Film ariaferma

Published on Aprile 4th, 2022 | by Fabio D'Angelo

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AriaFerma

Titolo: Ariaferma
Anno: 2021
Regia: Leonardo Di Costanzo
Genere: Drammatico
Interpreti: Toni Servillo, Silvio Orlando, Fabrizio Ferracane, Salvatore Striano
Durata: 117 minuti
Distribuzione: Vision Distribution


ariaferma

Ci sono film in grado di evocare il potere del cinema per sfidare le ideologie e le convinzioni collettive e personali. A spingere lo spettatore a interrogarsi e a cambiare punto di vista. E Ariaferma di Leonardo Di Costanzo con Toni Servillo e Silvio Orlando, uscito alla fine dell’anno scorso al cinema e visibile da qualche mese su Amazon Prime,è uno di questi.

Uè Tony, allungami una domanda

“Provatevi a vivere là dentro e poi sappiatemi dire se tutto non vi è da riformare”. (Filippo Turati)

Nel senso che Di Costanzo spinge, frame dopo frame, lo spettatore a interrogarsi su temi complessi, con domande del tipo: che opinione hai delle carceri?
Ora mettiamo il caso che presi dal film, una volta finito di vederlo, uscissimo di casa con l’obiettivo di essere Pagnoncelli per qualche ora, fermando la gente per strada per fare le domande suggerite da AriaFerma. Con buona probabilità ci troveremmo a fare i conti con il partito del “buttate la chiave”. Uno schieramento trasversale, formato da tutti coloro che, facendosi prendere da un istinto di pancia, spingono per un’idea afflittiva della pena, per la gogna pubblica, per la vendetta. Concetti largamente maggioritari nella società che finiscono poi per concretizzarsi in quella che è la realtà carceraria odierna, che assomiglia tanto a una sorta di discarica sociale. Niente di nuovo sotto al sole, direte voi. D’altronde già nel 1904 il deputato socialista Filippo Turati in un discorso alla Camera, pubblicato poi in forma di opuscolo dal titolo emblematico I cimiteri dei vivi, parlava delle carceri italiane in questi termini: “rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma forse più atroce che si abbia mai avuto: noi crediamo di avere abolito la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata”.

Nella mia ora di libertà

Se c’è qualcosa da spartire
Tra un prigioniero e il suo piantone
Che non sia l’aria di quel cortile
Voglio soltanto che sia prigione

Sì, l’ho presa molto alla lontana e me ne scuso, ma il fatto è che Di Costanzo dimostra ancora – se ce ne fosse bisogno – che il carcere è il grande nervo scoperto del Paese. Lo fa ponendo il suo sguardo all’interno di una vecchia struttura in via di dismissione, in cui la burocrazia ci mette del suo, creando le condizioni ideali per una tempesta perfetta: un intoppo blocca le operazioni di ricollocamento della popolazione detenuta, lasciando nel limbo dodici carcerati e cinque secondini. A questo punto sarebbe necessario fare come Truppi e Capossela a Sanremo e ascoltare De Andrè, che Nella mia ora di libertà, canzone manifesto che chiude Storia di un impiegato, il disco più politico dell’artista genovese, a un certo punto dice: “Se c’è qualcosa da spartire /Tra un prigioniero e il suo piantone/Che non sia l’aria di quel cortile/Voglio soltanto che sia prigione”. Perché il regista pone il suo sguardo proprio qui, sul confine invalicabile tra prigioniero e carceriere. Lo fa nel modo più semplice possibile: togliendo dagli occhi dello spettatore qualunque idea di spazio aperto e riducendo lo svolgimento della vita all’interno della prigione a pochi ambienti chiusi: le celle, l’atrio in cui si muovono i secondini, qualche corridoio e poco più. Così facendo, ogni luogo, ogni sguardo, ogni gesto, finiscono per concorrere ad aumentare la tensione.
ariaferma

DPCM dell’8 marzo 2020

Tensione che sale in modo parossistico, creando nello spettatore uno stato di totale sospensione. E qui dico una cosa di cui ovviamente non posso avere certezza. Ma è come se il regista avesse voluto riprodurre più o meno fedelmente lo stato di tensione che ha attraversato le carceri italiane durante il primo lockdown, quando a seguito del DPCM (quello dell’8 marzo 2020), furono imposte per tutti pesanti restrizioni. Nelle carceri questo si tradusse nella sospensione dei colloqui in presenza e delle varie attività formative: niente incontri con i familiari, con gli educatori, gli psicologi. Benzina sul fuoco gettata in un contesto già surriscaldato dal sovraffollamento e dalle  precarie condizioni igienico sanitarie. La protesta scoppiò in circa settanta istituti penitenziari. Ci furono violente rivolte dei detenuti e durissime repressioni da parte della polizia penitenziaria, come documentato da i video diffusi dai giornali relativi al pestaggio dei detenuti nel carcere campano di Santa Maria Capua Vetere dell’aprile del 2020.

Il cinema dell’impegno civile

ariafermaChi ha seguito la questione delle carceri durante il lockdown, non può che vedere in Ariaferma il tentativo di ripercorrere velocemente la stessa traiettoria che punta dritto alle rivolte. E ad un certo punto si convincerà di stare per assistere al medesimo finale. Niente di più sbagliato, perché poi interviene il potere del cinema e quello che sembra ovvio, si dissolve in un attimo. E così ci ritroviamo a seguire straniti una storia diversa. Ad guardare confusi il rapporto di reciproca fiducia che si viene a creare tra Gaetano Gargiulo (Toni Servillo), l’agente che per anzianità è stato designato a dirigere il carcere, e il camorrista Carmine Lagioia (Silvio Orlando). Attraverso questo legame Di Costanzo ricorda a tutti che c’è una dimensione umana che deve sempre prevalere. Perché la tutela dei diritti del cittadino non deve cessare mai, neanche in carcere. Perché ad essere un relitto in via di dismissione non è solo la prigione del film, ma l’idea che tutti noi abbiamo della galera. Perché punire una persona con il carcere è il più delle volte uno sbaglio, una tortura inefficace, capace di rendere peggiori e più pericolose per gli altri le persone che ne escono.
Perché il carcere è la misura che valuta il grado di civiltà di un Paese. E il grado di civiltà italiano non è più grande di qualche metro quadro, la dimensione di una cella sovraffollata.
Chiudo dicendo che Ariaferma riprende il filo di una vecchia e nobile tradizione italiana, quella del per il cinema civile. Il cinema dei Rosi, dei Petri, dei Pontecorvo. Una stagione memorabile che ebbe come simbolo il volto di Gian Maria Volonté. E che ritrova nuova linfa nel film di Di Costanzo e nella genovese di Carmine Lagioia, alias Silvio Orlando.

Fabio D’Angelo

 

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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