Tienimi presente: il cinema come atto di sopravvivenza.
Titolo: Tienimi presente
Anno: 2026
Regia: Alberto Palmiero
Cast: Francesco Di Grazia, Elena Fattore, Alberto Palmiero, Carlo Palmiero, Gaia Nugnes
Genere: Commedia
Durata: 88 minuti
Distribuzione: BiBi Film
Sul problema della sincerità, o: perché questo film lavora contro di te
La prima cosa che bisogna dire su Tienimi presente, e dirla subito, prima ancora di qualsiasi riferimento a premi, selezioni, percorsi festivalieri che servono più a orientarsi che a capire, è che fa quella cosa rara e leggermente imbarazzante dei film riusciti: ti costringe a una forma di attenzione che non è comoda. Non è intrattenimento, non è immedesimazione. È qualcosa di più vicino a una vigilanza dolorosa verso sé stessi.
Alberto Palmiero, classe 1997, Aversa, Centro Sperimentale, costruisce un film sulla propria incapacità temporanea di fare film, e detta così sembra una posa, un paradosso da laboratorio, mentre invece è la cosa più concreta del mondo, perché descrive con una precisione quasi clinica una condizione diffusa: il punto in cui ciò che volevi fare smette di funzionare e tu continui a esistere comunque, senza sapere bene a quale titolo.
Il protagonista, che si chiama Alberto Palmiero, perché a un certo punto la distanza tra autore e oggetto diventa un lusso che non ci si può più permettere, torna a casa, nella provincia di Caserta, dopo anni di tentativi che non portano da nessuna parte. Produttori che non rispondono, progetti che evaporano, cortometraggi che esistono solo per chi li ha fatti.
E qui il film fa una cosa precisa: non trasforma il ritorno in una scelta narrativa. Non lo nobilita. Non lo salva. Il ritorno è una resa. Ma è una resa che, proprio perché non viene raccontata come eroica, apre uno spazio minimo, non di riscatto, ma di possibilità.
Ed è in questo spazio che il film comincia davvero.
Sulla questione del meta, o: la coscienza come ultimo dispositivo disponibile
C’è una scena in cui Alberto cerca su Google l’altezza di tre registi. Il dato che emerge è quasi irrilevante, ma il gesto no.
È una gag. Ma è anche una struttura.
Funziona perché non si limita a dire qualcosa sul complesso di inferiorità del protagonista, che pure c’è, ma perché mostra il momento esatto in cui quella inferiorità diventa consapevole di sé. E questa consapevolezza non salva, ma crea una distanza minima. Una soglia.
Il punto non è che Alberto si sente inferiore. Il punto è che sa di sentirsi inferiore mentre, alle due di notte, cerca su internet una misura che non può davvero aiutarlo. E sapere questa cosa, per quanto non risolva nulla, impedisce almeno di esserne completamente inghiottito.
Il film si muove esattamente lì, in quella zona in cui la realtà non è più immediata ma nemmeno ancora trasformata in racconto.
Non è documentario. Non è finzione classica. Non è mockumentary nel senso codificato del termine. È una forma ibrida, costruita con mezzi minimi, amici che interpretano sé stessi, luce naturale che non corregge niente perché non può permetterselo.
La cosa interessante è che il meta qui non è un gioco intellettuale. È l’unica forma di onestà rimasta praticabile.
Sul Sud, sulla provincia, e sul fatto che non esiste un posto giusto
A un certo punto il film lascia emergere una situazione semplice e difficile da aggirare: essere adulti e venire trattati come se non lo si fosse ancora del tutto.
Non c’è enfasi. Non c’è costruzione drammatica evidente.
Succede e basta.
Ed è probabilmente uno dei momenti più politici del film, proprio perché non prova a esserlo. Perché dice qualcosa di estremamente preciso sulla posizione generazionale senza trasformarla in discorso.
La critica ha parlato di ritratto generazionale, e ha ragione, ma è una definizione che rischia di essere troppo comoda. Perché riduce il film a documento, mentre qui il punto non è descrivere una condizione, ma mostrarne la struttura interna.
Il problema non è essere giovani, o essere del Sud, o essere precari.
Il problema è non essere mai esattamente da nessuna parte.
Non nel luogo da cui vieni, che ti restituisce una versione ridotta di te.
Non nei luoghi in cui sei andato, che ti trattano come provvisorio.
Palmiero racconta questa cosa senza mai formularla esplicitamente, ed è proprio questa reticenza a renderla credibile.
Girare il film nel Meridione, con mezzi minimi, diventa allora meno una dichiarazione identitaria e più una verifica concreta: vedere se esiste un modo di fare le cose fuori dai circuiti che normalmente decidono chi può e chi no.
Il fatto che Tienimi presente esista è già una risposta. Parziale, fragile, ma sufficiente.
Sul recitare sé stessi, o: il problema dello specchio
Gli amici sono gli amici veri. I genitori sono i genitori veri. I volti che attraversano il film hanno una qualità che non è recitata nel senso tradizionale.
Questa scelta, che potrebbe sembrare un espediente di realismo, introduce un problema più complesso: cosa significa interpretare sé stessi quando la propria vita è già diventata materiale narrativo?
Non c’è mai una vera distanza. Non c’è mai protezione.
La fotografia, costruita su luce naturale, non cerca di migliorare ciò che mostra. Lo espone.
Il montaggio lavora per sottrazione. Taglia dove ci si aspetterebbe insistenza, insiste dove apparentemente non succede nulla. Silenzi, tempi morti, movimenti che non portano a una risoluzione.
E dentro questo sistema, emerge una frase che il film non enfatizza ma lascia sedimentare, un timore semplice e radicale: non essere all’altezza di ciò che ci si aspetta da noi.
Non riguarda una persona specifica.
Riguarda il cinema.
Riguarda la vita.
Riguarda il fatto che a un certo punto le aspettative diventano una misura interna da cui non puoi più uscire.
Sul titolo, sull’imperativo, e su cosa resta quando non resta molto

Tienimi presente è un titolo che funziona in due direzioni.
Verso l’esterno, come richiesta di non essere dimenticati.
Verso l’interno, come necessità di non perdersi.
Il film sembra muoversi soprattutto in questa seconda direzione.
Perché, in fondo, non parla di riuscire.
Parla di continuare.
Continuare a esserci quando non c’è un motivo chiaro per farlo.
Continuare a fare qualcosa che non funziona.
Continuare a stare dentro una forma di vita che non garantisce niente.
È un film breve, essenziale, senza soluzioni offerte e senza una vera promessa di riscatto.
E proprio per questo, quando lascia emergere l’idea che a questa generazione venga attribuito il futuro, lo fa senza trasformarla in consolazione.
Resta sospesa.
Come una responsabilità.
Come qualcosa che non è ancora una possibilità.
E forse è proprio questa sospensione, questo non sapere, che il film decide di non risolvere.
Non per mancanza di risposte.
Ma perché è, con ogni probabilità, l’unica posizione onesta ancora disponibile.





