Interviste guerra & droga

Published on Aprile 10th, 2020 | by cefalo precario

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Guerra & droga. Claudio Metallo intervista Alessandro De Pascale.

Guerra & droga è un libro inchiesta di Alessandro De Pascale (Castelvecchi, 2017). Un racconto su come la guerra e la droga siano intrecciate da secoli.

Un libro in cui emerge tutta l’ipocrisia del potere statale che proibisce le sostanze stupefacenti, negando assistenza a chi ha seri problemi di dipendenza (questo vale anche per l’alcool), ma poi è pronto a imbottire di anfetamine i servitori della patria in modo da farli correre di più, non fargli avere paura e non fargli avere nessuna pietà del nemico.

De Pascale ha una lunghissima esperienza di giornalista d’inchiesta, oltre a moltissime collaborazioni (Left, Il Manifesto, La voce delle voci, Il Punto, Terra e altri quotidiani e riviste), ha pubblicato Telecamorra, guerra tra clan per il controllo dell’etere (Lantana, 2012) o Il caso Parolisi: sesso, droga e Afghanistan (Imprimatur-RCS, 2013 – con Antonio Parisi). Guerra & droga è un testo importante per leggere tra le pieghe della storia e apre nuovi scenari, spesso, totalmente inaspettati. Il libro è anche un viaggio nel tempo tra la seconda guerra mondiale, quella del Vietnam fino ad arrivare all’Afghanistan. Il saggio ci porta anche in giro per il mondo tra Indocina e Medio Oriente, tra Europa e Stati Uniti per raccontarci che anche le tecniche di controllo sociale vengono sperimentate negli scenari di guerra. Abbiamo fatto qualche domanda ad Alessandro che ha avuto la bontà di risponderci in maniera precisa e per niente retorica.

guerra & droga

Alessandro De Pascale, Guerra & droga, Castelvecchi, 2017.

Nell’introduzione scrivi che il binomio guerra e droga è vecchio quasi quanto la guerra stessa. Ci spieghi perché?

In una certa misura si può affermare che la guerra è sempre stata “farmacologica”. Fin dall’inizio, la storia delle sostanze psicoattive e quella dei conflitti si sono sviluppate in modo interdipendente e di pari passo, nel corso dei secoli. Non si tratta di vicende parallele, ma intrecciate e confluite insieme, in molte occasioni, in modo cruciale e decisivo. Tra tutte le categorie professionali, quella del soldato è la più soggetta, per le particolari condizioni a cui si è sottoposti, al loro consumo. Per secoli i combattenti hanno usato autonomamente sostanze e alteranti vari, poco importa se legali o meno, per mantenersi attivi, rilassarsi e/o sfuggire alla realtà. In azione, l’impiego l’impiego di sostanze psicoattive avviene innanzitutto per cercare un miglioramento delle performance dei combattenti o per aiutarli a trovare il coraggio di affrontare la battaglia. Come conseguenza di ciò, si sono rivelate utili per alleviare i traumi provocati dai lunghi e sanguinosi conflitti. Il loro uso sul campo di battaglia, in molti casi si è trasformato in abuso, per scelta o per necessità, autonomamente o attraverso veri e propri razionamenti. Per non parlare del fatto che in diverse occasioni, i soldati sono stati trasformati, più o meno inconsapevolmente, in cavie umane per analizzare, testandole direttamente sul loro corpo, nuove sostanze, dosaggi massimi tollerati, effetti e controindicazioni, a breve e lungo termine. Anche la psichiatria si è sviluppata in ambito militare, usando i combattenti come banco di prova, ricorrendo fin dal suo avvento a tecniche rivelatesi poi veri e propri strumenti di tortura, fino all’impiego diffuso di antipsicotici e antidepressivi alla nascita della farmacologia. L’uso massiccio di farmaci psicoattivi da parte degli psichiatri militari, come riporto nel libro in un apposito capitolo dedicato all’argomento, ha scatenato nelle forze armate occidentali in tempi recenti una tragica catena di suicidi. Negli Usa, addirittura la morte di centinaia di militari per overdose da poliassunzione di farmaci o nuovi trattamenti sperimentali, testati direttamente sul campo per usi non autorizzati nel mondo civile. Le sostanze psicoattive sono inoltre state sfruttate come fonte di finanziamento per la guerra stessa, attraverso il narcotraffico. Cui va aggiunto, infine, il loro uso come “arma tattica”, nel tentativo cioè di mettere in difficoltà e fiaccare combattenti e popolazioni nemiche, sperando in effetti collaterali, quali la dipendenza o la riduzione del morale, ma anche la frantumazione del tessuto politico-sociale.

 

Ci puoi raccontare brevemente quali sono i momenti salienti del rapporto tra droga e guerra dal punto di vista storico?

