Libri

Published on Ottobre 6th, 2026 | by Fabio D'Angelo

0

Il bosco che avanza, o delle cose che continuano a vivere sottoterra

Il bosco che avanza

Miriam Corongiu, Il bosco che avanza, Gelsomoro Edizioni

Ho cominciato a capire davvero Il bosco che avanza quando Il bosco che avanza era già finito, che è una cosa irritante se uno, per mestiere o per una forma non diagnosticata di presunzione, pretende di capire i libri mentre li legge, possibilmente qualche pagina prima dell’autore, e invece Miriam Corongiu arriva in fondo e ti mette davanti una sitografia lunga una quindicina di pagine nella quale convivono documenti delle Nazioni Unite, sentenze, censimenti agricoli, Bagnoli, Non una di meno, il Rojava, articoli sul desiderio, Björk, Robert Eggers e infine, perché evidentemente a quel punto tanto valeva, The Vampyre Lestat, One Night Only LIVE. Il primo istinto è pensare a una bibliografia che ha perso il controllo della situazione. Poi ci si accorge che è il libro in miniatura. Miriam Corongiu prende cose che normalmente metteremmo in stanze diverse e le avvicina abbastanza perché comincino a parlarsi. «Il bosco che avanza […] nella mia testa è sempre stato un personal essay», scrive, ed è una definizione più precisa di “testo-manifesto”, come pure lo chiama più avanti, perché un manifesto sa già dove vuole arrivare; questo libro, invece, molto spesso ci arriva mentre cammina.

Il patto viene dichiarato subito, in una lettera che si apre con «Per te.» e si chiude con «Tua, Miriam»: «Ti racconto ciò che ho visto, la gente che ho incontrato». Il tono, in fondo, è quello di chi dice: vieni, ti faccio vedere dove sono stata. Per questo una sentenza della CEDU può stare accanto a un incendio raccontato dalla cronaca locale, una teoria scientifica a un ricordo d’infanzia, una filosofa vicino a una contadina, Björk e Bagnoli nella stessa costellazione. Dicono cose diverse, e il libro le lascia diverse. Gli interessa vedere cosa succede quando stanno abbastanza vicine.


All’inizio, infatti, c’è Björk. Più precisamente Bachelorette, il video di Michel Gondry in cui una donna trova sotto terra un grande libro dalle pagine bianche che, una volta aperto, comincia a scriversi da solo. Io le epigrafi normalmente le tratto con lo stesso rispetto con cui tratto le istruzioni dell’Ikea: le guardo abbastanza a lungo da convincermi che probabilmente sarebbero utili, poi procedo senza leggerle e alla fine mi avanza sempre una vite. Qui la vite è Björk. «One day I found a big book buried deep in the ground», dice l’epigrafe, e a lettura finita si capisce che dentro quell’immagine c’erano già la terra, ciò che viene sepolto, ciò che riaffiora e le storie che, a un certo punto, cominciano a vivere indipendentemente da chi le racconta.

Crastole

La parola che secondo me permette di capire il metodo del libro arriva parecchio più avanti ed è napoletana: crastole, i cocci, i frammenti di piatti e tazze che Ilenia Iengo racconta di aver raccolto per anni nella terra della famiglia materna, a Ercolano, e poi tenuto sulla scrivania durante il dottorato, finché quegli oggetti diventano addirittura la nota metodologica della sua tesi. «Erano tutti pezzi molto diversi l’uno dall’altro». Messi insieme non ricompongono il piatto e non nascondono la frattura. Stanno vicini, e ognuno continua a mostrare da dove viene.

Da quel momento è difficile non leggere tutto il libro così. Bagnoli, Terra dei Fuochi, lavoro agricolo, migrazioni, transfemminismo, ricerca scientifica, Nosferatu, nonni, padri, arte, cura, foreste, desiderio: «Crastole, allora. Frammenti». Corongiu non cerca una totalità perfettamente liscia, preferisce le cuciture. E questa, forse, è anche la forma politica più convincente del libro, perché stare insieme non significa diventare uguali. Un frammento può entrare in relazione con un altro senza perdere la propria provenienza.

