Film

Published on Maggio 23rd, 2018 | by Andrea Femia

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Godiamoci Sorrentino e Garrone, due magnifici narratori del degrado

Ho visto Dogman qualche giorno prima che Marcello Fonte, protagonista del film, vincesse la Palma d’Oro a Cannes in qualità di migliore attore. La sala del cinema, neanche particolarmente grande, era pressoché vuota. Si registrava la presenza di tre signore anziane, una delle quali sperava di non assistere ad uno spettacolo avvilente, qualunque cosa volesse dire. Ha ripetuto questo termine circa dieci volte nei due minuti di interrogazione all’addetto vendita biglietti, evidentemente ci teneva molto a non avvilirsi. Tre ragazzi intorno ai diciotto anni, che, di contro, si aspettavano violenza a iosa. In ultimo, una coppia che controllava ossessivamente quale fosse il posto a loro assegnato, con circa cinquanta poltrone libere sulle quali posare le chiappe. Alla fine, dopo aver tentato la rivoluzione, hanno ceduto a tornare al posto ufficialmente riservatogli dal sistema automatico. Erano esseri umani categorizzanti un’ampia fetta della popolazione italiana, si può dire che in quella sala c’era una concentrazione assoluta di umanità media, me compreso ovviamente. Anche se, trovo giusto dirlo, ero senza dubbio il più bello tra i presenti.

Dalla prima scena del nuovo film di Garrone, aperta da un’inquadratura raffigurante un enorme cane ringhioso, ti accorgi subito che ciò a cui stai assistendo è un ritratto di qualcosa di molto lontano rispetto all’umanità media rappresentata da noi altri in sala. Mi sono trovato a fare il paragone, quanto meno necessario visto che non è passato neppure un mese, con la sala gremita per la visione di LORO1, e quella un po’ più sguarnita per LORO2. A prescindere dal numero di persone, chiunque abbia assistito a questi film, si è trovato di fronte a due meravigliosi racconti del degrado, nelle sue più differenti e mutevoli, spesso camaleontiche, forme. Degrado che, è importante sottolinearlo, è impregnato della più inestricabile correlazione con il dato geografico. La barbarie presente nella nostra terra nella sua più bella tra le rappresentazioni. Se parlassimo di un album musicale, Dogman dovrebbe essere il lato B dei LORO di Sorrentino. Che forse, in un mondo ideale, sarebbe un film unico.

Nella loro estrema diversità, è accogliente la possibilità di trovare tracce di eguale disastro. Probabilmente, chi si troverà a parlare di questi due film, finirà con il metterli in relazione. È molto facile che questa cosa avvenga asserendo che un tale sia meglio di un altro, e che le critiche per Tizio non valgono per Caio che, di contro, è un genio. Scegliete voi chi sia Tizio o Caio. Io ho capito che le opere parlavano esattamente della stessa cosa, semplicemente con luci diverse, quando mi sono accorto che il problema di Marcello, in Dogman, nasce dall’impossibilità dello Stato di risolvere un problema che affligge tutta la comunità.

Ci si trova, da un lato, le vittime più miserabili, trasformate in distratti carnefici, narrate nel buio. Il regista divenuto enormemente famoso con Gomorra sembra caratterizzare i personaggi come uno scrittore russo dell’Ottocento, cosa che potrà apparire esagerata, ma per me questo tipo di sapore è stato molto intenso. La caratteristica del lavoro di Garrone è una quasi totale assenza di luci accese. È particolarmente significativa una delle poche scene girate in pieno giorno all’aperto, nella quale ogni singolo raggio del sole viene affievolito dalla fitta presenza di alberi, fino a diventare, a tutti gli effetti, buio.

Dall’altro lato è assolutamente impossibile non pensare agli eccessi opposti che hanno caratterizzato le scelte di Paolo Sorrentino per raccontare il malfunzionamento alla vetta della piramide. Se non puoi aspettarti che lo Stato ti venga incontro, c’è un motivo. Questo motivo è rappresentato perfettamente nei momenti che compongono l’opera che, ingenerosamente, viene spesso definita “film su Silvio Berlusconi”. Ho perso il conto delle parole negative lette avverse a Sorrentino, francamente non riesco a capacitarmene, benché ne comprenda i motivi. Non me ne capacito perché non li condivido affatto, e molto spesso la sensazione che un qualcosa sia necessariamente “da vedere”, comporta che lo stesso qualcosa subisca una irrefrenabile carica di pregiudizi impossibili da sradicare. Lo stile del regista napoletano è ultimamente virato su una descrizione quasi ossessiva della magnificenza, vista come punto più alto del disastro di esseri umani soggetti alla noia – oltre che alla mortalità, evidentemente. Raccontare quello che avviene in cima al mondo, scolpirlo con la luce del sole che diventa un costante riflettore puntato sui corpi di questi minuscoli uomini e di donne deviate dall’ambizione alla straordinarietà, è splendido se confrontato col modo in cui le loro vite sono inesorabilmente lente anche nel mentre di una festa. L’impossibilità di essere normali non è di per sé tra le più belle trame che l’arte possa mirare a descrivere?

