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Published on Settembre 17th, 2025 | by Fabio D'Angelo

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Non era un mostro strano: il libro che ti fa sedere lato finestrino

Non era un mostro strano

Gianni Montieri, Non era un mostro strano, 66THAND2ND

Non era un mostro strano (66thand2nd) è un libro di Gianni Montieri. Già il titolo, che sembra rubato a un verso di Guccini in vena di understatement ferroviario, ti prepara a qualcosa che non sarà il solito romanzo. Non c’è trama, o meglio: la trama è il treno stesso, questo mostro strano che in realtà non lo è, perché vive da sempre tra noi come un animale addomesticato che ogni tanto però morde (vedi: ritardi, soppressioni, scioperi selvaggi, macchinisti che si dimenticano i passeggeri nelle stazioni minori*). Montieri, che di treni ne ha presi a decine, anzi centinaia, anzi forse migliaia, ha scritto il suo vero diario di bordo, un memoir collettivo che odora di rotaie e caffè bruciato.

*non è una leggenda urbana: cercate “passeggeri dimenticati treno” su Google e aprite un mondo parallelo di cronaca nera ferroviaria.

L’arte del finestrino come disciplina interiore

Chi viaggia in treno conosce quella sensazione: ti siedi, tiri giù il tavolino, accendi (forse) il laptop, ma dopo cinque minuti sei ipnotizzato dal finestrino. Non importa se fuori ci sono campi di mais, palazzoni industriali, greggi o solo la coda di un tir incolonnato sulla A1. Ecco, Montieri eleva questa attività apparentemente inutile a una specie di zen da pendolare. In Non era un mostro strano si racconta proprio questo, che guardare fuori non è un passatempo, è la sostanza stessa del viaggio. E sì, qualcuno potrebbe obiettare: “Ma anche in aereo si guarda fuori”. Vero, ma provate a distinguere la Brianza dall’Emilia da 10.000 metri di quota, con la nuvoletta di EasyJet che vi ostruisce la visuale. Non è la stessa cosa.

Binari che sanno di Storia (con la S maiuscola)

A un certo punto Gianni Montieri smette di raccontare incontri con passeggeri improbabili e si infila nei binari della Storia, dove il treno non è solo un simbolo poetico ma anche un memento mori nazionale. Bologna 1980: l’orologio fermo alle 10.25. Balvano 1944: 500 persone soffocate in galleria. I sabotaggi partigiani di Ivrea. Non sono note a margine, ma testimonianze del fatto che il treno è stato (ed è ancora) un personaggio storico involontario, costretto a fare da teatro a tragedie e resistenze. Un po’ come quei comprimari che non parlano mai nei film ma senza cui la trama non avrebbe senso. E il bello è che Montieri riesce a scriverne senza trasformare il tutto in un libro di storia delle ferrovie: resti lì, in sospeso, come su un Intercity fermo per un guasto “tecnico non meglio specificato” (annuncio reale, sentito almeno dieci volte).

Quando la poesia viaggia in carrozza

Ecco, poi c’è lo stile. Non era un mostro strano è un libro che sembra scritto con la stessa mano con cui Montieri ha già fatto poesia. Non c’è prosa piatta, ma una lingua che funziona come un binario secondario: ti porta fuori strada, inaspettatamente, verso un casello che non sapevi esistesse. Ci sono riferimenti a Fabrizio De André, a Lucio Dalla, ad Anna Maria Ortese (che sul treno ci sarebbe salita con un cappotto verde scuro e una valigia troppo grande, immagino). È poesia travestita da cronaca di viaggio, o forse il contrario. E ogni tanto c’è quell’ironia sottile, tipo quando Montieri racconta delle coincidenze prese “per il rotto della cuffia”: e chiunque sia mai saltato giù da un regionale per rincorrere una Freccia in partenza sa che quella non è solo un’espressione, è cardiofitness applicata.

Perché comprare un biglietto (anche senza destinazione)

In definitiva, Non era un mostro strano non è un libro da leggere in poltrona (troppo comodo, troppo fermo), ma da aprire su un treno vero, magari uno di quelli regionali che si fermano in tutte le stazioni, anche quelle che Google Maps finge di non conoscere. È un libro che ti fa venire voglia di partire senza motivo, di accumulare ritardi come fossero punti fedeltà, di guardare i passeggeri e inventarti per ciascuno una biografia segreta. Perché il treno, come scrive Montieri, “è la parola prima della parola casa”. E chiunque abbia mai viaggiato sa che non c’è definizione più precisa di questa: casa non è dove arrivi, ma il posto da cui guardi il mondo scorrere, con un panino troppo caro in mano e la speranza che il controllore oggi non controlli.

Fabio D’Angelo

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About the Author

è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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