Libri Radio Ethiopia Alessandro Andrei

Published on Giugno 6th, 2022 | by Lia Amen

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Radio Ethiopia

Radio Ethiopia Alessandro Andrei

Alessandro Andrei, Radio Ethiopia, Les flâneurs Edizioni. Pag. 386, € 18

È vecchia come il tempo la metafora che avvicina il libro al viaggio, e così tutte le immagini che ne derivano, che trasformano il libro in aeroplano o in tappeto volante, o fanno delle sue pagine ali da indossare. Ma, come per tutte le immagini capaci di attraversare secoli e millenni, e di resistere alle infinite trasformazioni delle società che le prendono in prestito, possiamo dire che il fascino di questa suggestione è davvero inossidabile e perciò destinata a durare negli anni che verranno. La metafora del libro/viaggio è vera come il tempo. 

E però cosa accade quando, voltando la copertina e i risguardi, ci immergiamo tra le pagine di un volume che racconta realmente di un viaggio? Forse allora inizia un’avventura che, non soltanto ci immette in situazioni potenzialmente nuove e a contatto con personaggi mai incontrati, ma ci conduce “davvero” in luoghi lontani e sconosciuti che probabilmente sogniamo di visitare da sempre. E se il viaggio corrisponde a una somma di viaggi? Se le strade da percorrere attraversano luoghi fisici ma anche interiori  spostano la nostra piccola esistenza sulla barra del tempo, restituendoci gli occhi della tarda adolescenza e poi di una giovinezza all’incrocio con l’età adulta, cosa accade? Può accadere che il pensiero torni continuamente al nostro vissuto: alle scelte fatte, ai conti che non tornano e a quella voglia di lasciare tutto e andare, che qualche volta ci accarezza come una possibilità reale ma che spesso resta un pensiero disperato, destinato a perdersi. Se tutte queste sensazioni si mescolano tra loro, è possibile che stiate leggendo Radio Ethiopia: il romanzo che Alessandro Andrei ha pubblicato nel 2021 con Les flâneurs Edizioni, nella collana “Bohémien”. Ma quello di Alessandro Andrei – parmense, viaggiatore, esperto di arte, appassionato di musica e letteratura – è un romanzo di esordio che probabilmente vi siete persi, e in tal caso potreste recuperarlo, soprattutto se vi piace l’idea di attraversare tutte le declinazioni del “viaggio”. L’autore riesce a riversare in questo lavoro le sue più grandi inclinazioni e l’attitudine a indagare l’animo umano, sino a sfiorare grandi interrogativi sul senso dell’esistenza, portando il lettore a un coinvolgimento emotivo importante, che non soltanto lo tiene incollato alle pagine, ma lo induce a riconoscersi nei protagonisti e nei tratti di una generazione, e nei segni di un’epoca ormai passata, fino a spingerlo a guardarsi dentro e a ripensare al pezzo di strada già attraversato.

Andrea Barezzi arriva alla fine delle sue giornate con la sensazione di essere in trappola. Tra riunioni, contratti e impegni da rispettare, sempre in corsa per far quadrare i conti di un’azienda che gli garantisce una vita agiata, c’è un bilancio in negativo – che riguarda la sfera sentimentale e le sue più profonde aspirazioni di vita – e una scadenza sempre più vicina: i suoi quarant’anni. In seguito a un incontro d’affari particolarmente estenuante, allontanato per un soffio il rischio del fallimento, arriva, tramite un messaggio, la disperata richiesta di aiuto di Marcello: l’amico di una vita ormai trasferitosi in Etiopia con la sua famiglia. Andrea non esita un momento e decide di partire per Addis Abeba. E tira fuori una determinazione ferrea con la quale si appresta ad affrontare numerosi ostacoli, senza esitazione e con grande coraggio. Sembra poter radunare in aiuto dell’amico tutte le energie che evidentemente non era riuscito a spendere per se stesso, tanto che la ricerca di Marcello coincide con una ricerca più intima, e il viaggio attraverso il continente africano si trasforma in un viaggio nel proprio passato. Un passato che riaffiora e certe volte si leva con violenza, come il vento del deserto, poi si ricompone agli occhi di Andrea e porta con sé una consapevolezza nuova, che aiuta il nostro protagonista a ricostruire le ragioni di molte scelte e a leggere da una prospettiva diversa le relazioni con le persone più importanti della sua vita, e a guardare con occhi nuovi agli errori commessi. E, viaggiando, Andrea torna col ricordo ad altri viaggi, e a luoghi lontanissimi, che sembrano ora irraggiungibili come le occasioni perdute. E rimette in discussione se stesso, comprende più a fondo il valore di ogni singolo gesto, o l’espressione precisa scolpita in un dato momento sul volto dell’amico, che non aveva saputo leggere. E mentre ricorda con dolore le incomprensioni e le ferite sempre aperte, e quelle spaccature profonde tra sé e i suoi genitori, si fa strada in lui l’esigenza di sentirsi cullato attraverso un ricordo dolce, che riaffiora con delicatezza riportandolo a una primitiva epoca di innocenza. E quegli stessi messaggi della madre che solitamente lo avrebbero irritato, suscitano in lui una forza conciliante, accanto al desiderio di esprimere i sentimenti più naturali e più difficili da manifestare. Gli scenari sconfinati dell’Africa lo riavvicinano ai cari che sentiva distanti, risvegliano in lui un nuovo e più autentico sentimento del tempo e, soprattutto, lo riavvicinano alla parte più segreta di sé, all’ “io” di un tempo passato che non aveva saputo ascoltare. Il lettore balza, attraverso i pensieri del protagonista, da un evento all’altro della sua esistenza, e trova con lui una chiave di lettura per arrivare al senso delle cose vissute e, ora che quelle cose vissute appaiono sotto una luce nuova, in discussione vengono messe le abitudini stesse di una umanità spaesata, allucinata da valori falsi ed evanescenti. Il vento del deserto trascina via tutto ciò che non è essenziale, e con l’aiuto di Kamal – personaggio fondamentale, che lo accompagna nella sua avventura con grande umanità, con fedeltà e coraggio – Andrea conquista uno sguardo nuovo sulle cose, così, mentre Marcello sembra sempre più lontano e irraggiungibile, lui recupera quella parte di sé rimasta a lungo inascoltata.

