Una possibilità del linguaggio. Pierre Menard come metodo
Che cos’è il linguaggio? Una definizione semplice per i non addetti ai lavori che vogliono far colpo all’happy hour può essere la seguente: “il linguaggio è una forma di comunicazione messa in atto tra due o più individui mediante una combinazione di suoni, gesti e simboli dotati di significato attraverso cui trasmettiamo informazioni, raccontiamo esperienze, esprimiamo stati d’animo”. Per uno studente di linguistica che vuole scansare la bocciatura alla prima domanda consigliamo di lasciar perdere questi aforismi da Baci Perugina accademici e citare il sempreverde Chomsky che in quest’ambito ci riesce ancora ad essere simpatico: “il linguaggio è uno strumento del pensiero, di cui la comunicazione è solo un accessorio, che genera una serie illimitata di espressioni gerarchicamente strutturate all’interfaccia concettuale-intenzionale.” Suona come un blast, vero? Ecco perché non possiamo non amare il buon vecchio Noam.
Qualunque definizione si possa dare del linguaggio, essa non sarà mai abbastanza esauriente finché non risponde a un determinato quesito: quante e quali sono le possibilità del linguaggio? Non potendo dare una risposta per tutti i tipi di linguaggio, prenderemo in considerazione solo il linguaggio scritto e la sua espressione più alta, la letteratura, ed esploreremo una di queste possibilità con Alfredo Zucchi e il suo saggio Una possibilità del linguaggio. Pierre Menard come metodo (Mucchi Editore, 2021).
Zucchi, un po’ filologo, un po’ filosofo e in mezzo psicanalista e pure fisico, spaziando da Foucault a Borges e da Rovelli a Bolaño ci porta in una regione oscura dove il linguaggio implica e tematizza se stesso producendo sdoppiamentie vuoti di significato, su cui scrittori come Danilo Kiš e Julio Cortázar ci hanno costruito la propria poetica, e lo fa confrontandosi con le loro opere come fa Furio Jesi che “accoglie le voci altrui, quelle dei testi e delle fonti citate, in maniera diretta e continua” per analizzare le infinite ramificazioni di un linguaggio senza il sostegno della ragione.
A partire da Freud, il linguaggio subisce una deriva tautologica in cui la follia, esclusa e castigata sin dall’età dei lumi e del progresso, ritorna protagonista di un gioco in cui la ragione batte in ritirata dopo secoli di predominio portando con sé le nozioni di ordine, armonia e decoro. L’abbandono della ragione lascia una riserva di senso, parole con infiniti significati che rimandano ad altre parole con infiniti significati e così via. Questo processo di sdoppiamento e svuotamento del significato è ciò che accomuna la follia e una certa letteratura. Dal Novecento a oggi ci sono due scuole di pensiero di matrice borghesiana che si contrappongono. Da una parte i maestri della composizione, e citiamo “l’enciclopedico” Danilo Kiš, che ricorrono all’attribuzione erronea e abbattono i muri tra storia privata e pubblica. Dall’altra i maestri della combinazione, come Ricardo Piglia, che vogliono una letteratura che rappresenti le relazioni sociali attraverso procedimenti metatestuali, metanarrativi e metaletterari. In entrambi i casi abbiamo a che fare con una letteratura che implica e tematizza se stessa. Scrivere sulla scrittura e raccontare la narrazione: non più cos’è e dov’è la verità ma cos’è e di chi è il senso. La letteratura diventa quindi un gioco in cui è chiamato in causa il senso di realtà e identità dei lettori.
Arriviamo ora al dunque. Fra le tante possibilità offerte dal linguaggio, quella che ci interessa è che ciò che viene detto non esiste. Se quello che stiamo leggendo è finzione, noi chi siamo? Siamo noi, siamo altro, siamo niente. Per dirlo alla Borges, Pierre Menard. No, non è il nome elegante per un colpo di sciabola. È l’autore di un frammento del Don Quixote. “Ma come?”, direte voi. “Non l’aveva scritto Cervantes?”. E avreste anche ragione. Pierre Menard è un eccentrico autore francese del XX secolo ma anche il personaggio di un racconto partorito dalla fantasia di Borges.“Ma esiste o non esiste allora questo Menard?”. “Come può averlo scritto lui se non esiste o se è nato trecento anni dopo Cervantes?”. Avresti ragione ad essere perplesso. Alla prima domanda ti rispondo: ha davvero importanza? Per rispondere alla seconda metti da parte la logica e apri Finzioni.
[Pierre Menard] non volle comporre un altro Chisciotte – ciò che è facile – ma il Chisciotte. Inutile specificare che non pensò mai a una trascrizione meccanica dell’originale; il suo proposito non era di copiarlo. La sua ambizione mirabile era di produrre alcune pagine che coincidessero – parola per parola e riga per riga – con quelle di Miguel de Cervantes. […] Il metodo che immaginò da principio, era relativamente semplice. Conoscere bene lo spagnolo, recuperare la fede cattolica, guerreggiare contro i mori o contro il turco, dimenticare la storia d’Europa tra il 1602 e il 1918, essere Miguel de Cervantes.
Tutto chiaro adesso? Uno stesso testo può essere creato e poi ricreato anche da due persone diverse e cronologicamente distanti. Nel saggio La morte dell’autore, Barthes scrive che è il linguaggio a parlare, non l’autore. Il testo non è mai originale ma è un insieme di citazioni tratte da innumerevoli centri di cultura dei secoli passati. Per Menard il suo frammento è anche più ricco rispetto all’intero romanzo del suo collega spagnolo perché lui sa cosa c’è stato dopo Cervantes. Le parole vanno al di là della fama, della cultura, della follia, delle passioni, dei vizi e delle virtù degli autori. E l’esperienza dimostra che se una cosa la possono fare in due allora la possono fare in tanti. Foucault in Cos’è un autore? afferma che tutti gli autori sono scrittori, ma non tutti gli scrittori sono autori. Non può esistere autore senza lettore perché è quest’ultimo che gli dà tale titolo. Un autore non è colui o colei che produce un testo ma produce significato che, interpretato, eleva il suo nome a emblema di una società e di una cultura. Una volta letto Zucchi, non ci resta che testate questo metodo.
Anthony Fico




