SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano
| Titolo: SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano
Ideatore: Gianluca Neri Genere: docu-drama Durata: 56-64 minuti a episodio Lingua originale: italiano Stagioni: 1 Episodi: 5 puntate Produzione: Netflix Prima Tv: 30 dicembre 2020 (Italia) |
“Questo sì che ‘n quadro vero. Fatto de vita. Fatto de morte. Fatto de sangue, de sangue nostro.” (Amore tossico)
Cosa resterà di questi anni ottanta?
Se avete tra i 35 e i 60 anni e con molta probabilità – è la serie del momento – avete già visto SanPa – Luci e tenebre di San Patrignano, la mini docuserie di cinque puntate in tutto, potrete convergere facilmente con me su la seguente cosa: uno degli effetti secondari ma non trascurabili prodotti dalla visione di SanPa è stato quello di riproporre come una peperonata, la domanda che aleggia nell’aria da ben trentadue anni. Da quando in un Sanremo del 1989, Raffaele Riefoli in arte Raf , filosofo contemporanee ancora in attività, ci/si pose davanti al seguente quesito: cosa resterà di questi anni ottanta?
Oggi, dopo essersi loggati su Netflix, di primo acchito verrebbe da rispondere “tutto”. Perché è chiaro anche ai più distratti fruitori della piattaforma, che gli anni ottanta sono vivi e lottano insieme a noi, con tutta la loro capacità intatta di tenere in equilibrio qualunque cosa. Parliamo di un decennio che è stato frullatore pazzesco dentro cui ci potevi trovare l’edonismo più sfrenato e la tradizione: le feste in casa lussuosissime, la ricchezza pacchiana e petrolifera in stile Dallas. Le spalline imbottite, gonfiate come i conti pubblici, come l’ego smisurato del rampantismo, della Milano da bere, quella che non si ferma mai. Il benessere ad ogni costo, la spensierata incoscienza del socialismo gaudente in salsa craxiana. E poi il messaggio conservatore e di successo di dove c’è Barilla c’è casa e il mito della famiglia felice del Mulino bianco. A quelli che non hanno vissuto manco da bambini quel periodo potrà apparire quasi assurdo, ma SanPa è pienamente dentro quel decennio, anche se punta lo sguardo su quello che ostinatamente si cercava di nascondere sotto al tappeto. Ad esempio, le file di zombie davanti le farmacie, che manco fosse una scena di The Walking Dead. Frutto avvelenato dell’eroina che fuori dai Palazzi travolgeva tutto, trasformando i parchi urbani in tappeti di siringhe e interi quartieri popolari in enormi piazze di spaccio. E poi il disastro dell’AIDS che a sentirla pronunciare oggi suona ancora così tremendamente familiare. E questo perché ognuno degli elementi sopracitati servono a disegnare la parabola che descrive quel decennio: il successo, il potere, la decadenza, il fallimento, la morte.
La regola del buon padre di famiglia
SanPa fa questo. Racconta l’ascesa e il declino di Vincenzo Muccioli e della sua San Patrignano, la sua comunità per il recupero di tossicodipendenti che nasce anni dopo quella di San Benedetto al Porto di Don Gallo e di Saman di Rostagno. Ma che finisce col riempire ogni spazio pubblico, perché al centro della scena c’è lui, Vincenzo Muccioli, capace di occupare fisicamente, con il suo corpo da omone di un metro e novanta, il vuoto prodotto dalla politica dell’epoca, incapace di comprendere le ragioni e la diffusione incontrollata dell’eroina. Muccioli spinge e smuove la borghesia anche’essa inerme, allibita, incapace, pronta ad aggrapparsi al guru, allo stregone, al pranoterapeuta dal passato opaco, culturalmente poco attrezzato ma che parla una lingua semplice, conosciuta, secolare. La lingua del buon padre di famiglia, patriarca autoritario che usa la violenza a fin di bene sui suoi figli. A suon di ceffoni Muccioli cancella con un tratto netto di matita quanto stabilito in tema di accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori dalla Legge Basaglia e pone al centro della discussione pubblica la sua cura, quella del padre. Una cura che all’inizio, quando ogni intervento sulla tossicodipendenza era assolutamente pioneristico e San Patrignano aveva la dimensione di una comunità hippie, sembrava anche funzionare. E di fronte ai risultati, alle vite salvate, si è finito col passare sopra i trattamenti degradanti, le catene, il digiuno, la segregazione, le crisi d’astinenza superate senza nessun protocollo medico, le umiliazioni. Il docufilm, con uno stile americano, caratterizzato da una ricostruzione fatta attraverso l’utilizzo di immagini d’archivio, intervallate con interviste ai protagonisti, affronta tutte le criticità del “metodo Muccioli”, le luci e le tenebre, ponendo sul piatto della bilancia le persone recuperate e la questione etica e mettendo lo spettatore di fronte ad una domanda complessa: il fine terapeutico può consentire una compromissione della libertà personale e una violazione della dignità delle persone?
