Libri

Published on Marzo 30th, 2021 | by Roberta Rega

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Beati gli inquieti, il potere sovversivo dei matti

“Proust pensava che i suoi lettori non leggessero i sui libri, ma se stessi; il libro era solo una lente d’ingrandimento attraverso la quale si sarebbero letti. Se la letteratura è una lente d’ingrandimento, la follia è più potente. È lente e specchio. Non pensate che l’immagine sia deformata. Ci mostra come siamo fatti negli strati più profondi dell’anima, quelli nascosti. Se questa cosa vi mette tristezza, non andate mai a trovare i matti.”

Stefano Redaelli, Beati gli inquieti

Nel 1978 fu approvata la legge 180, da tutti conosciuta come Legge Basaglia, dal nome del promotore della riforma psichiatrica in Italia. Si sente spesso parlare di questa legge in maniera superficiale, offensiva, ironica a volte, perché da qui in poi c’è stata la chiusura dei manicomi, con la conseguente fuoriuscita dei matti dalle strutture di detenzione. Sì, perché di questo parliamo: strutture dove la parte malata della società veniva isolata da quella sana, senza ricercare motivazioni, percorsi di integrazione, tralasciando di dare alla follia una dimensione politica, sociale, storica. Ma Franco Basaglia era più di uno psichiatra: dialogava con le idee, con la filosofia, e arrivò a pensare che il problema dei manicomi era politico – luoghi dove valgono regole diverse e assurde, come le caserme – e che allontanare i matti dai sani era un atto di deresponsabilizzazione di tutta la società verso i suoi membri più deboli. Il pensiero di Basaglia ha perso la sua forza rivoluzionaria perché la medicina territoriale, in molti casi, non è stata in grado di creare un’alternativa alla detenzione, e forse anche perché viviamo in una società che ha perso la spinta verso l’altro, o la volontà di risolvere le criticità in maniera complessa, senza ricorrere a slogan vuoti e altisonanti.

Molte di queste riflessioni convergono in Beati gli inquieti di Stefano Redaelli, pubblicato dai temerari Neo, editori sempre in grado di offrire una letteratura disturbante, inclusiva, senza mai perdere la tenerezza (citando impropriamente il Che).

La trama

Antonio è uno scrittore che approda in una struttura psichiatrica perché vuole scrivere un libro sulla follia “da dentro”: chiede alla responsabile della struttura il permesso di restare per qualche giorno, di aggirarsi tra i pazienti per capirli, conoscerli, e alimentare così la sua scrittura. Da una settimana di alloggio si passa a due, poi a tre, fino ad arrivare al capovolgimento delle parti, perché Antonio, da esterno e alleato del personale medico, passa dalla parte dei pazienti, mettendo in discussione modi e metodi di come il matto viene trattato. Antonio si accorge dopo poco che nessuno va a trovare i pazienti: c’è inconsapevolmente un ritorno alla dimensione manicomiale di isolamento, e dietro i rituali più semplici si nasconde la natura coercitiva che continua a resistere nel rapporto tra istituzione medica e malato psichiatrico.

Riflessioni di natura sociale e spirituale che si sommano, all’interno del romanzo, a una curiosità fuori dal comune verso i matti, che hanno creato un linguaggio inaccessibile al resto della società, e per questo sono “liberi nella detenzione”. La struttura di Beati gli inquieti riflette questa ambivalenza, la volontà, cioè, di comprendere e allo stesso tempo di abbandonarsi a quella libertà.

Beati gli inquieti, un romanzo sovversivo

Beati gli inquieti può essere considerato un romanzo politico per sua natura, perché a nessuno interessano i matti, le loro famiglie, l’abbandono e l’isolamento ai quali sono stati condannati, e invece dare voce ai dimenticati, a chi disturba il sonno dei sani, non può che rappresentare un gesto sovversivo più che compiacente. Non c’è spazio per dolore, pietismo o morale nella scrittura di Stefano Redaelli, che con grande coraggio scrive un romanzo sui matti per poi capovolgerlo e rigirarlo come un calzino, e con leggerezza porta il lettore a un epilogo inaspettato e rivelatore. Rivelatore di cosa? Del lettore, della realtà, o del gioco sfrenato della letteratura.

Roberta Rega

 

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3.5

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"Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti"



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