Il Machine Learning e la notte stellata – Intervista a Francesco Tripaldi

Francesco Tripaldi, Il machine learning e a notte stellata.
Qualche mese fa, per puro caso, mi sono imbattuta in un volumetto intitolato Il Machine Learning e la notte stellata. Si tratta di una raccolta di poesie del giovane Francesco Tripaldi pubblicata da Lieto Colle nella collana Gialla (realizzata in collaborazione con Pordenone legge). Un libro che, contro ogni aspettativa, è riuscito a farmi ridere, riflettere, appassionare e in alcuni punti, anche identificare.
Un lavoro costruito molto bene che, alternando poesia e prosa, mostra da subito il grande occhio attento dell’autore, capace di descrivere tante situazioni in maniera breve ed efficace. Si parla infatti di tecnologia, filosofia, attualità ma anche di poesia e poeti senza mai tralasciare l’ironia.
Un poeta serio che non si prende però troppo sul serio, cosa che ho molto apprezzato. Poiché non sono molto brava a scrivere di poesia ma avevo molta voglia di parlare di questo libro, ho fatto quattro chiacchiere con l’autore per scoprirne qualcosa di più.
Si chiama Francesco Tripaldi, è lucano di origine ma milanese di adozione, dove da qualche anno svolge la professione di avvocato.

Ciao Francesco e benvenuto su una banda di cefali. Ti premetto che non ho mai intervistato un poeta e non ho mai scritto di poesia, quindi sii clemente con qualche imprecisione. La mia prima domanda nasce da una piccola curiosità: com’è nato il tuo amore per la poesia e a quanti anni hai scritto la prima? A chi era dedicata?
Grazie a voi dell’interesse mostrato per la mia raccolta e dell’ospitalità.
L’ho composta ad 8 o forse 9 anni se non ricordo male. Mi regalarono delle agendine celesti (a mia sorella le regalarono rosa) e lì scrissi qualcosa sulla luna. Non so se possiamo definirlo amore è più una naturale inclinazione, forse. Comunque se decidessimo di poterlo definire amore si tratterebbe sicuramente di quegli amori sfrontati e travolgenti, quelli in cui si litiga spesso e ci si tira addosso le stoviglie.
La tua raccolta si intitola Il Machine Learning e la notte stellata, e quindi già da titolo accosti un elemento tecnologico e attuale con uno più classico. Anche nelle poesie della raccolta convivono registri e temi diversi. Questo può essere secondo te un modo per dare nuova linfa al linguaggio poetico?
Assolutamente si. Il titolo è, infatti, volutamente antitetico poiché vuole introdurre una riflessione sul ruolo del poeta quale soggetto deputato alla riconciliazione di contrapposte istanze. Credo che il poeta sia forse il solo in grado di passare da una dimensione all’altra e di cucire così un ricamo di sintesi, di convivenza e di influenza reciproca creando da commistioni di elementi completamente differenti una bellezza coagulante. Ciò chiaramente porta anche a ricercare un linguaggio adatto a comunicare ed a dopare le parole comuni per riempirle di una sensazione oltre che di un significato preciso.
Una delle mie tue poesie preferite descrive Milano come una donna in ritardo che si trucca su un tram. Tu sei Lucano ma milanese d’adozione, posso chiederti cos’altro rappresenta questa città per te?
Milano mi ha molto sorpreso. Mi piace molto vivere qui. Ho sempre la sensazione che da un momento all’altro si possa scoprire di far parte di un movimento artistico, di contribuire, nel mio piccolo, a definire il punto di vista poetico del momento, di raggiungere con la propria voce anche i più grandi e importanti autori. Ho l’impressione di tracciare vivendo qui la mia modestissima parte di manifesto letterario.
In varie poesie definisci il poeta e la poesia in vari modi. Dici ad esempio che “Saremo poeti per legittima difesa”, ma “poeta lo dici a tua madre”. Il poeta è “un piromane che vive vite sbagliate”, ma esercita “il mestiere più antico del mondo, quello con la p” anche se “nessuno si innamora dei poeti”. Cosa rappresenta per te la poesia e il tuo essere poeta, visto che di professione sei un avvocato?