Una verità dentro una bugia
E qui una cosa va spoilerata: non troverete la risposta alla domanda alla fine della docuserie. SanPa non è una serie “a tesi”. E la sua forza forse sta proprio qui, nella capacità di instillare il dubbio, formando crepe anche nelle granitiche certezze dello spettatore, mettendo ognuno di noi di fronte al fatto compiuto che ci sono cose non sappiamo e non possiamo giudicare. E questo nonostante il fatto che la figura di Muccioli incarni ancora oggi il conflitto tra chi continua a pensare alla tossicomania come stile di vita sbagliato e alle punizioni come forme di cura. E chi invece continua a cercarne le cause profonde della scelta. Un scontro durissimo rappresentato egregiamente nella docuserie dall’alternanza continua delle voci dei colpevolisti e degli innocentisti.
Verso la fine della sua parabola, Muccioli diventerà frontman del partito trasversale del sorvegliare e punire, capace di ispirare la prima legge repressiva sul consumo di droghe, la Jervolino-Vassalli che criminalizzava e puniva la tossicodipendenza, poi modificata dal referendum del 1993 promosso dai Radicali con l’abrogazione delle pene per la detenzione per uso personale di droghe. Dopo tredici anni arriverà la Fini-Giovanardi con l’abolizione della distinzione tra “droghe leggere” e “droghe pesanti”, poi smontata dalla corte costituzionale. A dimostrazione del fatto che Muccioli è un po’ come il fuoco che cova sotto le ceneri, vive e lotta insieme a noi e basta una folata di vento o una docuserie fatta bene per fargli riprende vigore. E forse, una chiave di lettura che tiene dentro tutte le sfumature della complessa figura di Vincenzo Muccioli la fornisce Fabio Cantelli. La sua è una testimonianza bellissima e centrale. Cantelli nella parabola di SanPa ha ricoperto tutti i ruoli: è stato tossico riabilitato dalla comunità, poi collaboratore e infine ex seguace, quando il gigantismo e la megalomania del fondatore finisce col creare in Cantelli un conflitto etico non più sostenibile. La sua testimonianza pare stare lì a dimostrare il fatto è che alla fine ci sono verità definitive, fattuali e comprovate, di fronte alle quali devi fare i conti. E poi c’è tutto il resto, come a dire che se a bruciapelo, subito dopo aver finito di vedere SanPa, Raf ci chiedesse “cosa resterà di Vincenzo Muccioli e SanPa?”, potremmo rispondere con un verso della sua canzone: una verità dentro una bugia.
Perché guardare SanPa?
Perché viva sempre Don Gallo, Marco Pannella e l’antiproibizionismo, perché cazzo, Penso positivo di Jovanotti era una grande canzone, perché sono diventato vegano guardando Help di Red Ronnie.
Perché non guardare SanPa?
Perché viva sempre Don Gallo, Marco Pannella e l’antiproibizionismo, perché lo shitstorm non si fa ma con Red Ronnie ci si è divertiti un casino, perché non guardo più Red Ronnie (è stato Pisapia), perché ho guardato Help di Red Ronnie su TMC2 e poi ho mangiato carne (è stato Pisapia).
Fabio D’Angelo
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