Libri meglio l'assenza

Published on Ottobre 29th, 2019 | by Roberta Rega

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Meglio l’assenza: lottare per restare vivi

Meglio l'assenza

Edurne Portela, Meglio l’assenza, Edizioni Lindau


Non deve essere stato facile risvegliarsi nella Spagna postfranchista del 1979, ferma agli anni ’50 mentre altrove in Europa si apriva la favolosa stagione dell’edonismo e delle promesse di benessere degli anni ’80. Non dev’essere stato facile, ancor di più nei Paesi Baschi, strozzati dalla dittatura per decenni e ora smarriti, alla morte del nemico giurato Franco, in cerca di una nuova identità politica.

Sembra ormai una storia lontana e dimenticata, ma è passato solo poco più di un anno da quando, nel maggio del 2018, l’Eta cessa ufficialmente la sua attività, e tutto quello che c’è stato prima si avvia verso la sua naturale evoluzione in narrazione storica, in normalizzazione, in processo di condanna o assoluzione.

Per questo motivo non si può ignorare l’ambientazione di Meglio l’assenza, romanzo di formazione di Edurne Portela, scrittrice spagnola dalle origini basche, che racconta la storia di una famiglia difficile, quella di Amaia Gorostiaga, nella periferia di Bilbao tra il 1979 e il 2009.

Amaia ha 5 anni quando la storia comincia, ultima e unica femmina di quattro figli, con un aita (“padre” in euskera) poco presente, invischiato in traffici non molto chiari e certamente legati alla lotta politica armata, e una ama (“mamma”) incapace di tenere insieme i pezzi di una famiglia dove “ognuno sopravvive come può”. La prima vittima di questa confusione è Anìbal, il figlio maggiore, che come tanti giovani di quegli anni comincia a fare uso di droghe, in un’epoca in cui forse più facilmente si scivolava nell’eroina, inconsapevoli dei rischi. Il suo tragico epilogo sfalda definitivamente il sottile legame che teneva insieme i membri della famiglia Gorostiaga: Amadeo, il padre, abbandona definitivamente le sue responsabilità di genitore, mentre sua moglie Elvira si rifugia nell’alcol e nell’indolenza. Gli altri figli, disorientati e in balia dei messaggi confusi che arrivano dalla strada, inseguiranno il loro destino lontano dalla famiglia, uno nella lotta armata, l’altro eccellendo negli studi di filosofia; nel mezzo, la piccola Amaia. A lei resta il compito di crescere e sopravvivere lontano dagli adulti, schiacciata dall’egoismo dei genitori, dall’incapacità dei fratelli di proteggerla e guidarla, e da sé stessa, che infondo è solo un’adolescente che reclama con forza il diritto di essere giovane e di sbagliare. Intorno a lei, oltre a una famiglia in dissolvenza, c’è il fermento politico dei Paesi Baschi, tra rivendicazioni identitarie e lotta armata extraparlamentare, mentre forte è la ricerca di sé tra amicizie, compagnie sbagliate, amore per la letteratura, la scuola repressiva e incapace, la confusione nei rapporti con l’altro sesso.

Meglio l’assenza è un romanzo doloroso e vivo, che in qualche caso tende alla polarizzazione dei caratteri, ma non tralascia mai la sincerità e la credibilità del racconto in prima persona, e per questo risulta efficace; infondo è sempre dal punto di vista di Amaia che leggiamo la vicenda, e a una ragazzina è concesso di vedere tutto bianco o nero. Amaia lotta per restare sana, per restare viva, e andando avanti nella narrazione è sempre più chiaro che il rapporto fondamentale e conflittuale, quello che ha dominato la sua vita e le sue relazioni, resta sempre quello con un padre di cui, a un certo punto, brama l’assenza più che la presenza. Il rapporto con un padre incapace di entrare in contatto con le sue emozioni e con quelle dei figli è il punto d’incontro universale di una storia che potrebbe sembrare ferma alla testimonianza storica, ma è molto di più. È un documento, sì, ma sotto forma di mémoire, un racconto in soggettiva che dall’infanzia attraversa l’adolescenza, e arriva fino ai 35 anni della protagonista, nel 2009, quando è una donna che si chiede come sia andata a finire la storia, se sia terminata in un lieto fine, in una tregua, o in un armistizio. Un finale sospeso getta sull’intera vicenda una luce diversa, ne chiarisce aspetti e prospettive, e lascia nel lettore la voglia di ricucire con fatica gli strappi della vita.

Roberta Rega

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"Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti"



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