Qualcosa di naturale di Alex Ezra Fornari
I veri vivi, come i grandi ustionati, non hanno la pelle.
Sono esposti.
Ho conosciuto Alex Ezra Fornari attraverso queste parole che emergono dallo spazio nero della quarta di copertina dell’ultimo romanzo Wojtek Qualcosa di naturale (in libreria dall’11 aprile). Queste parole raccontano già molto, o almeno “qualcosa di importante”, di un libro che gronda di vita, e che brucia dalla prima all’ultima pagina per una certa urgenza comunicativa. Fornari è uno che di comunicazione se ne intende, per aver dedicato tutta la vita all’arte, e specialmente alla musica. Protagonista sulla scena del neonato punk rock alla fine degli anni ’70, scrive i testi che canta e collabora con diverse band, facendo sentire la propria voce e difendendo le proprie scelte contro chi intende smorzare il suo grido di rabbia e di insofferenza all’ottuso ambiente musicale italiano. Fuori dal palco, fonda una sorta di factory warholiana e si ritrova alla guida di un team di fotografi, illustratori e stilisti. Torna alla musica, si mette alla prova come solista, sperimenta sempre. Tutto questo, e altro ancora, per arrivare a un esordio narrativo che in realtà è il risultato di una pratica iniziata da ragazzino, con la scrittura di racconti fantascientifici, e mai abbandonata. Un vero artista “indipendente”, Fornari, che non poteva essere accolto in una casa editrice più giusta.
Qualcosa di naturale è un romanzo di circa trecento pagine, diviso in due parti di uguale lunghezza, ma diverse per molti aspetti. Tra queste due parti possiamo immaginarne un’altra, non narrata: si chiede al lettore un piccolo sforzo, per comprendere il vuoto narrativo, il silenzio destinato ad anni non raccontati, che però risultano fondamentali per il protagonista e per l’inversione di marcia che effettua nella seconda parte della storia.
Incontriamo Samuele quando ha circa otto anni, e un fratello, Elia, più piccolo di tre anni, due genitori un po’ turbolenti e un nonno “mutilato” della moglie appena scomparsa. Intorno, una marea di dischi e una serie di personaggi più o meno particolari che convivono con la sua famiglia in una casa che sa di caffè e di sale e delle sigarette dei grandi. Samuele ha anche degli amici, con i quali condivide lo spazio di un quartiere grigio, sotto un cielo nascosto alla vista che accoglie il profilo delle tante ciminiere della fabbrica del vetro – un vero quartiere nel quartiere – la cui sirena scandisce il tempo della comunità e ne regola le attività. Samuele ha già capito che la vita è un’occasione irripetibile e cerca di comprenderla meglio scrivendo; sa che bisogna viverla fino in fondo e con determinazione: questa caratteristica lo porta a non chinare il capo dinanzi alle ingiustizie, a difendere i deboli, a finire in una classe differenziale e, poi, a diventare il leader di una rock band. Samuele, da sempre affetto da una sorta di “maledizione” che lo costringe a vedere in anticipo il decadere delle cose, a un certo punto della sua esistenza subisce il fascino della ricchezza, lo scintillio degli agi e di valori che mai aveva considerato tali. Incontra Monica, (forse) se ne innamora, si lascia sedurre e travolgere dal lusso e dalla comodità che la avvolgono.
È stato suo padre a convincermi a finire il liceo.
Sua la spinta verso l’iscrizione a Biologia.
Io, che degli articoli di «Le Scienze» non capivo un cazzo.
Io che in matematica non sono mai andato oltre il 4.
È stata sua madre a convincermi che le Clarcks sono meglio delle Adidas.
Che le camicie sono meglio delle T-shirt.
Io che di abbottonato ho indossato solo jeans.
Io che mi sono sempre vestito per combattere.
I genitori di Monica, i Plasmon, come li chiamo con lei, mi stanno modellando per vedere se c’è modo di trasformarmi in un ragazzo adatto alla figlia.
Io, Pongo, come mi chiama lei ridendo, mi lascio plasmare in una nuova forma.
Transformer.
È camouflage, le dico.
Sotto resti quel che vuoi, sì, amore.
Come fai ad amarmi con queste scarpe?
Non sono poi così male, fanno bohémien. Allacciale, però.
Pongo ubbidisce, convinto di costruire un cavallo di Troia.
Pongo ubbidisce, convinto di minare il sistema dall’interno.
Pongo ubbidisce e si pensa acqua che filtra sotto la guaina fino agli ingranaggi.
Ruggine, Monica.
Cos’hai detto, amore?
Niente, usciamo.