In questo libro ho cercato di rileggere la nostra storia e quella delle guerre attraverso l’uso di droghe. Un lungo viaggio, dall’antichità al presente, per raccontare come ogni conflitto sia stato caratterizzato dall’impiego di una o più sostanze psicoattive al tempo disponibili: inizialmente “piante magiche”, in seguito estratti farmacologici e, infine, preparati totalmente sintetici. Fin dall’antichità, alcol, oppio o piante psicotrope sono state fornite ai soldati: nella fase iniziale, prima della battaglia, per lanciarli nella mischia; durante, per farli combattere; dopo, per aiutarli a rilassarsi. Negli ultimi secoli, con alcol in piccole dosi, cocaina e successivamente anfetamine, si è cercato di migliorare l’efficienza delle truppe in combattimento, aumentarne l’operatività e il tempo di impiego in azione. Accelerando i processi metabolici, gli stimolanti incrementano l’azione celebrale, aumentano la resistenza, apportano energia, riducono la stanchezza, rimandando momentaneamente la necessità di dormire e possono sostenere il morale delle truppe. Riducono inoltre i freni inibitori, migliorando la determinazione e la prontezza d’attacco. Viceversa, sostanze quali l’alcol in grandi quantità, gli oppiacei, i barbiturici e anche la cannabis, sono state impiegate per aiutare a far calare gli effetti dell’assunzione di dosi importanti di stimolanti, placare lo stress provocato dal combattere e cercare di mitigare i traumi di guerra. Al fronte, i comandanti spesso hanno fatto finta di non vedere il consumo/abuso delle loro truppe, almeno fino a quando gli effetti collaterali causati da una loro assunzione smodata, e a lungo termine, sommati alla privazione del sonno, si sono manifestati nell’inversione dell’efficienza in combattimento (riducendola al posto di aumentarla) o disintegrando lo spirito e il morale delle truppe. Riguardo alla tipologia, ogni conflitto, come descritto approfonditamente nel libro, ha avuto la propria chimica psicoattiva e le sue peculiari caratteristiche. Già i popoli antichi (Egizi, Greci, Assiri, Persiani, tribù siberiane, Vichinghi, Indiani americani e altri) facevano un ampio uso di piante e sostanze inebrianti. Con l’oppio (ma soprattutto in questo caso direi per l’oppio), nell’Ottocento i britannici hanno combattuto in Cina ben due guerre. Mentre l’uso di sostanze nei conflitti moderni e contemporanei, potremmo riassumerlo così: Guerra d’Indipendenza americana (morfina), Guerra di secessione americana (morfina e cocaina), Prima Guerra Mondiale (morfina, eroina, cocaina), Seconda Guerra Mondiale (anfetamine, cocaina e morfina), Guerra del Vietnam (anfetamine, morfina ed eroina), Invasione sovietica dell’Afghanistan (oppio ed eroina), Guerra del Golfo (anfetamine), Guerre nei Balcani (anfetamine ed eroina), Guerra in Afghanistan (anfetamine, oppio ed eroina), Siria e Iraq (anfetamine). Da evidenziare, come molte di queste droghe, sviluppate o diventate popolari in un conflitto, si sono successivamente diffuse o nella società che lo subiva o tramite i soldati che al ritorno dal fronte portavano a casa anche nuovi stili e modalità di consumo. Queste vere e proprie “epidemie” di abuso e dipendenza sono state sfruttate dalla politica anche per motivare la stretta proibizionista, nonostante la successiva graduale riduzione o cessazione dell’uso da parte dei reduci una volta tornati alla vita normale (vedi l’eroina con la guerra del Vietnam). Tra gli strumenti impiegati o progettati per il potenziamento militare, oltre alle psicofarmacologie, un ruolo sempre maggiore è oggi rivestito dalle neuroscienze e dall’ingegneria genetica. Nel 2002, davanti ad una commissione d’inchiesta del Senato Usa, l’allora direttore del Darpa (l’agenzia per i progetti di ricerca avanzata della difesa), Anthony J. Tether, rivelò senza mezzi termini: «Stiamo lavorando, attraverso diversi programmi, direttamente sulla stessa biologia umana. Un esempio è quello sulla Performance Assistita Continua, per individuare nuovi metodi per prevenire la stanchezza e consentire ai soldati di restare svegli e reattivi, di rimanere in azione ed efficienti per 7 giorni senza dormire, in assenza di effetti deleteri sul corpo e la mente».

 

Cos’è il Pervitin, la possiamo definire la droga dei nazisti?

