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Published on Marzo 26th, 2025 | by Fabio D'Angelo

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Playlist per Chi Legge, per Chi Non Legge, per Chi Aspetta

Ogni tanto succede. Che sei lì, magari sei in fila, che poi non è che cambia molto dove. Alla posta, dal medico, al semaforo che tanto è rosso da venti minuti, oppure aspetti il treno della metro che non arriva mai, e uno, così, senza pensarci neanche troppo, si gira e ti fa:
— Ma la letteratura serve ancora?
Così. Sereno. Come se ti chiedesse se poi l’hanno sistemata la rotonda.
E tu non è che non lo sai. È che non sai se dirlo. Perché potresti metterti lì e fare quello che c’ha la risposta pronta, tipo:
— La letteratura è fondamentale, ci salva, ci rende umani.
Oppure potresti dirgli la verità. Che non lo sai. Che forse non serve a niente. Però, nel dubbio, non la butti via. La letteratura. Come il bigliettino col numero del medico di base che hai infilato nell’agenda del 2008. Scritto a penna. Che non si sa mai.

A me, per dire, piace raccontarmela. Dire che leggere un libro cambia le cose. Come quando ti innamori, come quando ti metti a dieta, come quando compri l’abbonamento in palestra a settembre e dici: “stavolta sì”. Poi magari no. Però almeno hai un alibi. E quando va male — che va male, lo sappiamo tutti, va sempre male, più o meno — ci scrivi sopra qualcosa. O, se ti va bene, lo scrive qualcun altro. E la canta pure meglio di te. Io, per esempio, ho un amico. Fa il professore di lettere.
Si sveglia tutte le mattine alle sei, prende il treno, si fa quaranta minuti da pendolare e poi spiega Omero e Céline a dei ragazzi che lo guardano solo quando esclama: “interrogazione a sorpresa”.
Il suo sogno però è suonare in una cover band dei Radiohead. Lo so, fa molto anni Novanta, ma è così. Dice che la letteratura serve solo a ricordarci che siamo sempre quelli lì. Da Omero a Guccini, passando per Pavese, facciamo sempre le stesse cose. Ci innamoriamo delle persone sbagliate, ci mettiamo in testa di cambiare tutto, lavoro, città, vita, e poi restiamo dove siamo. E scriviamo qualcosa. Una poesia, una canzone, un post su Facebook, e dopo cinque minuti ci pentiamo. Ma siamo sempre noi. Cambiano le scarpe, cambiano i treni, cambiano gli algoritmi, ma noi no.
E non è una brutta notizia.
Poi ci sono quelli bravi. Che le cose le raccontano meglio. Quelli che ti fanno credere che leggere un libro può cambiare davvero tutto. E magari non è vero. Ma intanto lo pensi.
Questa, per dire, è una playlist.
Per chi legge. O per chi si è dimenticato di leggere. O per chi aspetta.
Il treno della vita, magari.
Otto canzoni e tre dischi che dietro c’hanno un libro. Non serve averli letti, i libri. Ma se poi ti viene voglia, meglio. E se non ti viene voglia, va bene lo stesso.

Non al denaro non all’amore né al cielo – Fabrizio De André

De André si legge Spoon River e ci tira fuori un disco. Sembra un disco fatto apposta per quelli che stanno sul balcone la sera, a guardare le finestre degli altri e a pensare:
— Ma dietro quelle luci lì, ci sarà uno che si sente come me?
La risposta è sì. Ma non lo saprai mai. E va bene uguale.

Scentless Apprentice – Nirvana

Kurt Cobain legge Il profumo. Quello di Süskind, sì. Quello del tipo che non aveva odore. E ci scrive Scentless Apprentice. Ma non è che sta parlando di Jean-Baptiste Grenouille. Sta parlando di lui.
Di noi. Che ci sentiamo invisibili e allora, quando va male, urliamo.

Exit Music (For a Film) – Radiohead

Thom Yorke canta come se Romeo e Giulietta si fossero svegliati tardi. Non tardi per scappare di casa. Tardi e basta. Ma ci provano lo stesso.
E ogni tanto fa bene.