Dogman della noia non sa neanche cosa farsene. Garrone non parla di uomini innamorati del proprio ego, e di gente disposta a tutto pur di arrivare a mettere la bandiera con il proprio volto esattamente nel punto più alto del mondo che lo circonda. Il personaggio intorno al quale gira il film è un uomo innamorato esclusivamente di sua figlia, fa di tutto per non farle mancare niente ed è contento solo se le persone gli vogliono bene. È una persona sola, senza ombra di dubbio, ma non credo esistano persone che non lo siano. Anche i supereroi lo sono, figuratevi l’ultimo degli stronzi. Al contrario di quanto avviene ad altre categorie di esseri umani, però, quest’uomo soffre maledettamente la condizione dell’assenza di stima da parte di chi gli sta a fianco. Non perché la stima gli consentirebbe di dominarli e di mantenere le redini di un gioco che non esiste, ma perché è tutto quello che ha.

Al contrario di quanto è avvenuto, e avviene, riguardo al film che vede Scamarcio e Servillo scambiarsi il ruolo di protagonista, è improbabile che possano esserci particolari critiche da muovere a Dogman, tali da comprometterne il giudizio di una larga fetta di persone. In primis perché la durata non è affatto eccessiva, anzi; non esistono momenti che possano essere percepiti come inutili e questo rende la fruibilità del prodotto più semplice per il più alto numero di persone, esattamente come l’assenza di scene difficilmente comprensibili. Forse l’unico elemento che possa scoraggiare una visione “nazionalpopolare” è la violenza, abbastanza marcata ma allo stesso tempo molto ben rappresentata, mai fine a sé stessa. Una violenza fisica rassegnata e non protagonista, quasi secondaria anche quando è regina della scena. Cose che non possono certamente dirsi per il film di Sorrentino, film nel quale non v’è neppure l’ombra della violenza, ma in cui gli altri fattori possono essere messi abbondantemente in discussione. Tutto ciò non dovrebbe, però, scoraggiarci dal provare a capire che la fortuna di essere contemporanei a questi due artisti imporrebbe di svestire i panni improfumati di ipercriticità. Non ci facciamo un favore a fare battute sul fatto che uno è stato escluso da Cannes mentre l’altro no. Non ci facciamo un favore ad incensare il genio onirico di uno e concentrarci sulla violenza dell’altro per screditarlo. O viceversa. Non ci facciamo un favore a non cogliere il fatto che siamo davanti a film di una bellezza visiva clamorosa, e sono film scritti e girati da persone che hanno un’intelligenza spropositata. I due sono evidentemente dotati di un cervello invidiabile. Lo dico senza cononoscerli, ma difficilmente mi trovo ad invidiare cervelli, quindi facciamo finta che sia davvero così, altrimenti dovrei anche ragionare sul senso di avere questo tipo di certezze e non mi va di farlo.

Quando abitui molto bene il pubblico è decisamente forte il rischio che un passo falso, se non addirittura un cambio di rotta, possa essere visto malissimo. È fortissima la sensazione che l’artista debba trovarsi quasi a giustificare le proprie scelte, perché le spade già sguainate e le doppiette che hanno abbandonato la fondina sono pronte ad essere utilizzate da un numero insopportabilmente alto di persone. La parte peggiore è che non puoi evitare di farlo perché, oltre che arte, è anche un lavoro che sposta un quantitativo di soldi che, quando eri in camera a scrivere sceneggiature per riempire le mensole, probabilmente non pensavi neanche che esistessero nella vita reale. O che appartenessero solo ad un mondo che nulla ha a che fare con quello delle persone che vivono nella terra di mezzo. Come quella signora che, alla fine del film, aveva smesso di parlare di avvilimento. Stimerò Garrone per sempre anche solo per il semplice fatto di essere riuscito nell’impresa di farla stare zitta. Come quei ragazzi molto giovani che parevano soddisfatti di quanto visto. Come quei due che, a metà film, si sono spostati addirittura di un posto.

Come chi scrive, che si gode, con un pizzico di invidia, due menti brillanti che troppo spesso sono state criticate più del dovuto, in quello che è lo sport più amato dagli italiani. No vabbè, non è un pizzico di invidia, è proprio assai, di quelle cose che trovi un posto mediamente buio, ti inginocchi e dici “Signore, Dio mio, ma veramente ti pare giusto un fatto del genere? Per cortesia, fai qualcosa. Urgente, risp”.

Mi è appena arrivato un messaggio da un numero sconosciuto.

“Le faremo sapere”.

Forse era Lui.

Andrea Femia

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