La grazia — il Presidente che cammina più lento del Paese
Titolo: La Grazia
Anno: 2026
Regia/Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Fotografia: Daria D’Antonio
Musiche: AA. VV.
Genere: drammatico
Durata: 133 minuti
Distribuzione: PiperFilm
La grazia parte da un presupposto quasi indecente per il nostro immaginario politico: il potere, quando è davvero tale, non ha fretta. Il Presidente Mariano De Santis, interpretato da Toni Servillo, non occupa la scena, la attraversa come si attraversa una stanza già piena di rumore. Cammina piano, parla dopo, sembra arrivare sempre con un leggero scarto rispetto a ciò che ci si aspetta da lui — ed è in quello scarto che si deposita l’autorità. Intorno, nel film, circola una domanda che non chiede risposta immediata e proprio per questo pesa: di chi sono i nostri giorni? È la domanda che De Santis si porta addosso mentre tutti gli chiedono di decidere in fretta, e a cui lui prova a rispondere non con una formula, ma con una pratica ostinata della durata, come se i giorni non fossero una proprietà da amministrare ma una responsabilità da abitare. Il parallelo con Sergio Mattarella non è mimetico né fisico: è una questione di postura morale. Sorrentino filma questa lentezza come se fosse già una scelta politica. E allora non sorprende che, a un certo punto, diventi plausibile vederlo attraversare Roma a piedi, scortato da un robot anti-bomba che avanza goffo e sproporzionato, mentre dalla tasca interna della giacca ha un Nokia 3310: un oggetto che non accelera niente, che non promette futuro, che serve solo a una cosa — durare.
Laura Mattarella su Vogue e la grazia come gesto laterale
Dentro questo immaginario entra, fuori dallo schermo ma perfettamente coerente, l’intervista di Laura Mattarella su Vogue. Non come operazione glamour, ma come gesto laterale: parlare di discrezione, gentilezza, presenza non invasiva come metodo, non come stile. È lo stesso movimento del film: togliere invece di aggiungere. In un tempo che chiede ai ruoli pubblici di occupare ogni spazio possibile, questo gesto reale dialoga con La grazia in modo quasi naturale. La grazia non come concessione solenne dall’alto, ma come pratica quotidiana di contenimento. Un’idea radicale proprio perché silenziosa.
Coco Valeri e la produzione di frasi definitive
Poi arriva Coco Valeri e il film cambia densità linguistica. Coco non fa satira: fa diagnosi. Le sue battute — “non è una cena, è un’ipotesi”, “voi con la verità avete un rapporto isterico” — non cercano l’applauso: funzionano come utensili mentali. Smontano il cerimoniale, rivelano l’assurdo della forma, entrano nel linguaggio comune perché arrivano già ripulite dall’inutile. Guardandola, mi riconosco per contrasto: a me spesso capita di rifinire troppo, di spiegare troppo, di diventare — va detto — sprucido. Coco Valeri no. Coco taglia. E nel taglio il film deposita una chiarezza che non ha bisogno di eleganza.
Quanti Sorrentino esistono (e perché tenerli insieme è già una scelta)
Ogni volta che esce un film di Paolo Sorrentino torna fuori la domanda rituale: ma questo è il vero Sorrentino? Come se l’autore dovesse presentarsi con un documento valido, come se esistesse una versione definitiva da esibire al controllo. La risposta, se siamo disposti a essere sinceri fino a risultare un po’ scomodi, è che Sorrentino non è uno. È un sistema di correnti che convivono in attrito costante: il Sorrentino politico, quello barocco, quello iconico, quello che torna ossessivamente alla ferita originaria.
La grazia è interessante perché non sceglie quale Sorrentino essere. Non mette ordine né traccia una linea: è un film di convivenza forzata, in cui le diverse anime dell’autore si osservano e si mettono in difficoltà. Come se Sorrentino stesse usando il proprio stile mentre lo interroga, chiedendosi se la bellezza, a un certo punto, non rischi di diventare una scorciatoia. Il film non risponde: tiene aperta la domanda.
Dentro La grazia scorre una tradizione silenziosa ma decisiva, la linea La Capria: l’idea che la cultura non serva a risolvere i conflitti, ma a renderli abitabili. Il film parla molto, non per spiegare, ma per rallentare. Per costruire uno spazio in cui il dubbio non sia una debolezza, ma una competenza. Senza questa educazione al dubbio, politica e cinema rischiano di ridursi a semplice amministrazione dell’urgenza.
Le pungiture sorrentiniane: quando lo stile diventa una forma di pensiero
In La grazia Sorrentino continua a fare ciò che gli riesce meglio: sabotare il racconto proprio quando rischia di diventare troppo composto. Lo fa attraverso una serie di immagini-pungitura, apparizioni brevi ma invasive, che non spiegano nulla e proprio per questo restano. C’è il robot anti-bomba che accompagna il Presidente come un cane meccanico fuori scala, presenza tecnologica pensata per rassicurare che invece mette a disagio, ricordando quanto la sicurezza sia sempre una costruzione fragile.