Radio Ethiopia è il racconto di molti viaggi, evocati in un unico viaggio che li comprende tutti e che restituisce senso a ognuno di questi, attraverso il ricordo, che permette di conservare e capire, attraverso sensazioni che tornano a ravvivare istanti perduti e sentimenti repressi, attraverso una musica che detta il ritmo a ogni singolo gesto dell’esistenza e che a questa imprime una marcia, e fa sentire vivi persino quando il peso di tutte le cose inutili si è fatto opprimente. È il viaggio nella notte che non vuole finire, fatto di sigarette che brillano e di fuochi che costruiscono ombre nuove, dove il freddo pungente ha preso il posto del caldo asfissiante e ci mette ancora a dura prova, ma che ci scoprirà all’alba con una consapevolezza palpabile e con una forza utile a ripartire. 

Andrei conduce il lettore a osservare le mille contraddizioni di un porzione di mondo particolarissima, dove una modernità inattesa si scontra con la povertà e la violenza. Una regione misteriosa che richiede forza interiore e impegno continuo, per sostenere la luce accecante che confonde, e poi fissare lo sguardo nel buio più profondo, e in quel buio riuscire a trovare ciò che avevamo perduto, e che forse nemmeno sapevamo di rincorrere. Attraverso il percorso di crescita e di liberazione di Andrea può accaderci di ricordare quella ricerca tutta nostra, che una volta abbiamo soltanto immaginato, con timidezza, o che abbiamo portato a termine, con coraggio, o che forse ci tiene impegnati nel tempo presente. Con una lingua che sembra avvolgere i pensieri del protagonista, e che dà corpo a tutte le sue sensazioni, che disegna paesaggi ignoti raccontati soprattutto per colori e odori, l’autore mette il lettore vicinissimo ad Andrea, e lo fa passare di hotel in hotel, e attraverso distanze silenziose, dove la compagnia più rassicurante resta la musica, anche quando scarica con forza tutta la sua energia, persino quando si fa aggressiva e selvaggia: resta la musica, a unire luoghi e tempi lontani, a congiungere parti di noi dimenticate eppure sempre vive. Resta la musica, linguaggio comune in un mondo disordinato, ad accompagnarci attraverso le migliaia di chilometri di distanza che abbiamo messo tra noi e la nostra casa, tra noi e la nostra giovinezza, tra noi e i nostri istinti più segreti, tra noi e le relazioni affettive che credevamo perdute, ma che ci tenevano compagnia in silenzio. Resta la musica, unica salvezza, stella polare capace di farci avanzare nel deserto della nostra esistenza.

Lia Amen

Avvicinandoci ai trent’anni avevamo capito invece che le nostre rivoluzioni, le nostre battaglie, erano state inutili piagnistei postadolescenziali, che i movimenti attorno ai quali eravamo cresciuti, si stavano spegnendo come noi stessi, Il Grunge, il Britpop, le Adidas Gazelle, gli anfibi portati slacciati, il Barbour, le Clark, i Marlene Kuntz, gli Afterhours, Mao e la Rivoluzione, le serate al mercoledì nei club di provincia stavano scomparendo, invecchiando al pari dei nostri sogni.

Erano anni in cui si pensava di essere liberi e che senza molti sforzi lo saremmo stati per sempre.

E adesso?

Avevo ripensato allora a Marcello, al viaggio negli Stati Uniti che avrebbe dovuto cambiare tutto, ai sogni e alle aspettative che avevo costantemente disilluso per paura di fallire. Vendere quell’azienda non significava solo lasciare andare un pezzo della mia vita, ma anche sbarazzarsi di una difesa, dell’unica giustificazione al mio non scegliere, era l’ultima occasione per capire chi fossi davvero, la sola opportunità per consegnare il futuro al domani.

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