Come dicevo, più che per amore, mi sono ritrovato a scrivere poesia per una ragione sostanzialmente oscura, un’inclinazione naturale di cui non saprei individuare l’origine. Per questo mi piace pensare di scrivere per “legittima difesa” perché a volte si rivela essere una cosa non prettamente piacevole. Sperimentare un’urgenza espressiva e non riuscire a soddisfarla appieno diventa spesso fonte di delusione, poi di irrequietezza e infine ti rende una persona tormentata. Troppo poco talentuoso per riuscire a rispondere in maniera soddisfacente a questa tua necessità, troppo dipendente da essa per disinteressarsene e abbandonare ogni tentativo di farlo.
Storicamente, poi, è anche la definizione stessa di poeta a rendere più difficile sopportare questa condizione. La definizione di poeta pesa come un fardello, un fardello di aspettative e un’infinita serie di paragoni con cui confrontarsi. Tu prova a dire a 16 anni a qualcuno che vuoi fare il poeta e la risposta che riceverai sarà un misto tra un sorriso imbarazzato, un malcelato scetticismo nelle reali possibilità che ciò possa accadere e, nella migliore delle ipotesi, un pallido tentativo di incoraggiamento. È una definizione, tirannica e stigmatizzante. Per questo penso che essere o voler essere poeti sia il modo peggiore di essere uomini. Il rapporto con la mia vita professionale è ugualmente complicato visto che l’immagine dell’avvocato è, come quella del poeta, perfettamente stilizzata e connotata. Lo stereotipo di rigoroso, scrupoloso e competente professionista rischia, agli occhi dei clienti e dei colleghi, di essere annacquato dall’immagine del poeta molto più spesso associata a caratteristiche opposte o comunque incompatibili con il ruolo del legale. Dal canto mio, tendo a tenere le due sfere separate, anche se a volte il mio lavoro mi regala spunti creativi molto validi.
Come nasce una tua poesia e con quale frequenza scrivi?
Ti ringrazio per la domanda. Sin ora non me l’aveva posta nessuno. Diciamo che il mio processo creativo non è codificato o codificabile. Direi che è molto casuale ma ha anche un funzionamento in un certo qual modo “automatico”. Tutto parte da una parola, una frase, un concetto che posso aver sentito, detto, letto, dedotto leggendo di altro, che cattura la mia attenzione e che provvedo immediatamente ad appuntare sul mio taccuino. Successivamente quando trovo il tempo di lavorare sui miei testi, scorro le pagine dei miei taccuini, compresi quelli vecchi, e le parole iniziano ad associarsi da sole all’idea di partenza fino a che non danno forma ad un brano. Per riuscire ad ottenere questo risultato a volte mi bastano 30 minuti, altre mesi e svariate consultazioni dei miei taccuini di parole, altre ancora sento che il brano ottenuto non è completo, quindi lo trascrivo e semplicemente attendo. Un giorno presto o tardi chiamerà a sé delle parole e troverà la conclusione che merita. Quanto alla frequenza mi sento di risponderti che anche se avessi la possibilità di scrivere tutti i giorni 3 ore al giorno, questo tempo sarebbe poco. Attualmente riesco a farlo solo 1/2 ore a settimana purtroppo.
Ultima domanda di rito: stai lavorando a nuove raccolte? Progetti in cantiere?
Si sto lavorando ad una nuova raccolta con cui ho intenzione di completare la riflessione intrapresa ne Il Machine learning e la notte stellata e che intendo concludere entro la fine dell’anno, sempre che i miei taccuini me lo consentano.
Intervista a cura di Carla De Felice
Milano è una ragazza che si trucca sul tram
Sono tra ombrelli affastellati
indistinto cadavere
dimenticato al termine del temporale
all’ingresso del locale
frugato da una sconosciuta mano
che, varcando l’uscita,
mi tocca spudoratamente
il meccanismo d’apertura
se fuori è di
nuovo bufera.
Costo pochi euro
sulle scale della M3,
scheletro d’alluminio
pelle di tela e paraffina,
sono considerato monouso,
spesso vivo un giorno solo.
Milano
è una donna in ritardo
che su trucca
su un tram.
Milano
può dimenticarti
in un angolo di un bar
anche se ti ha appena comprato
anche se fuori ha appena piovuto.