È qui che entra la parte sulla scienza post-normale, che sembra un’altra deviazione e invece fa più o meno la stessa cosa. Cristina Mangia, ricercatrice del CNR, porta dentro Funtowicz e Ravetz e la loro «comunità estesa di pari»: se una questione riguarda ambiente, salute e territori, la definizione del problema non può appartenere soltanto agli esperti certificati, deve coinvolgere anche chi quel problema lo vive. «La proposta epistemologica della scienza post-normale consiste in un allargamento dei soggetti autorizzati», scrive Mangia nel brano che Corongiu trascrive. Un’opinione non prende il posto di una misura, naturalmente, ma perfino la domanda scientifica dipende da chi viene ammesso nella stanza.

Miriam Corongiu arriva così a «Ultra cathedram, non più ex cathedra», formula che mi piace perché abolire la cattedra non significa abolire chi ha studiato. Significa smettere di confondere la competenza con il monopolio della domanda. Alice Hamilton e Harriet Hardy, studiose di medicina occupazionale, hanno rivoluzionato la tossicologia ascoltando le esperienze di lavoratori e lavoratrici: chi stava in fabbrica non prendeva il posto della scienza, le diceva dove guardare. La scienza misura, l’esperienza indica dove infilare lo strumento. Anche il libro finisce per comportarsi così: una ricercatrice, una contadina, una sentenza e Björk dicono cose diverse e, messe abbastanza vicine, finiscono per costringerci a guardarle insieme.

La terra non è innocente

C’è un rischio diffuso quando si scrive di agricoltura, e cioè che a un certo punto la terra diventi la soluzione morale a tutto: la città è alienazione, il mercato è cattivo, uno torna a coltivare pomodori e improvvisamente anche l’ontologia si sistema. Corongiu evita questa scorciatoia quando entra nella materialità del lavoro agricolo, perché insieme alla terra arrivano il caporalato, i braccianti sikh dell’Agro Pontino, i permessi di soggiorno, i salari, le gerarchie, il razzismo e il sessismo. «Non esiste lotta di classe senza lotta per il permesso di soggiorno», aveva scritto Giulio Iocco in un suo articolo, e quando Corongiu glielo ricorda lui risponde soltanto: «Certo». È una frase che da sola impedisce al libro di trasformarsi nell’elogio romantico di un ritorno.

La terra non è buona perché è terra, e la sostenibilità ambientale non produce automaticamente giustizia sociale: un’azienda può avere semi antichi, cassette bellissime e una grafica perfetta su Instagram e continuare comunque a pagare male qualcuno. «Qui si tratta dei bisogni materiali», e questa semplicità brutale fa bene a tutte le parole che le stanno intorno, perché dietro agroecologia, sovranità alimentare e ritorno alla terra ci sono persone che devono mangiare, lavorare, abitare e poter restare.

Anche la provincia viene sottratta alla nostalgia. Ilenia racconta Napoli come il luogo in cui aveva trovato politica, incontri e la possibilità di «fare mondo» diversamente, cosa che «la provincia non mi aveva assolutamente permesso», e «al contempo» tiene stretto il lembo di terra dei nonni a Ercolano, il «Catracchio», con il Vesuvio alle spalle. La provincia resta il luogo di ciò di cui è stata privata e, insieme, quel pezzetto di terra è l’unico spazio in cui riesce a respirare. Nessun rimpianto per il prima. Piuttosto strumenti nuovi per costruire ciò che mancava. Più che ritorno alle radici, ritorno con radici diverse.

