Nati per subire – The Zen Circus

Zen Circus, Nati per subire, La Tempesta dischi, 2011
Pensa poco e ridi scemo che la vita è un baleno ridi scemo e bacia tutti, prima o poi son tutti morti ridi scemo e di gusto che sei nel paese giusto ridi pazzo e piangi forte e tira a campare!
Succedono cose strane nel Paese che sembra una scarpa, succede che con la storia della crisi, con il costante terrore di crepare il giorno dopo, ci si accontenti di poco, come se il tutto si livellasse a uno standard di mediocrità democratico. Quando esce un nuovo disco di qualcuno che, con quello precedente, ha rischiarato le coscienze, ho sempre un po’ paura; poi mi passa, perché altrimenti rischi di far parte anche tu del gruppetto di quei quattro cerebrolesi che passano i pomeriggi a fare paragoni anacronistici e cronologicamente scorretti, sempre pronti a dire che dopo un capolavoro, il disco successivo fa schifo, è commerciale, non è sincero e giù con deprimenti monologhi. I tre in questione il Paese che sembra una scarpa l’hanno girato in lungo e in largo, da sempre, e continuano a farlo: lo fanno con umiltà e strafottenza, di quella strafottenza che nell’underground italiano spesso latita, quella strafottenza ludica, simile a quella di un bambino sempre pronto a dire la verità, senza mezzi termini, senza luoghi comuni da benedire e falsi miti cui prostrarsi. Gli Zen Circus avevano scritto l’enciclopedia della mediocrità italiana in Andate tutti affanculo, ora dovevano semplicemente analizzare gli effetti, le cause e i casi antropologici di questo benedetto Paese in crisi. Ci sono riusciti in pieno, con la limpidezza e la chiarezza dell’antropologo: mentre le tracce scorrono i casi umani di cui gli Zen raccontano e che spuntano davanti ai tuoi occhi come in un trip cinico e malefico, ti rendi conto che è facile parlare di questo Paese, ma che farlo a metà conviene sempre. Con loro, di fare le cose a metà proprio non se ne parla, per questo preferiscono giocare sulle classi sociali, deridere quelle politiche, ironizzare su questo pietismo dannatamente italiano per tracciare quelli che sono i lineamenti di un profilo invecchiato, cadente, ridicolo. Il solito esperto di turno vi dirà che il disco suona scontato… cazzate, perché il disco suona e gira alla perfezione; vi diranno che il precedente era perfetto e questo ne è solo la brutta copia, quando in realtà è semplicemente la presa di coscienza serena di quanto urlato in precedenza; vi diranno che sono diventati troppo famosi, ma è una cosa che fanno con tutti, un cliché da seguire per restare nel loro mondo. Questo disco a me è servito e non voglio fare il filosofo, o il romantico: questo disco serve a livello pratico, serve a terminare le giornate quando tornando da lavoro ti senti un rifiuto da smaltire, serve quando assisti alla silenziosa disfatta di uno stato mentre le stesse facce continuare a sorridere e a spartirsi la minestra, serve per dire che non tutto è stato ancora anestetizzato, anche se ancora per poco!
Giuseppe
Voto: 9
TRACKLIST
1.Nel paese che sembra una scarpa
2.L’amorale
3.Nati per subire
4.Atto secondo
5.I qualunquisti
6.La democrazia semplicemente non funziona
7.Il mattino ha l’oro in bocca
8.Milanesi al mare
9.Franco
10.Ragazzo eroe
11.Cattivo pagatore



