Interviste

Published on Novembre 20th, 2022 | by Carla De Felice

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L’individuo superfluo – Quattro chiacchiere con Francesco Tripaldi

Francesco Tripaldi è un giovane poeta nonché avvocato specializzato in materia di protezione dei dati personali. Nel 2019 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesia: Il machine learning e la notte stellata per LietoColle Editore. In quell’occasione ho fatto con lui quattro chiacchiere che potete leggere qui. A distanza di due anni, rieccomi a parlare con Francesco della sua nuova raccolta di poesie dal titolo L’Individuo superfluo (Ronzani Editore).

Ciao Francesco e ben tornato su una banda di cefali. Due anni fa ti ho intervistato sulla tua raccolta Il Machine Learning e la notte stellata (sempre edito da LietoColle) e ho sottolineato che era la prima volta che intervistavo un poeta. Beh a distanza di due anni, continui ad essere l’unico poeta che ho intervistato, perciò ti chiedo di nuovo scusa se le mie domande presenteranno delle imperfezioni o saranno poco tecniche.
La mia prima curiosità riguarda questa nuova raccolta: com’è nato l’Individuo superfluo e cosa lo differenzia rispetto al Machine Learning e la notte stellata?

Secondo me dovresti dilettarti con più poeti, la vostra è una visione differente e cambiare punto di vista tal volta regala letture sorprendenti. Ad ogni modo, venendo alla tua prima domanda, si tratta di una genesi semplice. Durante la revisione di bozze del Machine learning e la notte stellata, dalla raccolta – per scelta editoriale – sono stati e spunti alcuni brani che pure erano strettamente connessi alle tematiche trattate all’interno della stessa. Su questi brani “orfani” ho continuato, quindi, la riflessione iniziata con il Machine learning e la notte stellata approfondendo i temi del rapporto individuo/tecnologia; individuo/lavoro; individuo/ambiente digitale; memoria/oblio; presenza/assenza etc. La differenza è forse data da un taglio più profondo (il curatore della collana ha scomodato la parola: filosofico, ma io non mi azzardo) che vuole esortare all’acquisizione di una maggiore sensibilità e consapevolezza dell’ambiente digitale in cui oggi viviamo.

Rispetto alla raccolta precedente, questa volta il numero di testi in prosa è decisamente maggiore. Come mai questa scelta e quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa forma letteraria rispetto ai componimenti poetici “più tradizionali”?

È una scelta nata dall’esigenza espressiva che mi ha permesso di ospitare riflessioni che mal si coordinavano con la forma più classica dei versi poetici ma che allo stesso tempo cavalcava lo spirito più “epico” di alcuni componimenti che avevano l’obiettivo di fungere da manifesto, da vessillo dell’idea di fondo dell’opera: il riposizionamento dell’uomo al timone dell’evoluzione tecnologica.

Siamo nell’epoca digitale e una delle componenti più presenti della tua poesia è la tecnologia. Di professione sei avvocato specializzato in materia di protezione dei dati personali, quindi immagino che la tecnologia sia una componente importante anche del tuo lavoro. Cosa rappresenta la tecnologia per il tuo lavoro poetico e cosa invece per la tua professione? Le due visioni riescono ad incrociarsi o si scontrano?

Il dovermi relazione quotidianamente per lavoro con sistemi che trattano dati personali è sicuramente grande fonte di ispirazione per me. Tuttavia, ciò che scrivo non è una diretta emanazione del mio lavoro ma più la miccia per una riflessione a più ampio raggio che investe tutti gli aspetti della vita e del mondo in cui viviamo. Da un punto di vista, invece, strettamente professionale le nuove tecnologie sono una sfida ma anche uno stimolo soprattutto da quando hanno trasceso il mero approccio mimetico della natura e hanno cominciato a prefigurarci un nuovo modo di intendere la realtà creando logiche e dinamiche inedite.

Francesco Tripaldi, L’individuo superfluo, Ronzani editore, collana Lietocolle, 2022. PP 113 €12,00

In Di ludopatia, gruppi di pressione e succo di pompelmo hai scritto una frase che mi ha molto colpita e con cui sono molto d’accordo “l’importante è non rimanere troppo a lungo con l’essere più terrificante del mondo, sé stessi.” Perché secondo te abbiamo tutt* così paura di noi stess* e perché siamo così spaventat* da conoscerci realmente e profondamente? Qual è il tuo rapporto con te stesso e che ruolo svolge la poesia in questo?