Il primo dio – Massimo Volume

Emidio Clementi legge Il primo dio, Emanuel Carnevali. Uno che ha fatto il lavapiatti, il fattorino, il morto di fame.
E ci tira fuori una canzone che sembra una confessione. Di quelle che si fanno al bar, quando stanno tirando giù la serranda.
E tu sei l’ultimo, e non c’hai voglia di andare a casa.

Burattino senza fili – Edoardo Bennato

Bennato prende Pinocchio e lo piazza nel 1977. Dice che i fili non si vedono più, ma ce li abbiamo lo stesso.
Anche quando pensiamo di essere liberi.
E poi c’è L’isola che non c’è. Che c’è se ci credi. E c’è lo stesso se non ci credi. Solo che ti fa meno compagnia.

Bardamu – Vinicio Capossela

Capossela legge Céline e ci fa una canzone. Ci mette dentro il vino rosso, gli addii, la gente che si cambia la pelle come le camicie.
E alla fine non ti ricordi se l’hai vissuta o se l’hai solo sognata. O magari fai finta di non ricordartelo.

I milanesi ammazzano il sabato – Afterhours

C’è questa cosa, che uno pensa che il sabato sia un giorno bello. Che non si lavora, che si esce, che ci si diverte. E invece no.
Il sabato è il giorno in cui Milano si ferma. Che non è una cosa che succede spesso, che Milano si ferma. Però succede. E quando succede, si sente.
Si sente che c’è qualcosa che non torna. Che uno si sveglia, magari anche tardi, fa colazione tardi, e poi guarda fuori e non succede niente. E allora ti viene in mente Scerbanenco. Che anche lui, i milanesi, li faceva ammazzare il sabato.
E la noia, che uno dice: “è solo noia”, ma non è vero. È una roba seria. La noia ti entra dentro piano piano, tipo uno che finge di essere gentile e poi si siede sul divano e non se ne va più.
E gli Afterhours, questa cosa qua, l’hanno capita. Che il sabato non è un giorno da vivere. È un giorno da sopravvivere.

Cirano – Francesco Guccini

Guccini prende Cirano de Bergerac, gli dà una sistemata. Gli raddrizza il naso, più o meno. E ci scrive una canzone che è un duello. Di parole.
Alla fine ride. Come se avesse perso.
Ma ride.

Alice – Francesco De Gregori

De Gregori scrive Alice. Tu pensi a Lewis Carroll. Ma poi c’è Pavese, e ci sei anche tu.
E capisci che parla di te.
Anche se un gatto non l’hai mai avuto.

The Ghost of Tom Joad – Bruce Springsteen

Springsteen prende Tom Joad, Furore. Lo fa diventare un fantasma che cammina lungo i binari.
E non ti lascia dormire.
Ti dice che non sei l’unico che non ce la fa.
Ma bisogna andare avanti. Anche se non si sa bene perché.

Tender – Blur

Damon Albarn, quando scrive Tender, si è appena lasciato.
Cita Fitzgerald, che citava Keats. Una catena di cuori rotti che arriva a te.
E mentre canta: “come on, come on, get through it”, quasi quasi ci credi.

Moby Dick – Banco del Mutuo Soccorso

Il Banco prende Moby Dick e ci fa una canzone.
Sembra il sogno di uno che si è addormentato sulla spiaggia, dopo aver bevuto troppo.
La balena c’è. Ma non è una balena. È quello che inseguiamo. E che, se ci va bene, si stufa prima lei.

Il mare verticale – Paolo Benvegnù

Il titolo l’ha preso da Giorgio Saviane. Il mare non c’è. Ma è verticale. Basta quello. È una canzone che non si canta. Si tiene.
Come una lettera mai spedita. Ferite da chiudere, cuori che scoppiano. Le cose passano, tu guardi. Non capisci. Ma senti.
Se uno ti chiede a cosa serve la letteratura, gliela fai sentire. E non dici niente. Certe cose non si spiegano. Si sfiorano.
Come il mare. Quando è verticale.

Fabio D’Angelo

 

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About the Author

è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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