I chimici tedeschi sono stati i più “stupefacenti” della storia. In poco più di un secolo hanno isolato la morfina dall’oppio (1807, Friedrich W. A. Sertürner), sintetizzato cocaina (1859, Albert Niemann), eroina (1897, Felix Hoffmann), Mdma (1912, Fritz Haber), metanfetamina (1937, Fritz K. Hauschild) e infine il metadone (1939, Max Bockmühl e Gustav Ehrhart). Il Pervitin è una metanfetamina, sostanza della famiglia delle anfetamine, potenti stimolanti che da quando sono stati immessi sul mercato a cavallo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale sono diventati gli eccitanti per eccellenza di tutti i conflitti. Il motivo è molto semplice: l’avvento della tecnologia consentite missioni prolungate, in qualsiasi condizione atmosferica, di giorno o di notte ma è necessario superare i limiti umani, primi fra tutti stanchezza e necessità di dormire. Tuttora le anfetamine sono le più impiegate dagli eserciti: il loro uso continua ad essere ad esempio autorizzato nelle forze armate statunitensi, a partire da piloti di caccia e forze speciali. Nel 1930 la casa farmaceutica statunitense Smith, Kline & French (l’attuale colosso GlaxoSmithKline) festeggia il suo centesimo anniversario iniziando a vendere la Benzedrina, pubblicizzata come rimedio contro la depressione e come trattamento per la dieta o i dolori mestruali. Arriva così per la prima volta nelle farmacie la beta-fenilisopropilammina, meglio nota come anfetamina. La novità non consiste tanto nel principio attivo, sintetizzato per la prima volta 43 anni prima (nel 1887), quanto piuttosto la sua immissione sul mercato. Trattandosi di uno stimolante del sistema nervoso centrale, cattura immediatamente l’interesse anche del settore militare alla costante ricerca di qualcosa in grado di migliorare le performance dei soldati. Sei anni dopo, nel 1936, durante le Olimpiadi organizzate dai nazisti a Berlino, un giovane chimico tedesco, Fritz Kurt Hauschild, nota l’influenza della Benzedrina sulle competizioni: gli Usa la impiegarono, nel tentativo di vincerle, come doping per gli atleti. Così chiede alla ditta per cui lavorava, la Temmler-Werke, di lavorare su qualcosa di analogo, visto che quella sostanza era un brevetto statunitense. Nasce così il Pervitin, nome commerciale del nuovo prodotto farmaceutico a base di cristalli di metanfetamina, brevettato dalla Temmler nel 1937, il cui effetto era più mite rispetto alla normale anfetamina ma dalla durata maggiore. Il successo è immediato, anche grazie a una massiccia campagna pubblicitaria che lo presenta come «un dono per risvegliare la vitalità ed eliminare la rassegnazione nelle persone» e un rimedio contro «la frigidità delle donne». Il suo uso si diffonde ai tutti i livelli della società, diventando comune come una tazza di caffè. Ancor più quando, durante la guerra, questo diventerà raro e costoso e sul mercato verranno immessi addirittura cioccolatini a base di Pervitin, le Hildebrand-Pralinen. L’uso sistematico della metanfetamina nell’esercito tedesco, la Wehrmacht, lo si deve a Otto Friedrich Ranke, fisiologo e docente universitario, nominato proprio nel 1937 direttore dell’Accademia medica militare e dell’Istituto di fisiologia delle forze armate del Terzo Reich. Gli esperimenti da lui condotti con gli stupefacenti a partire dal 1938 sono i primi programmati e continuativi di cui si ha prova nell’intera storia militare. L’anno successivo, con l’invasione della Polonia, avviene il primo impiego sul campo del Pervitin da parte della Wehrmacht. Ma è con la campagna di Francia (1940) che i nazisti si convincono davvero di poter condurre una “guerra lampo” per conquistare il mondo, anche grazie all’uso sistematico e massiccio della metanfetamina. Il protocollo messo a punto da Ranke è impressionante: «Una compressa di giorno» per ogni soldato, «di notte 2 in rapida successione e, se necessario, altre 1-2 dopo 3-4 ore». Due ditte, la Temmler e la Knoll (che nel frattempo ha realizzato l’analogo Isophan), vengono messe a produrre metanfetamina a ciclo continuo: una singola nota di consegna alla Wehrmacht è per ben 33 milioni di confezioni. La loro somministrazione alle truppe naziste proseguirà, anche con la realizzazione di veri e propri cocktail di sostanze, fino alla fine del conflitto nel 1945, trasformando però gradualmente i militari tedeschi in un “esercito di zombie”. Anche se, almeno nella fase iniziale, la metanfetamina ha sicuramente consentito ai nazisti di avere un’arma in più, dando così vita a una forma nuova di guerra: i tedeschi guadagnano più territori in 4 giorni di Seconda Guerra Mondiale, che non nei 4 anni della Prima: la Francia, ad esempio, capitola in appena 11 giorni. In un diario inedito, il generale Rommel scrive che i 240 chilometri percorsi dalle sue truppe il 14 giugno del 1940 sono un «record militare mondiale». Mentre un reporter di guerra tedesco raccontava che «si avanzava senza sosta, anche di notte (…) così veloci che i francesi non avevano il tempo per fuggire (…) le uniche soste per mettere la benzina nei serbatoi (…) nessuno ha sonno». Non appena i comandi Alleati comprendono cosa si nasconde dietro questa marcia in più, per compensare lo squilibrio sul campo di battaglia, inglesi e statunitensi inizieranno a fornire anche alle loro truppe delle anfetamine, la loro Benzedrina: almeno 72 milioni le pasticche acquistate dall’esercito inglese nel corso della Seconda Guerra Mondiale, da quello statunitense 250 milioni. L’introduzione del loro uso, inizialmente adoperando degli inalatori, in una prima fase era limitato all’Aviazione, che doveva affrontare con i lenti aerei del tempo, missioni di bombardamento che duravano fino a 36 ore, nella maggior parte dei casi di notte.

 

Ci racconti brevemente anche del captagon?