E qui si capisce anche perché il libro insista tanto sul rendere i luoghi non soltanto resistenti ma desiderabili. Nelle pagine dedicate a Basta Impianti e Biagio Sarnataro compare una critica alla lotta ridotta a sacrificio e alla mitologia del militante che deve consumarsi per dimostrare di esserlo. «Se si decide di esporsi politicamente, lo si fa per rendere i posti da cui si proviene non solo desideranti, ma desiderabili», dice Sarnataro. L’ultima parola pesa più delle altre: desiderabili, cioè luoghi dove sia bello restare, oltre che difesi e salvati. Una politica si misura anche da questo: da quanto riesce a rendere desiderabile ciò che vorrebbe costruire.

Chi lava i piatti

La parte sulla cura è quella in cui Il bosco che avanza diventa più apertamente femminista, proprio perché evita la scorciatoia più comoda: trasformare la donna in una specie di appendice biologica della natura, naturalmente predisposta a custodire, generare, assorbire, ricomporre, possibilmente in silenzio e senza presentare fattura. Miriam Corongiu si pone il problema e chiede dove siano, dentro questa costruzione, le donne che non sono madri, le persone trans, queer, non binarie. «Questo dibattito riguarda la pratica del lavoro di cura e non l’essenza del corpo femminile», scrive citando Christine Bauhardt attraverso Stefania Barca, e da lì in avanti la cura diventa economia politica, con buona pace della virtù.

Il trucco è vecchissimo e funziona perché sembra innocente: se una donna è naturalmente portata alla cura, ciò che fa non è davvero lavoro, è amore, inclinazione, maternità, premura; e se non è lavoro può tranquillamente restare fuori dai salari, dalle pensioni e perfino dal linguaggio con cui decidiamo ciò che conta. «Se ci fermiamo noi, si ferma il mondo», lo slogan degli scioperi femministi dell’8 marzo, funziona allora anche come descrizione contabile di un sistema che ha imparato a far sparire dal bilancio il lavoro che lo tiene in piedi.

Islanda, 24 ottobre 1975. Le donne si fermarono, nelle fabbriche, negli uffici e nelle case. E il lavoro che tutti davano per scontato diventò finalmente visibile. Il messaggio era chiaro: se ci fermiamo noi, si ferma il mondo.

Ed è qui che chi scrive, cioè io, farebbe bene a evitare la parte del maschio che ha capito tutto e adesso spiega il femminismo con la tranquillità di chi è arrivato alla riunione mezz’ora dopo ma ha già un’opinione sull’ordine del giorno. Io i piatti li lavo, cucino, pulisco il bagno, faccio la lavatrice e carico la lavastoviglie, anche se continuo a sostenere che, se lo sportello si chiude, il carico sia tecnicamente riuscito, mentre altri ritengono che piatti e bicchieri debbano rispettare una specie di piano regolatore interno dell’elettrodomestico. Ma sarebbe ridicolo pensare che questo mi collochi fuori dal problema.

 

il bosco

 

Anzi: io sono parte del problema. Un uomo che lava i piatti non sta facendo qualcosa di straordinario, e il fatto stesso che possa raccontarlo come una piccola prova di civiltà dice quanto quel lavoro continui a essere considerato femminile per default. Il privilegio maschile non consiste soltanto nel non fare certe cose; consiste anche nel poterle fare e ricevere una quota sproporzionata di riconoscimento, come se cambiare le lenzuola fosse una specie di Erasmus morale. A una donna che pulisce il bagno nessuno assegna punti esperienza.

Io qualche anno fa dirigevo un laboratorio in cui si confezionavano spesso provini di malta, poi immersi in acqua a temperatura controllata e infine rotti sotto una pressa. Alla fine resta un numero in megapascal, molto serio e molto portato a fingersi orfano, anche se prima qualcuno ha controllato per giorni acqua, termostato, umidità e livello della vasca. In laboratorio quella fase si chiamava maturazione. «Il nostro lavoro di cura non è retribuito», scrive Corongiu, e la logica è simile: la cura è ciò che il risultato tende a dimenticare dopo essersene servito. Il femminismo, qui, rimette nel conto ciò che il conto aveva cancellato.

