anni della sua collaborazione al giornale, conduce Di Domenico, ormai disilluso anche rispetto alla professione un tempo intrapresa con tanta devozione, dinanzi a una velenosa realtà fatta di traffici illeciti e di crimini capaci di determinare danni incalcolabili.
Il lettore incontra il giornalista Di Domenico come si incontrano i protagonisti dei romanzi, e ne condivide immediatamente paure, disagi, impegno, perplessità, insubordinazione. Quest’ultimo sentimento dà il via a un’avventura importante, che si fa progressivamente più impegnativa, più seria, più difficile, più totalizzante, fino a divenire l’inchiesta che toglie voce al giornalista e lascia senza parole anche il lettore, perché pone al centro i fatti e le persone coinvolte: uomini che non avrebbero mai desiderato entrare in questo libro, perché colpevoli o vittime di eventi da ritenersi compromettenti per i primi, funesti per gli altri. E persino la lettura si fa intimamente muta nella considerazione dell’enormità delle ingiustizie narrate e al cospetto dei nomi delle vittime di cui si raccontano rapidamente abitudini e aspirazioni, progetti e desideri improvvisamente troncati, venuti giù di colpo e mescolati al cemento e al vetro della torre crollata: è quanto accade dinanzi al ricordo delle vittime del martedì “nero” di Genova.
Pur attraverso una scrittura concreta e aderente ai fatti, pulita, economica ma precisa, come si conviene a una inchiesta di questo genere, si avverte il fluire delle emozioni e dei sentimenti del giornalista che si imbatte in sempre più amare verità e, soprattutto, dei protagonisti veri delle vicende narrate, che grazie alla penna di Di Domenico guadagnano un po’ di quella giustizia negata, e un minimo di quella dignità calpestata prima da interessi economici e poi dall’omertà obbediente a quegli stessi sporchi interessi.
Nel Prologo, in una manciata di righe, Di Domenico aveva già fissato la sua condizione di uomo assorto nel pensiero di una nave lontana migliaia di chilometri, assurta a simbolo di una intricata rete di crimini taciuti e infine dimenticati, protetti dal silenzio degli abissi, ma presenti alla sua mente ogni volta che lo sguardo è accecato dalle luci che al tramonto si accendono a intermittenza sulla prua.
“E penso a una nave ormai abitata dai pesci, di cui resta solo uno scheletro, a migliaia di chilometri da qui. Si legge Jolly sulla lamiera consumata dal sole. Doveva scomparire dalla faccia della terra. Rimane invece uno scafo mutilato, aggredito dalla ruggine. Un ponte di comando senza più comandante, che ricorda quello della nave che ho davanti. E mentre ne osservo il profilo, all’apparenza innocuo, mi sorprende la notte.”
Napoli qui è punto di partenza, è angolo di mondo dal quale il nostro protagonista “col Vesuvio alle spalle e lo sguardo rivolto al mare” fissa le imbarcazioni in rada che attendono di entrare nel porto per caricare o scaricare merci sommariamente dichiarate, e osservando queste ripensa ai mercantili di altre latitudini, di altri mari, ma di simili traffici. Il mare è raccontato quasi come un mondo parallelo, regolato e violato da leggi crudeli che stentiamo a credere possibili, attraversato da storie incredibili eppure comuni, pratiche che avvertiamo come lontanissime da noi, lontane più di ventimila leghe, eppure avallate dalla nostra ignoranza, dalla nostra indifferenza, dal nostro silenzio.
Nessuno si senta escluso.
Lia Amen