Il Captagon è il nome commerciale di un’altra metanfetamina, sintetizzata nel 1961 dalla tedesca Degussa AG (gruppo Evonik). Per il mondo medico-scientifico aveva minori effetti collaterali rispetto alla sua “cugina” anfetamina, non causando, ad esempio, alcun significativo aumento della pressione sanguigna. Per tutti gli anni Sessanta il Captagon viene usato come antidepressivo, per la narcolessia o per il trattamento di quella che oggi viene definita sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd). Nel decennio successivo, anche nel mondo del ciclismo come doping. Nel 1986 entra nell’elenco delle sostanze vietate. Torna alla ribalta nei primi anni Duemila, quando l’organo Onu deputato alla tracciabilità delle sostanze (l’Incb) e la polizia internazionale Interpol, osservano uno spostamento della sua produzione clandestina dall’Europa sud-orientale (Slovenia, Serbia, Montenegro, Bulgaria e Turchia) verso il Medio Oriente (Siria, Giordania, Libano e Penisola arabica). In questo caso parliamo ovviamente di confezioni contraffatte di captagon, anche se spesso con tanto di marchio registrato, che in realtà non sono più il prodotto originale degli anni Sessanta a base di cloridrato di fenetillina ma quelli che si definiscono “stimolanti del tipo anfetamine” (Ats): una serie di sostanze chimicamente correlate che stimolano il sistema nervoso centrale. Fatto sta che da allora diventa la sostanza più usata in Medio Oriente. Negli ultimi anni, i sequestri di compresse di captagon sono aumentati esponenzialmente in tutta la regione fino alla Penisola Arabica, con consumi tra la popolazione segnalati in costante crescita. Il World Drugs Report 2019 dell’Ufficio droga e crimine dell’Onu (Unodc) riporta che «nel periodo 2013-2017, il 51% dei sequestri di anfetamine sono avvenuti nel Vicino e Medio Oriente e nel Sud-Ovest asiatico». Riguardo ai Paesi di origine, il report dell’Unodc individua «la Repubblica araba siriana e il Libano, che insieme hanno rappresentato oltre la metà di tutte le segnalazioni delle autorità nazionali in queste sottoregioni, a differenza di quanto avvenuto nel periodo 2010-2012, quando il principale era la Turchia». Durante le guerre al sedicente Stato Islamico, il captagon diventa la “droga del combattente”, sia per la diffusione tra i jihadisti, sia per l’accusa di produzione che è stata rivolta all’Isis stessa: prima del conflitto, la Siria aveva una delle industrie farmaceutiche più sviluppate della regione e, come evidenziato dall’Unodc, la sua diffusione nel Paese dei cedri è antecedente, anche se di poco, alla comparsa nel 2013 del Daesh. Antonio Maria Costa (direttore dell’Unodc dal 2002 al 2010) in una delle 2 post-fazioni del mio libro, scrive che «non posso pensare a un solo gruppo terroristico al mondo (dall’Eta basca all’Ira nordirlandese, da al-Qaeda agli Hezbollah e all’Isis in Medio Oriente, dal Sentiero Luminoso peruviano alle Farc colombiane) che non usi il commercio di droga per finanziare le proprie attività, accompagnato dalla periodica somministrazione ai combattenti per ricavarne il massimo impegno». Io stesso, durante il mio lavoro sul campo nella regione, ho raccolto testimonianze di un coinvolgimento del sedicente Stato Islamico nella sua produzione e nel traffico oltreconfine, oltre che del suo uso da parte dei combattenti. Come tutte le anfetamine, anche il captagon riduce stanchezza, fame e dolori, provocando euforia. Tra i possibili effetti collaterali dell’abuso prolungato sono indicati comportamenti violenti, allucinazioni, ansia, confusione, insonnia, paranoia e disturbi della personalità. Un mix di sintomi che potrebbe di conseguenza aver favorito i già di per sé brutali e selvaggi crimini di guerra. Sarà anche un caso, ma le segnalazioni e l’escalation dei macabri episodi di cui si è macchiato il Daesh in Siria e Iraq, sono arrivate di pari passo con la diffusione del captagon. Inutile aggiungere, a scanso di equivoci o facili strumentalizzazioni, che non diventano carnefici tutti quelli che assumono anfetamine. Per Jean-Pol Tassin, un neurobiologo dell’Istituto nazionale francese per la ricerca medica (Inserm) che ha a lungo studiato il fenomeno, gli atti brutali si compiono soltanto se l’individuo è stato (come nel caso dei nazisti o del Daesh) preformato o preprogrammato per questo. Il consumo di anfetamine, oltre che in ambito militare, si è del resto diffuso fin dal loro avvento sul mercato, soprattutto tra studenti e ricercatori, di certo non una categoria di violenti assassini.

 

Sono anni che si parla dell’operazione Blue Moon, un progetto sponsorizzato dalla CIA per far arrivare l’eroina tra i movimenti giovanili (anche tra le Black Panther) per distruggerli. Cosa ne pensi?

