Il sogno illusorio del dominio sociale: riflessione su Eyes Wide Shut e Barry Lyndon di Stanley Kubrick
Nel mese di maggio, al cinema si assisterà alla riproposizione, nelle maggiori sale cinematografiche, di due capolavori di Stanley Kubrick: Eyes Wide Shut (1999) e Barry Lyndon (1975). I due film apparentemente si palesano agli antipodi della carriera del regista newyorchese. Nella sua ultima opera, ma non certo testamento artistico, come indicarono molti critici alla sua uscita, dato che Kubrick aveva nella sua faretra altri progetti, tra cui A.I. Artificial Intelligence, portato a termine nel 2001 da Steven Spielberg, si assiste a un viaggio notturno postmoderno nella psiche e nel desiderio; nell’altra opera mediana, vi è un lucente affresco storico settecentesco costruito con rigore pittorico dopo che il regista ebbe accantonato l’ideazione di un film su Napoleone e che avrebbe visto protagonisti Jack Nicholson, Audrey Hepburn e Rod Steiger.
Eppure, a graffiare la superficie, le due pellicole condividono un nucleo granitico: sono entrambe studi sull’illusione sociale, sul sogno di dominare il potere, sull’identità come costruzione e sulla fragilità dell’individuo. I protagonisti dei due film, Bill Harford (Tom Cruise) e Redmond Barry (Ryan O’Neal), entrambi sex symbol dei decenni di riferimento, appartengono a due epoche, a due contesti lontani, ma sono sorprendentemente simili.
Barry è un giovane irlandese che tenta di scalare la società attraverso il matrimonio, la guerra e l’opportunismo. Bill è già integrato nell’alta borghesia newyorchese, medico affermato con una vita stabile e ammirata, ma vuole raggiungere il vertice. Barry cerca disperatamente di entrare in un’aristocrazia che lo accetta solo superficialmente; Bill scopre di non appartenere davvero a quel mondo elitario, ma di essere soltanto una pedina quando s’imbatte nella società segreta. In ambedue i casi l’ossessione del successo rampante si sgretola: verranno esclusi da quel ceto che volevano sottomettere.
Altro elemento comune è la rappresentazione della società come palcoscenico. In Barry Lyndon, opera tratta dal libro Le memorie di Barry Lyndon (1844) di William Makepeace Thackeray, ogni inquadratura ha la stilizzazione di un dipinto inglese del Settecento. I personaggi si muovono in ampi spazi rigidamente codificati, ogni gesto è regolato da etichette e convenzioni. La società del XVIII secolo è un apparato ermeticamente chiuso, diviso in caste impossibili da scavalcare, basato su apparenza e ritualità che intonacano la crudeltà sobbollente sottostante, come aveva ben compreso il regista greco Yorgos Lanthimos nella pellicola La favorita (2018) con Emma Stone. In Eyes Wide Shut, film tratto dal libro Doppio sogno (1908) di Arthur Schnitzler, questa teatralità è celata, tranne nel convito orgiastico che però rimane mascherato. In ambi i film la società non è altro che rappresentazione impersonale, fluida e perpetua, alla quale l’individuo deve adattarsi per avere un suo posto di mediocre serenità. Kubrick consente allo spettatore di evincerlo da due spie: la maschera e il tempo.
La maschera è esplicita in Eyes Wide Shut, assurgendo a simbolo archetipico: nasconde l’identità per rivelare che il potere è un’entità immutabile che ti eviscera riducendoti ad automa; nel film del 1975 la maschera è il camuffamento sociale della propria identità. Barry Lyndon si trasforma restando sempre un impostore agli occhi dell’aristocrazia inglese.
Il tempo: in Barry Lyndon è di una lentezza estenuante e abbacinante; nell’opera del 1999 è un tempo sospeso, notturno, irreale e infinito che da sogno degrada a incubo. Tale dilatazione consente a Kubrick di spiegare che i due protagonisti sono imprigionati in un meccanismo escheriano che non ammette vie di fuga. Non c’è evoluzione sociale, come non esiste una vera progressione sociale.
In definitiva, in un ambiente storico e in uno postmoderno, che si tratti di salotti aristocratici illuminati da candele o di magioni segrete immerse nell’oscurità, Kubrick narra la storia di individui che cercano di orientarsi in mondi che non comprendono fino in fondo, all’interno di quel macro-pensiero che il regista statunitense porta avanti con ossessiva coerenza, a partire almeno da 2001: Odissea nello spazio (1968), riguardo agli ingranaggi labirintici invisibili che regolano la realtà e che, con lucida implacabilità, portano al fallimento della loro comprensione, visto che per Kubrick, potere e identità non saranno mai realmente accessibili: sistemi che proteggono se stessi. E questa lezione è uno dei molteplici motivi per cui il cinema di Stanley Kubrick è ancora oggi attuale.
Andrea Panico