Una corsa folle, l’illusione di avere il controllo delle cose, le idee chiare, tenere la direzione giusta, conservare la lucidità, cambiare le cose dall’interno…poi il buio, una sterzata, il rumore assordante, l’impatto. Cambia tutto.
Nella seconda parte, dopo circa quindici anni, troviamo un Samuele elegante e solo, lontano ormai anche dalla moglie e dalle figlie, e molto stanco. Samuele torna al quartiere, agli amici abbandonati, e a Sara, la sua ragazza di un tempo, che sembra ancora guardargli dentro con una lucidità spietata. Sara lo mette a nudo, e gli sbatte contro tutte le scuse abilmente costruite a legittimare una scelta che nessuno aveva compreso, ma che tutti avevano vissuto come un tradimento. Gli fa notare, inoltre, che il tradimento più grave Samuele lo ha inflitto a se stesso. In questo cammino a ritroso, tra chi è rimasto e chi è andato via per sempre, tra chi ha voluto smarrirsi e chi non riesce più a trovare una ragione per esserci; in questo tempo di strumenti musicali lasciati muti in cantina e di sogni dismessi come abiti vecchi, le parole, i dolori, e le delusioni, vengono gridati a mezza voce, senza quasi più forza, ma con una coscienza paurosa.
La solitudine è una nebbia che si abbassa ogni giorno, a penetrare le esistenze dei più deboli, a sbiadire i contorni delle figure vicine, a fare più dense le distanze, più grigio il grigio. All’immediatezza comunicativa della prima parte, succede una difficoltà a capire e a capirsi, e a vedere con gli occhi degli altri. Eppure, in questa parte del romanzo, il lettore osserva le cose proprio attraverso gli occhi degli altri personaggi che, con un punto di vista che si frammenta, offrono un Samuele che può guardarsi dall’esterno. In questa parte ritroviamo soprattutto Dante, che è quasi un romanzo nel romanzo, e che ci accompagna verso un finale intensamente suggestivo.
Qualcosa di naturale è uno di quei libri che ci costringono a un’altalena di emozioni, e spesso sono emozioni forti, che ci tagliano il respiro. In una sola pagina accade la tenerezza e, poi, subito, la violenza. E ogni cosa rientra nei caratteri di un’autenticità estrema, perché le parole si combinano in una lingua così concreta e cruda che è impossibile dubitare: è la lingua dei ragazzi del quartiere, la lingua di chi vive imparando a difendersi e va veloce senza potersi pensare, senza potersi fermare. Il sesso, strumento di conoscenza di sé e dell’altro e del mondo intero, detta le parole da pronunciare, delinea anatomicamente e spiritualmente i protagonisti, li costruisce in carne e ossa e li proietta nello spazio e nel tempo. Li avvicina, ne rileva le differenze, li allontana per sempre. Li cala nella storia, poi li tira fuori dalla pagina, li mette faccia a faccia col lettore, precipita il lettore nella storia. E se il sesso serve a scandagliare gli animi e a comprendere le relazioni e la vita che succede intorno, il linguaggio indugia necessariamente sugli aspetti sensoriali, a captare odori, a descrivere suoni, a tracciare linee, a raccontare il tatto…
Alex Ezra Fornari ci consegna un romanzo che ha il carattere forte della vita spericolata – e pare rispolverare l’endiatri “sesso, droga e rock and roll”- che probabilmente non è la nostra vita, ma che riusciamo a sentire tutta, nello spazio di una lettura che ci sorprende pieni di tagli, e di segni nascosti e profondi, e con le guance rigate, a contemplare una umanità sparsa e bisognosa di ritrovarsi, in una luce nuova.
Lia Amen
Di te amo il dente spezzato quando ridi
E tutte le altre cose rotte che cerchi di aggiustare
Di te amo quella decisione che ti fa credere di potere fare qualsiasi cosa,
Basta volerlo senza smettere, dici.
Amo la tua testa aperta
Che ha abbattuto le staccionate piantate per rinchiudere i pensieri in spazi stretti
Amo il tuo odore, ogni tuo odore
Amo le tue mani, i tuoi occhi, il tuo collo, le tue braccia
E il tuo cazzo, che come te non si nasconde.
Ma sono un ragazzo con la vagina
E diventerò un uomo con la vagina
Vestito come gli uomini
Negli uffici, nelle fabbriche, nei negozi del centro
E come loro nasconderò qualcosa
Come loro sognerò qualcosa senza mai averlo
Qualcosa di naturale, se non fossi innaturale
Camminare per mano nel profumo dei tigli a giugno
Esser baciato sotto un lampione nella prima nebbia delle sere d’ottobre.
Se il cuore fosse un organo esterno tutti lo vedrebbero
Quanto ti amo
D.