L’albero madre

Accanto alle crastole, nello stesso capitolo e a un paio di pagine di distanza, arrivano le micorrize, e non credo sia casuale. Il libro ci dice che siamo fatti di frammenti che non devono perdere la propria differenza e, intanto, cerca una rete capace di tenerli insieme. Suzanne Simard offre l’immagine degli alberi di specie diverse che, attraverso reti fungine sotterranee, comunicano e si sostengono a vicenda, il famoso wood wide web. Miriam Corongiu parla di una rete che «nutre e collega grazie alle micorrize centinaia di alberi anche molto diversi tra loro», e da lì passa dalla scienza alla politica fino a immaginare il transfemminismo come albero madre e le persone come miceli.

La cosa bella è che a un certo punto Corongiu stessa riconosce il salto e parla di «realtà poetica». Ed è questo, credo, che dobbiamo chiedere alla metafora. Gli alberi non hanno il compito di dimostrare il transfemminismo e probabilmente hanno abbastanza problemi di loro; siamo noi che possiamo guardare una rete sotterranea e trovarci un’immagine utile per pensare come esseri diversi riescano a vivere senza diventare identici.

Poi, senza avvertire, la micorriza smette di essere teoria e diventa memoria. Entrano i nonni, gli orti, i fichi, la terra perduta, Eliseo Corongiu, il padre, la Sardegna, il pomodorino del piennolo sul balcone, fino a una frase che è tra quelle che mi sono rimaste più addosso: «Mio padre, scomparso troppo presto, risale dal mare per farsi terra». A quel punto il bosco non è più soltanto politico, diventa genealogico.

«Chi è venuto prima di noi, vive ancora nelle nostre storie politiche. E sentimentali», e forse è questa la forma di radice che mi convince di più: niente identità pura, niente origine intatta, qualcosa che passa attraverso di noi cambiando forma. Un sardo che coltiva piennolo, una figlia che diventa contadina in Campania, un nonno che lascia un fico, una nipote che molti anni dopo scopre che quel fico era anche un modo di pensare il mondo. Chi viene prima di noi ci lascia materiale da lavorare.

È il capitalismo moderno, bellezza

C’è poi, dentro Il bosco che avanza, un attore non protagonista che compare praticamente ovunque e quasi mai ha bisogno di entrare in scena con un cartello al collo. I protagonisti sono le persone, le terre, le relazioni, le lotte, i corpi, le radici. Ma lui c’è. Sta dietro Bagnoli, dietro il caporalato, dietro il lavoro di cura non pagato, dietro i territori sacrificabili, dietro l’idea stessa che qualcosa acquisti valore soltanto quando produce un rendimento misurabile.

 

 

È il capitalismo moderno, bellezza. Parafrasando Humphrey Bogart in L’ultima minaccia, solo che qui, al posto della stampa, c’è un sistema economico che ha imparato a rendersi invisibile proprio mentre decide il prezzo di quasi tutto.

Il capitalismo da manuale, con il cilindro, il sigaro e il padrone della fabbrica che ride davanti alla ciminiera, almeno era facile da riconoscere. Quello contemporaneo parla di opportunità, sviluppo, rigenerazione, valorizzazione, resilienza, efficientamento; ha imparato a dire sostenibilità mentre calcola il margine, a chiamare investimento ciò che per qualcuno è espropriazione, flessibilità ciò che per qualcun altro significa non sapere se il mese prossimo avrà ancora un reddito.

E soprattutto possiede una capacità quasi sovrannaturale: trasformare in esternalità tutto ciò che gli serve ma che non vuole pagare. Il lavoro di cura diventa amore. L’inquinamento diventa costo ambientale. La precarietà diventa adattabilità. Una persona diventa capitale umano, espressione già inquietante se la si prende alla lettera.