Partiamo dal contesto storico. Nel mio libro ho sempre cercato di ricostruirlo, in quanto sia il consumo individuale, sia quello di gruppo, vanno sempre contestualizzati in base ai principi morali prevalenti al tempo in cui si verifica l’evento o il fenomeno raccontato. Lo stesso discorso vale per forze armate e servizi segreti, che in qualsiasi luogo e periodo storico non rappresentano soltanto pubbliche istituzioni dello Stato, ma sono espressione, più o meno inconsapevolmente, di realtà sociali e culturali specifiche, con i loro valori distintivi: norme, costumi, pratiche e orientamenti politici. Nel caso di Blue Moon parliamo del periodo della Guerra Fredda, che vedeva il mondo diviso in 2 blocchi contrapposti sull’orlo di un conflitto nucleare e si è contraddistinto anche per un’altra nefasta e ipocrita caratteristica ascrivibile al cosiddetto machiavellismo: «Quell’utilitarismo, nel modo di governo, che sacrifica ogni istanza morale, non disdegnando di servirsi dei più subdoli e violenti espedienti, pur di ottenere successo» (definizione del Dizionario di Storia dell’Enciclopedia Treccani). In quel periodo, negli Stati Uniti alla guida della Nato, le varie agenzie di spionaggio e controspionaggio iniziano alacremente, sistematicamente e per decenni, a violare i confini operativi definiti dai loro rispettivi statuti. Diversi capitoli del libro sono dedicati alla Guerra Fredda ma quello in cui racconto di diverse operazioni di questo tipo si chiama in modo emblematico “Droga di Stato”. Prima di proseguire ci tengo a specificare che molte delle informazioni contenute nel libro sono tratte da documenti desecretati presenti negli archivi di Stato tedeschi, britannici e statunitensi. Questi ultimi, purtroppo, non parlano direttamente di Blue Moon, ma di diversi scandali su controverse azioni di sorveglianza sotto copertura, che Fbi e Cia hanno condotto spesso senza informare il Parlamento statunitense e le sue apposite commissioni di controllo, se non addirittura mentendo. Operazioni che hanno visto la Cia impiegare sostanze (soprattutto Lsd) su civili inconsapevoli, quali MkUltra (attivato nel 1953 e interrotto 20 anni dopo), che contava tutta una serie di sottoproggetti, uno dei quali prevedeva proprio l’uso di droghe per neutralizzare gli oppositori. C’era poi Chaos, messo in campo dalla Cia nel 1967, realizzato in collaborazione con l’Fbi e dedicato a 5 “nemici”: militanti afroamericani, gruppi giovanili radicali, stampa underground, movimenti pacifisti e disertori. Movimenti di contestazione che, anche a causa della guerra del Vietnam, si erano allora diffusi in tutto l’Occidente. L’allora capo dell’Fbi, John E. Hoover, da tempo faceva studiare con attenzione tutta la stampa underground, ritenendo che il consumo di stupefacenti fosse un ottimo sistema per fermare questi gruppi di contestazione di sinistra. Parliamo di un periodo in cui uomini che odorano di servizi segreti, come Ronald Hadley Stark, compaiono e scompaiono al momento opportuno, sempre per determinare una svolta nella produzione e diffusione di sostanze stupefacenti. Per il Ros dei carabinieri, che nel 1996 nell’ambito di un’altra inchiesta incappa nella sua attività in Europa, e in particolare in Italia, a metà degli anni Settanta aveva garantito il 50% della produzione mondiale di Lsd. Nel 1975, Stark viene arrestato a Bologna assieme ad altre 2 persone, con documenti contraffatti, un’ingente somma di denaro in diversa valuta e stupefacenti. Il Ros scrive che «sono note 20 diverse identità del soggetto, di cui 4 italiane». La successiva indagine sviluppata sulla base degli appunti che gli avevano trovato, diventa per traffico internazionale di stupefacenti, ampliandosi alle sue attività in Olanda, Belgio, Germania e Libano, ai laboratori clandestini che aveva gestito e ai suoi rapporti con i narcos. Persino per il giudice che nel 1979 ne autorizza la scarcerazione, Stark è uno 007 americano. Facendolo ugualmente, o proprio per questo, rilasciare, non prima di aver accertato nell’ordinanza: «Un tessuto di rapporti con autorità diplomatiche e consolari statunitensi anteriori alla sua detenzione, ma mantenuti durante la stessa (…) il periodico versamento in suo favore di somme di denaro provenienti da Fort Lee, conosciuta come sede della Cia (…) la sua conoscenza di un sistema criptografico (…) l’appartenenza, negli anni 1960-62, al dipartimento della Difesa degli Usa». Un giudice italiano che si è scontrato nel corso delle sue indagini con l’operazione Blue Moon è il magistrato Guido Salvini, che a fine anni Ottanta ha riaperto le indagini sulla Strage di piazza Fontana, in seguito alla scoperta di Gladio, all’apertura di alcuni archivi dei servizi segreti e al manifestarsi in modo più ampio del fenomeno della collaborazione con la giustizia dell’estrema destra eversiva. Il magistrato ha ad esempio raccontato a Rai Storia che il fascista Roberto Cavallaro, fondatore del gruppo Alfa, un’organizzazione di squadristi che negli anni “caldi” compie numerose azioni violente, gli ha rivelato che «in Francia, durante un campo di addestramento con dei militari, gli fu spiegato che stava partendo in Italia questo progetto Blue Moon, cioè la droga come arma contro gli oppositori». Salvini non ha dubbi anche riguardo all’americano Stark: «Per l’attività che ha svolto, possiamo dire sia l’espressione, il realizzatore, nel nostro Paese, di quel piano Blue Moon che era partito qualche anno prima». Questa operazione potrebbe quindi essere stata la versione narcotica di Chaos, usando, nel caso dell’Italia (e più in generale dell’Europa), l’eroina al posto dell’Lsd. Anche nel nostro Paese, al pari degli Usa, quello è un periodo tormentato, di grandi tensioni politiche e sociali, degli anni di piombo col terrorismo nero fascista e rosso comunista, della “strategia della tensione” in cui viene attuata una guerra non convenzionale. Gli 007 americani attivi in Italia erano 40, dei quali almeno 7 agli ordini esclusivi dalla Cia, cui si aggiungevano quelli «clandestini» o «sotto copertura», la cui presenza è stata ricostruita proprio dal Ros dei carabinieri. Si trattava di agenti, che al termine di singolari corsi formativi, ottenuta un’infarinatura generale e credibile, si erano infiltrati nei gruppi radicali, nelle università e nella galassia della contestazione. Un articolo di giornale attribuisce la frequentazione di Stark con circoli dell’estrema sinistra milanese tra il 1968 ed il 1971, periodo del cosiddetto “autunno caldo”, facendosi chiamare Ali Khoury, sedicente esule palestinese. Alcuni documenti lo collegano al capo della Dc siciliana Salvo Lima, tra i principali referenti politici della mafia e lui stesso affiliato a Cosa Nostra fin dai primi anni della sua attività politica. Ulteriori carte mostrano contatti diretti tra Stark e il generale Vito Miceli, allora direttore del Servizio Italiano Difesa (Sid), associato all’operazione Gladio, arrestato nel 1974 per cospirazione contro lo Stato nell’inchiesta sulla Rosa dei Venti e accusato di favoreggiamento per il tentato golpe Borghese (verrà assolto definitivamente nel 1985). L’appello che i golpisti avrebbero dovuto leggere in tv parlava anche della riscossa morale degli italiani, ridotti a popolo di drogati, devastati dagli stupefacenti e dal comunismo. In quel periodo, in appena 6 mesi erano usciti 10mila articoli sulla droga, un numero pari a quelli dei 7 anni precedenti, alimentando ad esempio il falso mito della «marijuana assassina». Negli anni in cui Stark è in Italia, dalle piazze scompare magicamente la cannabis, dalle farmacie Simpamina (una anfetamina) e Mandrax (un ipnotico-barbiturico, negli anni Settanta chiamato la “pillola della felicità”), soppiantati da un fiume in piena di eroina, in un mare di strane coincidenze. A Roma, come nelle altre città, nel 1970 questa sostanza era sconosciuta. Appena 5 anni dopo, la situazione è già drammatica e uno dei principali settimanali italiani titola: «Gli eroinomani sono migliaia, lo ammette anche il centro Antidroga del Comune». Negli anni successivi, scemeranno sia la contestazione, sia il terrorismo, mentre l’eroina provocherà tra i giovani migliaia di morti per overdose e decine di migliaia di dipendenti. Ribadisco, di Blue Moon non si trova traccia nei documenti desecretati statunitensi, anche se potrebbero essere stati fatti sparire al pari di quelli di MkUltra (distrutti nel 1973 per volere dell’allora direttore della Cia, Richard Helms), la cui conoscenza è limitata ai progetti che hanno visto l’affiancamento dei militari, ai pochi documenti sopravvissuti o alle testimonianze giurate dei protagonisti davanti al Congresso.

