Il visionario mondo di Louis Wain – ma gli artisti sognano gatti elettrici?
Titolo: Il visionario mondo di Louis Wain
Anno: 2021
Regia: Will Sharpe
Genere: Biografico
Interpreti: Benedict Cumberbatch, Claire Foy, Andrea Riseborough, Toby Jones, Sarah-Jane De Crespigny
Durata: 111 minuti
Distribuzione: Prime video
Alzi la mano chi non si è mai imbattuto, anche involontariamente, anche CONTRO la propria volontà, in un video, una foto o un meme con protagonisti dei gatti.
La popolarità felina sul web è quasi imbattibile e rasenta l’adorazione che gli antichi Egizi riservavano agli amati quattrozampe.
Tra oggi e allora, però, i gatti non se la sono passata benissimo: associati alle streghe e ingiustamente accusati delle peggiori malefatte, per anni sono stati cacciati e relegati ai margini della società; c’è voluto del tempo prima che recuperassero lo status di animali da compagnia.
Ora, gli artefici della riabilitazione dei gatti non potevano certo immaginare quanto la loro presenza sarebbe diventata debordante, ai giorni nostri; perciò, se ai cinofili come me serve qualcuno contro cui puntare il dito, potrei indicarvi il signor Louis Wain, un eccentrico illustratore e pittore londinese vissuto a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. La sua altrettanto eccentrica e travagliata esistenza è raccontata nel biopic Il visionario mondo di Louis Wain, produzione originale di Amazon a cui hanno partecipato, tra gli altri, anche la nostrana Rai Cinema e i francesi di Canal+.
La prima parte del film è in realtà descritta meglio dal titolo originale: non “visionario mondo”, bensì electric life, vita elettrica. L’elettricità, uscita dall’ombra dei laboratori di fisica e chimica, nella seconda metà dell’800 era ormai parte della vita quotidiana di molte persone, senza però essere ancora una cosa data per scontata come lo è oggi. Louis Wain, che nel film ha le sembianze di Benedict Cumberbatch, questa elettricità la sentiva anche dentro di sé, come un’inarrestabile energia creativa che lo rendeva incapace di star fermo (oggi parleremmo di ipercinesia o di ADHD) e che sfogava in mille forme d’arte, a dire il vero senza grande successo. L’unica vena artistica in cui Louis eccelle è il disegno: è un illustratore rapidissimo e molto talentuoso, specializzato in ritratti di animali, ma non sembra particolarmente interessato a far fruttare per davvero questo talento.
E qui arriviamo al primo problema: se Wain avesse vissuto in un’altra epoca, magari alla corte di un mecenate, forse la sua vita sarebbe stata diversa, forse addirittura più felice. Ma nella Londra industriale ci si aspettava che l’unico figlio maschio di una famiglia perbene avesse un lavoro stabile e portasse a casa i soldi per mantenere se stesso e il resto della famiglia, che nel caso di Louis era composta dall’anziana madre e da ben cinque sorelle.
Louis lavora part-time per l’unico mecenate disponibile, l’editore William Ingram, che ne vede il potenziale ma deve far quadrare i conti dei suoi giornali. Per il resto, è cronicamente incapace di adattarsi alla società in cui vive e ciò lo porta ad essere sempre al verde e in rotta con la sorella Caroline, che in mancanza di una figura paterna si è irrigidita nel ruolo di capofamiglia.
La collisione diventa definitiva quando Louis decide di sposare l’istitutrice delle sorelle, Emily Richardson, interpretata da Claire Foy (l’Elisabetta di The Crown), creando uno scandalo che peggiora ulteriormente lo status sociale della famiglia e rendendo quasi impossibile alle sue sorelle sistemarsi nell’unico modo a loro riservato dai tempi, ovvero trovando un buon partito.
Poi, la svolta: Wain, anche dietro la spinta dell’adorata moglie, propone al signor Ingram dei nuovi disegni con degli insoliti protagonisti: i gatti. Insoliti perché all’epoca, appunto, i gatti erano percepiti in maniera molto diversa da oggi.
Eppure i gatti antropomorfi di Louis Wain, abitanti di un mondo tutto loro, buffo e stravagante, diventano improvvisamente “virali”, per usare un termine moderno. Nelle parole di Emily, Louis è il primo a scorgere nei gatti la loro vena di “ridicolo”, di comico, e riesce a trasmetterla al resto del mondo (di quello anglofono, almeno). Louis Wain è sulla bocca di tutti, i suoi disegni sono dappertutto, la sua fama arriva persino a New York. Un trionfo.
Un trionfo che, ancora una volta, il povero Louis non riesce a capitalizzare, perso nella sua ingenuità e sempre più instabile. Ed ecco che il “visionario” del titolo italiano prende il sopravvento nella seconda metà del film: le pressioni della famiglia e della società portano a un progressivo peggioramento nella salute mentale di Louis, che negli ultimi anni di vita probabilmente soffre di una forma di schizofrenia. Ha le allucinazioni, passa il tempo a parlare coi suoi gatti (che peraltro gli rispondono) e si fa portavoce del loro “messaggio” sulla decadenza della società umana; anche la sua arte segue i meandri della sua mente e le sue opere diventano sempre più psichedeliche.
Benedict Cumberbatch, già a suo agio nei panni di personaggi folli e geniali come l’Alan Turing di The Imitation Game e il Thomas Alva Edison di Edison – L’uomo che illuminò il mondo, qui dà una prova ancora più straordinaria del suo talento, calandosi alla perfezione nei panni dello sfortunato protagonista e portando magistralmente sullo schermo la sua indole naif, ma anche i suoi tormenti e, nel finale, la sua follia. Non è da meno il resto del cast, a partire dalla già citata Claire Foy, comica e insieme intensa nella parte di Emily, ma passando anche da altri nomi molto noti, come Toby Jones (Harry Potter, Captain America solo per restare nel mainstream) nei panni di William Ingram e Olivia Colman (The Crown, The Father) che è la voce narrante nella versione originale.
I toni del film sembrano seguire fedelmente la parabola di Wain, oscillando nella prima parte tra il drammatico e il giocoso, sconfinando a volte anche al comico vero e proprio, prima di scivolare nell’onirico allucinato, spesso cupo, di pari passo con la mente del protagonista (salvo chiudersi su una nota più rosea).
Altro dettaglio che salta immediatamente all’occhio è la scelta del formato in 4:3, al posto dell’ormai abituale 16:9, che conferisce al tutto un’aria retrò, quasi teatrale.
Un film impegnativo, ma mai eccessivamente pesante, che riesce a raccontare una storia tutto sommato triste e tragica mettendone però in risalto anche i momenti più leggeri e, in definitiva, a darle una pennellata romantica e speranzosa. Un bel modo di scoprire la vita di un uomo che, da solo, ha contribuito a fare dei gatti il fenomeno mondiale che sono oggi.
A voi la scelta, poi, se ringraziarlo o mandargli delle maledizioni. Ma non siate troppo severi.
Andrea Ravasio
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