È un tema assai complesso ma centrale in questa nuova raccolta. A mio parere, da un lato riuscire a capire chi siamo davvero dovrebbe essere un obiettivo da raggiungere per amore di coscienza e verità dall’altro, tale raggiunta consapevolezza ci impone di vivere alla sua altezza e quindi confrontarsi con tutto ciò che non approviamo, non ci piace o comunque diverso/distante da noi quando magari in alcune occasioni sarebbe più diplomatico far buon viso a cattivo gioco, cedere alla moda del momento e omologarsi per quieto vivere. Inoltre, scoprire il nostro vero sé potrebbe non essere una scoperta così piacevole. Questo percorso potrebbe, infatti, mettere a nudo dei tratti della nostra personalità che abbiamo represso consapevoli che difficilmente sarebbero stati accettati dalla società o ancora riscoprire tratti del nostro carattere che per loro natura ci renderebbero antipatici o invisi agli occhi degli altri. La difficile convivenza, l’equilibrio precario tra il riconoscere, rispettare e far rispettare ciò che siamo e riuscire a convivere in una società complessa, esigente e stressante come quella odierna è stato amplificato ancor più dalle nuove possibilità che la tecnologia ci ha donato. Farsi consegnare la spesa a casa scegliendo i prodotti online, oggi è possibile; leggere i giornali, guardare film, incontrare clienti/colleghi/amici/parenti lontani; attivare un finanziamento o un conto corrente, oggi è possibile farlo online e se certamente ciò appare potenzialmente in grado di semplificare la vita di tutti allo stesso tempo ha portato molte persone – per le ragioni più varie tra cui quelle discusse – a isolarsi in maniera radicale. Questo fenomeno prende il nome di hikikomori e nelle sue forme peggiori può spingere queste persone fino al suicidio. Oltre al brano che citi, questi temi sono ripresi in svariati componimenti de L’individuo superfluo, solo per citarne alcuni: Suicide poser, Dinamica asociale, Cinica clinica etc. Ecco il perché, dunque, della frase che citi nella tua domanda. Restare soli con sé stessi a volte può spaventarci a morte.

Uno degli aspetti che apprezzo di più nella tua poesia è il tuo restare serio senza però prenderti troppo sul serio e mantenendo sempre un sottile velo di ironia. Questo per me è fondamentale, nella vita e nell’arte. Cosa rappresenta l’ironia per te e come ti aiuta nella poesia?

I temi trattati nella raccolta sono molto densi e in alcuni casi non propriamente allegri, pertanto, sdrammatizzare di tanto in tanto è necessario sia per rendere più fruibile la raccolta sia per comunicare meglio con il lettore. La disposizione interna dei pezzi è stata dosata proprio in quest’ottica, cercando di alternare componimenti più cupi con altri – almeno apparentemente – più leggeri. Inoltre, possiamo aggiungere che l’ironia che ritroviamo nei brani è spesso tagliente perché si pone sempre come obiettivo quello di dare una scossa al lettore e spingerlo a fare i conti con realtà che lo riguardano in prima persona. A me piace molto poi mescolare stili e registri linguistici anche perché ricalca bene il vivere digitale attuale ed il passaggio senza soluzione di continuità tra una fake news di Facebook, l’articolo del professionista su LinkedIn, il documentario di Netflix o le battute col collega preferito sulle piattaforme di lavoro aziendali.

In Monolocale parli di questo “ingrato dono che gli anglofoni definirebbero effortless style” ma che tu chiami “con il suo nome originario: sprezzatura”. Mi spiegheresti un po’ che cos’è la sprezzatura per te e quanto questo atteggiamento influisce sulla tua poesia?

Sprezzatura è un termine in voga durante il XVI secolo italiano associato prima all’ambito compositivo e musicale e poi declinato in un’accezione comportamentale che descrive una condotta disinvolta di naturale confidenza di sé e dei propri mezzi. Anche questo è un po’ un tema “manifesto” indirizzato a chi si ostina ancora a legare la poesia ad un canone o a relegarla ad una dimensione elitaria invece che renderla scintilla di discussione, miccia per la condivisione e la circolazione delle idee, combustibile per nuovi movimenti letterari.

Io sono germanista appassionata di lingua tedesca da tempi immemori e ho molto apprezzato la scelta di inserire termini tedeschi come Drachenfuetter e Beinaheleidenschaftsgegenstand, che in italiano non sono traducibili, ma tu sei stato bravissimo a illustrarli nei tuoi versi. Come mai questa scelta così insolita?

Semi-citando una canzone di De André mi piace molto collezionare parole complicate, queste due in particolare sono così dense di significato da poter costituire di per sé delle poesie. Drachenfutter significa: timoroso suono di pace in seguito ad una disputa e racchiude un concetto ed un momento, a mio avviso, splendido da figurarsi. Un momento che ti catapulta direttamente in uno stato d’animo di serenità in cui ti pare di aver superato ogni difficoltà. Mentre Beinaheleidenschaftsgegenstand indica qualcosa che si avvicina all’amore, ci lascia pensare che lo sia per poi alla fine rivelarsi tutt’altro. Anche questo vocabolo contiene dentro di sé un mondo, il mondo di chi confonde uno spasmo cardiaco con un colpo di fulmine, la storia di una notte con l’amore di una vita, la cortesia professionale con delle avances o viceversa, l’infausto destino del compagno della mantide religiosa, l’amore per un’idea con l’indottrinamento. Sono queste parole che hanno reso poetici i miei versi e non il contrario.