 

C’è un aspetto curativo di molte sostanze stupefacenti oltre che ricreativo. Perché il proibizionismo non è ancora stato superato?

Perché troppo spesso l’ideologia è più forte della realtà dei fatti. Qualsiasi processo radicale è difficile e richiede tempi lunghi. Inoltre, ed è forse questo l’aspetto più complicato per chi governa, un’inversione di rotta prevede sempre anche l’ammissione di responsabilità nei confronti di un fallimento. In più, a livello politico, il proibizionismo consente di spacciare nell’immediato presunti successi a livello repressivo, i quali, però, pur non incidendo minimamente a lungo termine sul fenomeno, possono portare voti se ben propagandati. Al contrario, i risultati dell’approccio antiproibizionista si vedono nel tempo, non nell’immediato. Ma negli ultimi anni sono sempre di più le persone e le voci autorevoli che, sulla base di dati oggettivi, chiedono l’inversione di rotta. Giusto per fare qualche esempio, nel 2009 la Commissione latino-americana su droghe e democrazia, organismo di esperti promosso dagli ex presidenti di Brasile, Colombia e Messico e da un gruppo di magistrati e personalità della cultura sudamericani, nel denunciare il fallimento di una guerra alla droga pagata a caro prezzo dai loro Paesi, chiesero un cambio di paradigma. Tre anni dopo, nel 2011, arrivò un secondo documento ancora più ampio, articolato e ricco di dati, firmato dalla Commissione globale sulle politiche della droga, presieduta dal già segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, formata dai membri del precedente organismo latinoamericano, da altri ex presidenti o premier (Svizzera, Portogallo, Grecia, Polonia, Nigeria, Sud Africa, Cile, Mauritius, Timor-Leste, Australia Occidentale, Nuova Zelanda) e da illustri personalità statunitensi, come l’ex Segretario di Stato George Shultz e il già numero uno della Federal Reserve Paul Volcker. Anche loro chiesero una totale inversione di rotta, la depenalizzazione di qualsiasi consumo di sostanze e la sperimentazione di un mercato controllato, a partire da quello della cannabis, per togliere potere alle narcomafie. Negli anni, sempre più nazioni hanno chiesto senza successo all’Onu di modificare le convenzioni internazionali alla base del regime proibizionista. Tanto che alcuni Paesi, supportati da evidenze scientifiche, hanno infine deciso di procedere autonomamente con sperimentazioni quali la regolamentazione o legalizzazione della cannabis (Canada, Olanda, Uruguay, Georgia, oltre metà degli Stati Uniti), la completa depenalizzazione del consumo e del possesso di sostanze per uso personale (Portogallo e Repubblica Ceca) o la somministrazione controllata di eroina (Olanda, Svizzera, Canada). A fronte di tutto ciò, l’Italia, nonostante numerose promesse e progetti di legge in tal senso, spesso bipartisan, che si sono succeduti negli ultimi decenni, per 8 anni ha avuto la legge più repressiva d’Europa, la Fini-Giovanardi, giudicata incostituzionale nel 2014. Da allora è tornata in vigore la precedente Iervolino-Vassalli del 1990, anche questa di matrice proibizionista. Un approccio confermato anche dall’attuale governo, formato dai 5 Stelle (a favore della legalizzazione) e dal Pd (che vede al suo interno un’anima interna convintamente favorevole), il cui ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha appena incardinato una proposta di legge per cancellare la lieve entità (come chiedeva la Lega). A questo si aggiunge l’incapacità di decidere anche solo per la vendita della cosiddetta cannabis light, priva di effetti psicotropi (in quanto il contenuto di Thc è inferiore allo 0,5%) ma rivelatasi efficace nel trattamento di decine di patologie, la cui coltivazione è stata autorizzata con una legge europea. Inoltre, ogni qualvolta viene compiuto un passo indietro, a causa dei tempi lunghi della politica o per il suo completo disinteresse, diventa arduo invertire la rotta. Riguardo all’aspetto curativo di molte sostanze è innegabile che il proibizionismo abbia in questi decenni limitato, se non addirittura impedito, anche solo la ricerca scientifica. Passi in avanti sono ad esempio stati fatti sulla cannabis, pianta che non ha mai ucciso nessuno, il cui impiego al posto dei farmaci convenzionali si è rivelato molto efficace per numerose patologie. L’uso a scopo terapeutico è stato autorizzato in molti Paesi del mondo, Italia compresa, dove però le scarse forniture la rendono disponibile ai pazienti soltanto per 6 mesi l’anno, ledendo il diritto alla cura di queste persone. In questi ultimi anni la ricerca scientifica è al lavoro anche sul cosiddetto microdosing: l’assunzione controllata a scopo terapeutico e in piccole dosi, di sostanze psicoattive attualmente proibite. Nel 2019 sull’Harm Reduction Journal e sull’ACS Chemical Neuroscience è stata pubblicata una ricerca secondo la quale micro dosi di Lsd (l’allucinogeno per eccellenza) migliorano creatività, concentrazione e soprattutto l’umore, tanto che potrebbe rappresentare un’alternativa concreta all’utilizzo di antidepressivi. Nella stessa direzione va l’autorizzazione appena ottenuta negli Usa dalla Janssen (gruppo Johnson e Johnson) per immettere sul mercato uno spray nasale a base di esketamina, una molecola specchio dalla ketamina (anestetico usato anche a scopo ricreativo come droga psichedelica). Verrà impiegato nel trattamento della depressione, in pazienti con patologia resistente ad altre terapie. Gli attuali antidepressivi cominciano ad agire in genere 2-3 settimane dopo l’inizio della cura. Con la ketamina, invece, l’effetto antidepressivo si manifesterebbe in poche ore, in alcuni casi in soli 40 minuti. Motivo per cui ora è oggetto di valutazione anche da parte dell’Agenzia europea del farmaco.