Miriam Corongiu evita di farne una parola-totem da pronunciare ogni tre pagine e ne segue gli effetti materiali, con nomi, date e luoghi. Nelle campagne i braccianti vengono smistati per nazionalità secondo stereotipi che fanno comodo, «perfetti agli occhi di caporali e padroni», e sul lavoro di cura, ricorda con Stefania Barca, «si regge il Capitale». Ma è a Bagnoli che il libro lo prende per il bavero. L’America’s Cup 2027 è venduta come occasione di lavoro e Corongiu fa il conto di quale lavoro: camionisti che portano il materiale di risulta da un cantiere all’altro, polveri sottili, dragaggi a otto metri di profondità che rimestano in fondali avvelenati. «Quindi sì, la Coppa America che si terrà nel 2027 crea decisamente posti di lavoro che portano, in sé e ab initio, problemi di giustizia ambientale. Sul luogo di lavoro e fuori». E subito dopo, tre parole che chiudono il discorso: «Produci e muori».

 

È la stessa logica che Corongiu riconosce, nel mezzo dell’intervista a Fortuna, perfino in chi la combatte: tutti parlano di cambiamento, ma lo vorrebbero «comprare al supermercato, packaging perfetto, cellophan, nessuno sforzo». Il mercato come unico modo di desiderare, anche quando si desidera il contrario del mercato.

Il capitalismo di questo libro, insomma, non è il cattivo che entra in scena al terzo atto.

È quello che ha pagato il teatro, scelto le sedie, affittato il palazzo e poi ha fatto in modo che sembrasse tutto naturale.

Il libro che torna sottoterra

Alla fine si torna alla sitografia, cioè al posto da cui avevo cominciato, e lì il libro diventa materialmente ciò che ha raccontato per duecento pagine: un archivio di frammenti che qualcuno prova a tenere insieme senza levigarli troppo. «Archivio esplorativo» è una delle definizioni che Corongiu dà del proprio libro, e mi sembra bellissima: i mausolei stanno fermi, un archivio così continua a muoversi.

E quindi torno alla prima pagina, alla donna di Björk che trova sottoterra un libro vuoto e scopre che quel libro comincia a scriversi da solo. Alla fine ci si accorge che Miriam Corongiu aveva dichiarato tutto prima ancora di iniziare: la terra, ciò che viene sepolto, ciò che riaffiora, le storie che continuano a vivere dopo chi le ha raccontate.

«È talmente pieno di vita che non può fermarsi», dice del bosco.

È anche la definizione migliore del libro: pieno, irregolare, attraversato da persone, lotte, padri, piante, film, sentenze, piatti, funghi, città. Un libro in cui si entra come in un bosco, per vedere quale sentiero, fra i molti, comincia a riguardarci.

Le crastole restano crastole, gli alberi restano specie diverse, una ricercatrice non diventa una contadina, una sentenza non diventa una canzone di Björk. Eppure, per duecento pagine, tutte queste cose riescono a stare abbastanza vicine da illuminarsi a vicenda.

«Ciò che non si vuol vedere, vive ugualmente. Senza permesso».

Miriam Corongiu chiama tutto questo bosco. A me sembra soprattutto un invito a guardare meglio ciò che continua a crescere sotto i nostri piedi mentre siamo impegnati a guardare altrove, e magari anche a chiederci chi abbia deciso che cosa meritasse di crescere e cosa, invece, dovesse essere potato, recintato, monetizzato, spostato fuori campo.

Perché alcuni libri non ti convincono di qualcosa. Attecchiscono.

 

 

Fabio D’Angelo

Twitter
Visit Us

Tags: , , , ,


About the Author

è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



Back to Top ↑
  • Seguici su facebook

  • Vincitori del premio Radiolibri

    Vincitori del premio Radiolibri
  • Verità per Giulio Regeni

    Verità per Giulio Regeni
  • Giustizia per Mario Paciolla

    Mario Paciolla