Cosa influenza in generale la tua poesia? Chi sono i poeti o le poetesse che hanno svolto un ruolo nella tua formazione e consapevolezza poetica?

Ad essere sincero, io non sarei capace di individuare un vero e proprio riferimento, in questa raccolta alcuni hanno individuato richiami a Pasto Nudo di Burroughs e a Dinosauria, we di Bukowski ma anche alla Pioggia nel pineto di D’annunzio, altri ancora ci hanno visto afflati alla Battiato, i temi del “capitalismo della sorveglianza” di Shoshana Zuboff ola cifra del realismo terminale di Guido Oldani, solo per fare alcuni esempi. Io posso dire sicuramente sì ma anche sicuramente no. Le mie letture, infatti, vanno dai provvedimenti del Garante per la protezione dei dati personali, alla saggistica antropologica, passando da molta poesia ovviamente (anche di validissimi giovani poeti), fino ai fumetti, ai graphic novel, ed alle istruzioni della lavatrice. Probabilmente, quindi, tutto quello che mi ha in qualche modo colpito è stato inconsciamente processato, elaborato e reinventato per riuscire a descrivere con le parole e nei modi che ritenevo più adeguati i concetti e le sensazioni che volevo raggiungessero il lettore.

Ultima domanda di rito: so che L’individuo superfluo è uscito solo da qualche mese, ma a quando la prossima raccolta?

Sicuramente posso dirti che ci sto lavorando e che – anche nel medio periodo – potrebbe esserci delle sorprese ma intanto sto cercando di godermi quanto più possibile il percorso di promozione de L’Individuo superfluo ed il confronto sempre edificante con i lettori.

Intervista a cura di Carla De Felice

E-POCA

Se cerchi nel web
il web cerca dentro di te;
senza nemmeno faticare tanto.

L’e-pica della pirateria informatica:
segreti industriali,
cordoni ombelicali digitali,
ricette per biscotti in linguaggio binario.

L’aspetto coloniale di una faccenda post imperialista
è il nostro vivere di esigenze improcrastinabili,
di amori a grandi linee.

Questione di evoluzione convergente.
Come certe fragole
siamo rossi solo in superficie.
Un cupio dissolvi
di corpi celesti e beta bloccanti.


POESIA + IVA

Se la mia mente fosse il vagone silenzio del Frecciarossa
potrei fare schhhhh ai miei pensieri
ed avere un confronto costruttivo
con la realtà che mi circonda.

A questa poesia va aggiunta l’IVA.

Pensi che sia facile per me
vivere sereno sapendo che
tra preso e perso
tutto dipende dalla posizione della “erre”?
Soprattutto se parliamo di treni!

Pensi che sia facile per me
riuscire a tollerare
la sfrontatezza del piccione
che nella più tronfia inconsapevolezza
vive a petto in fuori in piazza Duomo?

Pensi che sia facile
hackerare la scatola nera di Dio
e sfidare la sua ira?!

A questa poesia va aggiunta l’IVA.

Pensi che sia facile per me
vivere sereno conoscendo
le difficoltà degli asiatici
nella pronuncia della “erre”?

Soprattutto se si parla di lutti, soprattutto se si parla di elezioni

Pensi che sia facile per me
tollerare che la schiavitù
sia ancora il modello di business
più scalabile in assoluto e così sia!

A questa poesia va aggiunta l’IVA,

Pensi che sia facile per me
gettarmi tra le braccia di una musa
o di una venere qualunque
per scrivere due frasi,
che tanto non significano niente,
e star qui, davanti a voi
a cercare comprensione?
Pensate che mi piaccia?

La mia venere è Afrodite,
ma di Milo,
e non ha braccia.

Perciò, se non riconoscete
il mio precipitare,
il mio bisogno di dormire
senza l’ansia di sognare,
se non riuscite a vedere
il mio corpo crivellato dai fori
che mi hanno fatto le parole
non avete capito che la poesia
è una cosa viva

alla poesia va aggiunta l’IVA,

e voi siete tutti evasori.

 

POESIA ARTIFICIALE

Non c’è nulla di più stupido
dell’intelligenza artificiale,
perché ciò che impara lo apprende da noi.
Non riuscirà mai a comporre una poesia perfetta,
restando in silenzio.

 

 

Testi tratti da L’individuo superfluo, di Francesco Tripaldi, che potete acquistare qui.

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L'unico vero realista è il visionario.



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