Film

Published on Aprile 27th, 2015 | by Giuseppe D'Alessandro

MIA MADRE

 

Produzione: Italia, Francia
Durata: 106 minuti

Regia: Nanni Moretti

Soggetto: Nanni Moretti, Valia Santella, Gaia Manzini, Chiara Valerio
Sceneggiatura: Nanni Moretti, Francesco Piccolo, Valia Santella
Produttore: Nanni Moretti, Domenico Procacci
Fotografia: Arnaldo Catinari
Montaggio: Clelio Benevento
Scenografie: Paola Bizzarri

Cast: Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini, Enrico Ianniello, Pietro Ragusa, Tony Laudadio

Trama: Margherita è una regista e sta girando un film “impegnato”, che racconta dell’occupazione di una fabbrica da parte dei suoi operai, con protagonista un divo di Hollywood in crisi. Durante le riprese del film deve fare i conti con la malattia della madre, che assiste in ospedale assieme al fratello, con il fallimento del proprio matrimonio, con la rottura col proprio amante e con i problemi adolescenziali della figlia.

Completato il suo dodicesimo lungometraggio, a quasi quaranta anni di distanza da Io sono un autarchico, Moretti pare chiudere un arco temporale ed artistico con un film di sconvolgente radicalità e maturità stilistica. Il fil rouge del suo cinema, ovvero la necessità di raccontarsi attraverso la cinepresa, attraversa la totalità della sua opera e si pone – in maniera probabilmente involontaria ma tremendamente efficace – come un barometro dei tempi che cambiano, nel contesto di un’Italia senza più riferimenti etici e ideologici.

Eppure con Mia Madre avvertiamo qualcosa di nuovo, di molto più intimo, quasi come se fosse l’opera di un regista diverso: e non tanto per la tematica indubbiamente dolorosa (perché già ne La Messa è finita e ne La Stanza del Figlio il tema della morte era affrontato senza sconti e con maniacale realismo), quanto per la centralità della rappresentazione del dolore, qui spogliata completamente di ogni orpello stilistico, priva di qualsiasi compiacimento nel linguaggio cinematografico: cosa che, pensando al cinema di Moretti e al suo dichiarato “fellinismo”, non è assolutamente scontata.

Ma a frenare lo stupore per uno sguardo apparentemente “nuovo” del cineasta romano accorrono due considerazioni ineludibili.

La prima: da Caro Diario in poi, e soprattutto nelle due prove più recenti (Il Caimano e Habemus Papam) l’essere umano, con le sue fragilità e le sue incoerenze, è sempre più in primo piano e in modo sempre più realistico.

La seconda è che il cinema di Moretti vive di un contrappunto costante: la dimensione privata dell’uomo è rappresentata in concerto con quella pubblica, e quest’ultima è a volte vissuta in prima persona, altre volte è resa dal mondo dei media, della politica, del costume, altre volte ancora in entrambi i modi. Quello che nel tempo è cambiato è che c’è stato un rovesciamento di ruoli: mentre nei primi film, come Ecce Bombo, la vita privata dei protagonisti è spesso un modo per analizzare e descrivere la società con i suoi valori e le sue criticità, ora pare che a Nanni interessi maggiormente il modo in cui il vivere pubblico dei suoi protagonisti (un produttore, un Papa, un regista) influisce sulla loro vita, o ne sia una rappresentazione su una diversa scala.

Così in Mia Madre la vita di Margherita (interpretata da una gigantesca Buy), alter-ego di Moretti, si affanna barcamenandosi a turno tra tutti i suoi drammi personali (una madre malata, un matrimonio fallito, un amante appena scaricato e una figlia con problemi scolastici) e la realizzazione di un film appunto “pubblico”, che cerca disperatamente di fotografare la verità di un’Italia in crisi ma che finisce per sembrare, in confronto alla durezza della sua vita, un banale crogiolo di stereotipi sociali. E così, mentre uno stralunato (e perfetto) Turturro, attore affetto da divismo al punto da apparire irreale perfino a sé stesso, grida disperato “Voglio vivere nella vita reale”, Margherita si fa insofferente alle frasi “fatte” del film che dirige e degli striscioni affissi fuori all’ospedale, scossa dal confronto col dolore e con l’incombenza della morte che rendono piccola ogni rigida schematizzazione linguistica del “vero”. Se in Palombella Rossa Michele Apicella urlava alla giornalista oca che sciorinava un profluvio di luoghi comuni “Le parole sono importanti!”, la lezione che oggi Moretti ci impartisce pare essere che “le parole sono superflue”. E nell’epoca in cui l’abuso delle parole ha prodotto la loro definitiva brutalizzazione e strumentalizzazione, un appello così netto al silenzio è chiaramente un messaggio definitivo ma capace di ricongiungere pubblico e privato attraverso il confronto diretto con la nostra esistenza, lontana dagli stereotipi che un mondo mediatico sempre più di plastica ci offre quotidianamente.

Eppure nonostante il tono come mai cupo e uno stile di ripresa asciutto ed essenziale, questo film ha pure la capacità di alimentare una speranza nella vita che, tirando le somme, non rimane affatto sfumata né sottintesa. Se Margherita si trova a fare i conti improvvisamente e contemporaneamente con tutti i punti critici della sua vita, mettendo a nudo le proprie fragilità, altri personaggi del soggetto sono invece lo specchio in cui la regista può vedersi per guardare con fiducia al futuro: sua madre, che nell’opinione (e alla fine, purtroppo, nel ricordo) di chi l’ha amata, dai figli agli amici più stretti fino agli ex allievi che continuavano a frequentarla, si pone per lei come un modello esistenziale e professionale; suo fratello, che Moretti interpreta in prima persona con rigore e intensità, pronto nel condividere il dolore con lei ma anche nell’offrire uno sguardo più sereno e conciliatorio verso la vita; sua figlia, capace di amare, piangere e innamorarsi con pienezza, in cui può intravedere una purezza e una semplicità che pure fanno parte del vivere.

Mia Madre è un film intimo e corale allo stesso tempo, emoziona e sconvolge senza essere mai sopra le righe e ha un carica di umanità davvero rara. Non saprei dire (né ho intenzione di farlo) se con quest’opera Nanni Moretti abbia prodotto il suo capolavoro, in quanto ogni suo lavoro ha una potenza innegabile: ma sono sicuro che è questo il film di cui ora abbiamo bisogno, in cui parli l’uomo con le sue incertezze e i suoi tormenti, perché si possa recuperare nell’arte e nella vita una dimensione finalmente umana, propria, a confronto diretto con la nostra identità e i nostri affetti.

Giuseppe D’Alessandro

 

Twitter
Visit Us
MIA MADRE Giuseppe D'Alessandro

Summary:

5

Voto


Tags: , , , , , , , , , , ,


About the Author



Back to Top ↑
  • Seguici su facebook

  • Vincitori del premio Radiolibri

    Vincitori del premio Radiolibri
  • Verità per Giulio Regeni

    Verità per Giulio Regeni
  • Giustizia per Mario Paciolla

    Mario Paciolla