Ampi Margini di Gianni Montieri
Che a partire siam tutti bravi
«Gaetà, chi parte sa da che cosa fugge, ma non sa che cosa cerca» (Ricomincio da Tre)
Il mondo si divide in due categorie: chi odia le partenze e chi ha un problema dichiarato con i ritorni. Forse, è proprio per prendere una posizione che ne Le straordinarie avventure di Penthotal Andrea Pazienza cita Che Guevara (che forse a sua volta citava Fidel Castro) e scrive su un muro di Bologna una delle frasi più amate dai poeti di Twitter e Facebook: Mai tornare indietro, neanche per prendere una rincorsa. Come spiega Gianni Montieri nelle note di Ampi Margini, la sua nuova raccolta di poesie pubblicata a metà marzo da LiberAria Editrice nella Collana Penne, ritornare è di per sé un fatto molto complicato. Non solo perché il ritorno comprende già la partenza, ma soprattutto perché tornare significa far pace con se stessi e con i posti da cui si è partiti. Con i cambiamenti, le assenze e il senso di vuoto che il ritorno comporta. Con l’idea stessa del tempo che passa.
Hai ragione, è sempre la vita
Per questo in Ampi Margini ci sono innanzitutto i luoghi delle partenze e dei ritorni: Napoli, Milano, Venezia, Torino, Giugliano in Campania. C’è una casa da abbandonare e una nuova stazione in cui arrivare. Ci sono i quartieri, i rioni, le strade, i palazzi e i cortili da ritrovare. C’è la memoria che riannoda tutto e, come un chirurgo, unisce posti lontani come se fossero margini delle ferite. C’è il tempo capace di guarire per seconda intenzione anche le ferite più profonde. C’è una certa idea di futuro che, per dirla alla Fossati, viene a darci fiato.
Il chitammore
C’è lo sguardo di Montieri, che si posa sulle cose, e ne fotografa i particolari, i dettagli, le sfumature. Le vie, i palazzi, le linee invisibili che attraversano le strade, la luce che cambia con la stazione, le bancarelle di libri, la direzione in cui passano i tram, una signora che, come nella copertina del libro, apre una finestra e si sporge. Il poeta ama la parola e la usa per dare nome alle cose o per descrivere l’attimo. Come con il Chitammore, un neologismo che Montieri prende in prestito da un Tweet di Anna Trieste e usa nella sua poesia come fermo immagine, capace di bloccare il momento sul frame in cui l’imprecazione diventa un sentimento.
Chitammore, nella voce di un ragazzo
mentre rischia di essere investito
pensa a Chitemmuorte, ma poi la vede
così bella che non sa insultarla, rapido
come il fulmine toglie ‘e muorte
e mette ammore, risolvendo
tra battito e matematica applicata
ogni tipo di equazione.
«Avremmo imparato a stare in equilibrio su luoghi fragili, tenendoci per mano»
Quello del Chitammore è il Montieri del ritorno, un uomo pacificato. Non si può ignorare il netto contrasto con la rabbia del Montieri della partenza di (Sud) in caso di morte. Come a dire che il ritorno è anche un tentativo semplice di far pace con se stessi. Tornare nei posti un tempo familiari per capire in che modo la distanza fisica possa aver cambiato il tuo modo di guardare le cose. Tornare per dare un ordine di misura al modo in cui tu sei cambiato, e magari dire che, alla fine, non ti è andata poi così male.
Non ci rendevamo conto
Via Caracciolo era solo traffico
San Domenico il posto
Degli incontri , delle birre
Ora mi commuovo al Chiostro
Scendendo un vicolo a caso
Capisco che non è vero niente;
niente è mai stato vero quaggiù
credo al tufo, agli odori che sento
a questo spruzzo di mare, al lamento
di una voce che esce da Forcella
Un Futuro semplice
Tornare e scoprire – magari con una dose non trascurabile di stupore – che nonostante il senso di perdita da superare, e una tristezza da gestire, un lutto da elaborare, c’è, resiste, eppur si muove una certa quotidianità. L’assenza è un dato di fatto e questa cos’è, se non la resistenza della vita contro la morte? In Ampi margini Montieri asseconda il movimento inerziale di noi che riprendiamo a guardare al futuro, semplicemente dando alla poesia il compito di unire i punti, e mettendo insieme il ricordo del padre che insegna al figlio con quello di un amico. Il ricordo di un libro con una partita di calcio. Una fotografia con il raggio di sole con un posto, e così, in un attimo, trasforma il dolore in malinconia, un sentimento bellissimo.
Gli ampi margini
C’è un cortile dove un padre insegna al figlio il tiro all’ungherese. Poi c’è un campo di calcio. C’è un ragazzo che scatta sul fondo e crossa al centro dell’aria un pallone morbido. C’è poi Maradona che stoppa di petto il pallone, l’addomestica, lo incolla al petto per un istante che sembra infinito, prima di farlo passare sul piede. C’è un momento in cui siamo tutti quanti su quel petto e siamo noi la palla. C’è un momento in cui Maradona guarda il portiere e vede una nuova possibilità, uno spazio nuovo, un ampio margine. Il pallone finisce lì, in fondo alla rete, fermo sul confine. Lì dove finisce il campo di gioco e iniziano i sogni e le speranze di un ragazzino.
Fabio D’Angelo
Diego Maradona
Ti guardo fisso negli occhi
portiere vecchia volpe
dal talento di ghiaccio
ti guardo sotto il cielo di Milano
ti guardo mentre addormento
la palla sul mio petto
e tolgo il respiro a mezza Italia
ti guardo negli istanti di silenzio
(seguiranno interviste con te
che la racconti e la racconti bene)
la palla addormentata da un sussurro
scivola dolce dal petto al piede
e da lì parte, piccolo
giocattolo verso il bambino
il bambino dal petto alla culla
dal sonno al sogno
dal niente al fondo della rete.