Poi c’è il Papa nero con i dread, che sfreccia in moto come se fosse la cosa più normale del mondo. Non una provocazione, ma una torsione improvvisa dell’immaginario: il sacro che perde solennità senza perdere autorità, l’istituzione che entra nel presente senza chiedere permesso. Accanto a lui compare l’astronauta, figura sospesa, fuori dal tempo e dalla gravità, che guarda la Terra da lontano mentre qui tutto è urgenza, procedura, decisione. Non dice nulla, ma dice tutto: distanza, solitudine, prospettiva.
E poi c’è Guè. Non come cameo ammiccante, ma come presenza sonora che buca il perimetro istituzionale. Il rap entra nel film senza chiedere se è appropriato: è il presente che irrompe nel protocollo. Non per dissacrare, ma per ricordare che il potere non vive in una teca, vive nello stesso tempo degli altri.
Queste pungiture non sono eccentricità né vezzi autoriali: sono una cifra di stile. Piccoli guasti che impediscono allo spettatore di accomodarsi dentro una lettura unica. Ogni deviazione è un promemoria visivo del fatto che la realtà, quando la guardi da vicino, non è mai coerente fino in fondo. Ed è anche così che La grazia diventa un film politico: non quando prende posizione, ma quando rifiuta di rassicurare.
Toni Servillo e il cerimoniale invisibile
In questo equilibrio entra Toni Servillo, che non interpreta semplicemente il Presidente Mariano De Santis: lo contiene. Ogni gesto è calibrato, ogni sguardo arriva mezzo secondo dopo, come se la fretta fosse una forma di maleducazione istituzionale. È una recitazione per sottrazione, che richiama il cerimoniale dei Corazzieri: figure che devono saper fare tutto senza che nessuno se ne accorga, presenza totale, protagonismo zero.
Quando un corazziere dice “Lei attribuisce troppa importanza alla verità”, non sta esprimendo un’opinione ma descrivendo un metodo. E quando affiora la riflessione “Il diritto mostra la verità da lontano”, la legge smette di essere certezza e diventa prospettiva. La grazia suggerisce però che non tutto può essere guardato da lontano: alcune decisioni — la vita, la morte, la responsabilità — chiedono prossimità. Servillo rende visibile questa frizione senza mai dirla.
Il tempo di morire: eutanasia, soglia, e l’educazione a restare
Ed è qui che, guardando La grazia, a me viene in mente Il tempo di morire di Eduardo Savarese. Non perché film e libro dicano la stessa cosa — non la dicono — ma perché chiedono la stessa fatica: restare. Il tema dell’eutanasia attraversa La grazia senza mai diventare un manifesto, ed è proprio questo il punto. La morte, quando è trattata seriamente, non ammette scorciatoie retoriche. Il fine vita non è un tema “divisivo”: è un punto di collasso. Il luogo in cui le categorie morali tradizionali smettono di funzionare non perché siano false, ma perché non bastano più. Restano le persone, con i loro limiti, le loro paure, la loro richiesta muta di non essere lasciate sole dentro una decisione impossibile.
Savarese scrive che la morte va pensata prima di essere normata; Sorrentino sembra filmare la stessa intuizione, trasformando il dubbio in spazio abitabile. Il problema non è decidere cosa sia giusto, ma capire come si vive mentre una decisione ti attraversa. Entrambi rifiutano la scorciatoia dell’opinione pronta e lasciano il lettore e lo spettatore in una zona grigia permanente, non come punizione, ma come forma di rispetto.
Tempo e complessità: rallentare come necessità
Alla fine La grazia è un film sul tempo, ma non sul tempo come semplice deposito di memoria o come nostalgia ben educata. È un film sul tempo come forza politica. Il tempo che rallenta le decisioni, che impedisce le risposte immediate, che restituisce dignità al dubbio. In questi anni sbandati, come direbbe Fossati, anni in cui la necessità viene continuamente confusa con l’urgenza e l’urgenza con la verità, La grazia ci ricorda che non abbiamo bisogno di semplificare meglio, ma di riscoprire la complessità.
Riscoprirla non come lusso da tempi stabili, ma come necessità concreta. Perché la complessità impedisce alle decisioni di diventare automatiche e alle identità di irrigidirsi in maschere. Sorrentino trattiene: il giudizio, la conclusione, la frase definitiva. E in questo gesto — che sembra passivo solo a chi ha fretta — compie la sua scelta più radicale.
E forse non è un caso che, in un film che chiede di rallentare, il Presidente Mariano De Santis tenga in tasca un Nokia 3310. Un oggetto che non accelera niente, che non ottimizza, che non promette il futuro. Un telefono che serve solo a una cosa: durare. Rallentare, oggi, non è fuga né nostalgia: è resistenza alla semplificazione, e forse l’unico modo onesto per abitare il tempo che ci è toccato vivere.
Fabio D’Angelo