 

Nicola Gratteri, procuratore capo della Procura di Catanzaro, ha ribadito più volte che lo stato dovrebbe proibire qualsiasi cosa faccia male alla salute, dall’alcool al tabacco. Probabilmente potremmo arrivare anche a proibire le cozze o i salumi. Cosa pensi di questa posizione?

Ho sempre avuto grande stima per il lavoro di Gratteri, magistrato in prima linea contro la ‘ndrangheta, spesso isolato e attaccato per le sue inchieste. Ma su questo, personalmente, mi sento di dissentire. Nel 1998 l’allora capo dell’Ufficio droga e crimine dell’Onu (Unodc), Pino Arlacchi, aveva promesso «un mondo senza droga entro 10 anni». Slogan retorico e utopistico, al punto che un decennio dopo, quell’obiettivo è stato spostato in avanti di altri 10 anni, fino a quanto l’Unodc ha deciso di non fissarlo più. Il discorso, a mio modesto parere, è che oltre mezzo secolo dopo l’imposizione al mondo della guerra alla droga, lanciata nel 1971 dall’allora presidente Usa Richard Nixon, la situazione non è affatto migliorata: le strade sono piene di droga, sul mercato arrivano continuamente nuove sostanze, i consumi sono aumentati. La repressione costa un mare di quattrini, il potere delle narcomafie cresce, sono nati veri e propri narcoStati, per alcune nazioni la guerra alla droga ha un prezzo altissimo in termini di vite umane, le carceri sono piene di “pesci piccoli” e si cerca di svuotare il mare con un cucchiaino, come mi confidò amareggiato in un’intervista un pezzo grosso dell’antidroga. Anche il successore di Arlacchi all’Unodc, Antonio Maria Costa, nella sua post-fazione al mio libro ammette che «l’interdizione della droga libera dà luogo a uno spaventoso narcotraffico, per un giro d’affari annuo di 300 miliardi di dollari (…) intere regioni in Asia e America Latina, dove la droga è coltivata, sono in mano a fuorilegge di tipo mafioso, oppure a insorti che finanziano le proprie attività (guerriglia) appunto trafficando stupefacenti». Costa denuncia inoltre «l’ipocrisia dei governi che sanciscono la politica di controllo degli stupefacenti, ma praticano l’opposto (…) si perde la lotta alla droga perché non la si combatte. Anzi si fa il contrario». Ma la conclusione dell’ex direttore dell’Unodc è che non bisogna per questo «rassegnarsi proponendone la legalizzazione». Personalmente credo invece che mezzo secolo è più che sufficiente per capire se un approccio funziona o meno, motivo per cui ora andrebbero tentate strategie alternative, analizzando nel tempo se danno o meno i loro frutti. Con un fenomeno che è sempre esistito e che, probabilmente, esisterà sempre, bisogna farci i conti in un’ottica di riduzione dei rischi per i consumatori e di riduzione del danno per la collettività (quindi anche di quanti non si drogano, ma pagano, anche in termini economici, l’elevato prezzo della repressione). Sicuramente la cannabis, pianta che ribadisco a differenza di alcol e tabacco non ha mai ucciso nessuno, potrebbe sicuramente essere il primo banco di prova. A questo andrebbero aggiunti la depenalizzazione dell’uso e del possesso di qualsiasi sostanza. Cui va sommata l’implementazione di una corretta e non ideologica informazione, che non si limiti allo slogan “la droga fa male” e quindi solo all’astinenza, ma improntata sulla conoscenza degli effetti e dosaggi delle diverse sostanze per ridurre rischi e vittime attraverso l’uso consapevole per le persone che decidono di assumerle e al trattamento per quanti invece vogliono smettere. La riduzione del danno è del resto uno dei 4 pilastri della politica sulle droghe dell’Ue e dal 2017 un diritto anche in Italia, sancito dai Livelli essenziali di assistenza (Lea): le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire, nell’ambito del diritto alla salute, ad ogni cittadino. Anche di coloro che usano sostanze, legali o illegali che siano poco importa. Giusto per fare qualche paragone, l’alcol è l’unica la cui crisi di astinenza può uccidere ma è legale, il suo uso diffuso, ma non per questo sono tutti consumatori problematici, in altre parole alcolizzati. Anzi, la maggior parte delle persone che bevono alcolici, riescono ad autoregolarsi. Il tabacco, tecnicamente, provoca una dipendenza maggiore di quella dell’eroina: un fumatore accende in media almeno una sigaretta ogni 2 ore, un eroinomane assume eroina in media ogni 6 ore. Tornando a Gratteri, anche tra la stessa magistratura, chiamata in prima linea nella repressione, le voci, anche autorevoli, a favore dell’inversione di rotta si moltiplicano, come quella dell’ex procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, o del già presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone.

