Una piccola luce di Eduardo Savarese: manuale tascabile per attraversare il buio
Manuale tascabile per attraversare il buio (con gatto, violino e lampada)
Una piccola luce è l’ultimo romanzo di Eduardo Savarese — magistrato, studioso di diritto internazionale e scrittore — uscito lo scorso ottobre per Alter Ego Edizioni. È un libro che unisce la precisione del giurista alla febbre del visionario: una micro‑torcia narrativa che illumina a scatti, mai dove ti aspetti. La letteratura, qui, non serve a vedere meglio ma a rendere visibile la polvere che si alza quando pensavi di aver già ripulito tutto. In quel pulviscolo che danza, tra buio e bagliore, si annida il senso – o forse solo la sua ombra.
Bibo, il bambino senza memoria, parte con una gatta nera (Susan, nome da bibliotecaria stregata), un violino e una lampada di bronzo: oggetti che diventano plug‑in emotivi – la cura, la voce, la coscienza. Savarese non ti dice mai dove stai andando; ti mostra solo quante cose smetti di sentire mentre procedi. Perché, spoiler: non si tratta di viaggiare, ma di ricordare di avere ancora un corpo.
La scrittura come corpo vivo
Savarese scrive come uno che ha abitato per anni in un labirinto costruito da se stesso e non ha più la mappa. La lingua gli serve come torcia e come bussola, anche se entrambe ogni tanto si spengono. Ogni frase è un corridoio che curva su se stesso, una stanza che nasconde un’altra stanza, un castello che respira. La sua prosa è vischiosa e musicale, come miele versato su una superficie inclinata: scende lentamente, si ferma, riprende, cambia direzione. Non rappresenta ma agisce; le parole non spiegano, si urtano, si cercano, si consolano. Leggere Savarese significa entrare in un linguaggio che non racconta il mondo ma lo riscrive in tempo reale, come se ogni frase fosse un piccolo riavvio del sistema sensoriale. È una scrittura che attraversa e mescola i generi – romanzo di formazione, avventura, distopia, allegoria, persino un’ombra di fantasy e di fantapolitica – con la stessa naturalezza con cui un musicista cambia scala. La lingua si comporta come una materia viva, che muta e pulsa, tenendo insieme l’incanto e la denuncia, la visione e la cronaca, la vertigine e la pietà.
Le Città dei Sensi Ottusi (o: cinque modi eleganti per disattivarsi)
Nontoccarmi. Naricispente. Scontrosa. Salsi. Ombrina. I nomi da soli sembrano una poesia distopica, un Calvino post‑pandemico o la lista di spa di un’Italia che ha deciso di disintossicarsi da sé stessa. In ogni città si sopravvive amputando un senso – tatto, olfatto, udito, gusto, vista – come se la salvezza passasse per l’anestesia.
Savarese, nel costruire questo mondo che odora di disinfettante e paura, parla chiaramente di noi: di chi tocca senza toccare, ascolta senza sentire, guarda tutto senza vedere nulla. Bibo, con il suo violino e la sua lampada, diventa un hacker sensoriale: non salva nessuno, ma introduce bug di percezione, manda in crash il sistema. E noi, lettori, lo seguiamo con l’ansia di chi sa che ogni città è solo una schermata del proprio feed.
Il Castello, la maestra Pazienza e il crash emotivo del lettore medio
La maestra si chiama Pazienza, e già il nome è un manifesto. Non è la santina da catechismo, ma una coach dell’attesa: l’allenatrice di una disciplina perduta – quella di respirare e non chiudere tutto al primo disagio. Prepara lo zaino di Bibo (violino, olio, lampada, perle – le perle! sempre un po’ sinistre nelle fiabe) e lo manda a perdersi.
E poi c’è il Castello, che è insieme il libro, la mente di chi scrive e la chat infinita di chi legge. Le parole, qui, si muovono come gatti: docili, indifferenti, imprevedibili. È un luogo che, come la buona letteratura, non ti consola ma ti contiene. Savarese ti invita ad “abitare la distanza”: stare nel delay inevitabile tra emozione e comprensione. Un buffering esistenziale, non nostalgico né mistico – solo umano. Una lentezza necessaria in un’epoca che misura la coscienza in secondi di attenzione.
Allegoria e altri termini da evitare se vuoi sembrare simpatico
C’è un fondo teologico in questo libro che Savarese maneggia come un ex‑magistrato che ha visto troppi processi per credere ancora nel bianco e nero. Il Cristo è tornato, ha visto il disastro e ha rinviato l’Apocalisse (gesto di straordinaria burocrazia celeste). Le città, per paura di morire, si sono chiuse dentro le proprie mura. Ti suona familiare? Esatto. Il romanzo è uno specchio antipanico, dove il controllo genera ansia e la fede, in qualunque forma, diventa un atto di manutenzione del proprio ego.
Savarese non predica. Ti fa inciampare in echi, immagini e suoni che si intrecciano come in una partitura di pensiero; la sua scrittura diventa una playlist ipertestuale dove ogni riferimento, implicito o visivo, ricorda che il pensiero non è lineare e che la verità è sempre un po’ asincrona. La libertà, qui, non è fare tutto, ma scegliere quando restare in silenzio.
Cosa resta acceso (oltre al finale)
Alla fine non resta una morale, ma un kit di sopravvivenza sensoriale:
– una gatta (compagna)
– un violino (musica)
– una lampada (luce)
E resta anche un paradosso: per capire davvero qualcosa devi prima disattivarti un po’; perdere un senso, una certezza, un automatismo. È la pedagogia del vuoto, l’arte di riconoscersi nei difetti di sistema. Savarese orchestra tutto questo con una lingua tesa, vibrante, attraversata da micro‑variazioni emotive, come se scrivere fosse un modo per riformattare l’umano. Una piccola luce non ti chiede di crederci: ti chiede di riavviarti, e sopportare – anche solo per un attimo – l’imbarazzo meraviglioso di essere ancora accesi.
Fabio D’Angelo