 

Come ti approcci a un’inchiesta nuova, qual è il tuo metodo di lavoro?

Dipende da tanti fattori. Diciamo che di base sono una persona curiosa, quindi a volte tutto può partire anche da una semplice frase o da un dato che sento o leggo, catturando la mia attenzione. Oppure da qualche inesattezza o cattiva ricostruzione su un argomento che conosco bene o seguo da anni. Più in generale ho sempre cercato di fare un giornalismo di approfondimento che andasse oltre la mera cronaca, attraverso la quale spesso capisci poco se non hai seguito “le puntate precedenti” o non sei un “addetto ai lavori”. Detto questo, nel corso del mio lavoro, mi sono occupato negli anni di diversi argomenti: ho iniziato come giornalista ambientale, poi ho seguito molto il tema delle mafie, la cronaca giudiziaria, la malapolitica, fenomeni sociali (compreso quello dell’uso di sostanze) e, in tempi più recenti, i conflitti del nostro tempo, recandomi molto in Medio Oriente e, più in generale, nei teatri di guerra. Nasce così anche questo mio ultimo libro, che in realtà è frutto di ben 10 anni di lavoro sull’argomento. Risale infatti al 2007 (“Guerra & Droga” è del 2017) la mia prima copertina sul tema, dal titolo “Guerre drogate”. Da allora, ogni qualvolta seguivo il tema dei conflitti o andavo nei teatri di guerra, cercavo di aggiungere un tassello, conoscitivo o raccolto direttamente sul campo. Riguardo al metodo di lavoro, l’approfondimento richiede per l’appunto tempo, non solo nella raccolta di informazioni, ma nel metterle in fila in modo ragionato e aderente alla realtà. Cosa ben diversa dallo scrivere un pezzo dopo aver fatto nella migliore delle ipotesi una serie di interviste o studiando un documento, nella peggiore adoperando i lanci delle agenzie stampa. Personalmente, quando riesco, parto sempre dall’analisi documentale: ricerche, studi, libri, leggi, indagini conoscitive o giudiziarie, sentenze, fonti d’archivio, ecc. Cui sommo chiacchierate, più o meno informali, con esperti, colleghi, addetti ai lavori. Aggiungendo, in un secondo tempo, interviste o informazioni raccolte sul campo e/o esperienze personali. Tornando al libro “Guerra & Droga”, frutto come detto di 10 anni di lavoro, oltre ai numerosi articoli sul tema che ho pubblicato in questo arco di tempo, la stesura vera e propria del volume ha richiesto 2 anni, durante i quali ho portato questo argomento in giro per l’Italia, realizzando presentazioni in una sorta di work in progress, utile anche ad ampliare e allargare il discorso. Alcune parti o capitoli, sono infatti nati grazie a domande e/o osservazioni del pubblico, grazie alle quali ho deciso di approfondire un aspetto o meglio indagare, approfondire, aggiungere tasselli. L’obiettivo finale di questo lavoro è condurre il lettore in un viaggio all’interno di un fenomeno, mettendo in fila fatti, episodi, personaggi e storie, in grado di aiutarli a formarsi una propria opinione sull’argomento. Rendendoli fruitori consapevoli.

 

A cosa stai lavorando adesso?

Continuo a seguire sia l’evoluzione degli attuali conflitti, come ad esempio quello siriano e libico o la situazione attuale in Iraq e nel Kurdistan, sia la geopolitica, sia il tema delle sostanze. Sfruttando la mia passione per le nuove tecnologie, a questo ho unito il cybergiornalismo, affrontando argomenti dell’era digitale quali la cyberguerra, lo spionaggio digitale, la protezione dei dati, la sicurezza informatica, i sistemi di crittografia, l’hacking etico, l’open source, il deep e il dark web. In particolare, per un progetto finanziato dalla presidenza del consiglio, ho appena realizzato una serie di approfondimenti sul mercato delle droghe nella parte oscura del web. Per ovvie ragioni, evito sempre di parlare nel dettaglio di progetti e lavori futuri. Mi sono sempre occupato di temi spinosi, anche nei miei precedenti libri: l’interesse della camorra nelle radio e nelle tv, il caso di cronaca nera che ha visto coinvolto il militare Salvatore Parolisi aprendo una pista alternativa, la compravendita dei parlamentari. Coincidenza ha voluto che proprio con l’arrivo nelle librerie di quest’ultimo libro ho dovuto fare i conti con una sempre minore concessione di spazi e di opportunità sui media tradizionali che, assieme alla crisi galoppante della mia amata carta stampata, mi ha portato negli ultimi anni a lavorare sempre di più con le immagini e la produzione video. Questo mezzo, innegabilmente, consente di rivolgersi ad platea più ampia e trasversale, figlia dell’odierna società dell’immagine. L’interesse è nato dopo la realizzazione di un documentario sui danni all’ecosistema provocati dalle bioenergie, una produzione inglese del 2017, proiettato o in concorso a molti festival in giro per il mondo. Da allora sto cercando di cimentarmi sempre più anche con questa, per me nuova, modalità di racconto, unendo al giornalismo la passione per cinema e tv. Molto tempo lo dedico inoltre a presentazioni, attività di formazione e partecipazioni a conferenze o eventi pubblici, convinto che questo lavoro non debba entrare nel dibattito pubblico non solo attraverso la pubblicazione di articoli, libri, le interviste o la produzione di video.

Intervista a cura di Claudio Metallo.

 

 

 

 

 

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