Libri L'anno che a Roma fu due volte Natale

Published on Febbraio 22nd, 2021 | by Lia Amen

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L’anno che a Roma fu due volte Natale

L'anno che a Roma fu due volte Natale

Roberto Venturini, L’anno che a Roma fu due volte Natale, SEM

Un libro è un investimento relativamente modesto che può produrre soddisfazione o delusione. La prima volta che prendiamo un libro tra le mani entriamo in contatto con il libro in quanto oggetto, e i nostri sensi ne sperimentano subito un primo contatto: la vista si impegna nell’osservazione della copertina, il tatto riconosce i tagli le punte il dorso, l’olfatto è forse il senso che negli irriducibili del cartaceo trova maggiore godimento, l’udito trae gioia dallo sfogliare delle pagine, il gusto si esprime più compiutamente a fine lettura, e probabilmente dipende dalla voracità e dal palato del lettore.

Alcuni libri sono così comunicativi che ci dicono qualcosa sin dalla copertina. L’anno che a Roma fu due volte Natale, pubblicato da SEM il 4 febbraio, mi ha svelato una verità che farà impallidire gli specialisti del colore: il verde che prima di Tiffany non esisteva e che accende l’entusiasmo di molti è in realtà un blu. Blu Tiffany! Ce lo dice Roberto Venturini, scrittore e sceneggiatore romano, vincitore del premio Bagutta Opera Prima con Tutte le ragazze con una certa cultura hanno almeno un poster di un quadro di Schiele appeso in camera (SEM, 2017), che sembra essere assurto a iconico manifesto di una generazione. Quale? Quella dei nati negli anni ’80, ma anche quelli di qualche decennio più vecchi, perché il nostro autore è appassionato e profondo conoscitore del cinema e della cultura degli anni ’70, e probabilmente quelli ancora un po’ più grandi, ma anche i più giovani che subiscono il fascino del secolo passato e… Venturini parla a molti di noi, e sa parlare e comunicare in una maniera originalissima, che si fa voce precisa e inconfondibile, che ci sembrerà di conoscere da sempre. L’autore infatti conosce bene non soltanto particolari sfumature di colore, ma sa arrivare anche al lettore più distaccato con un carisma irresistibile e, soprattutto, con molti pregi.

Il primo tratto da rilevare è in una scrittura che esprime genialità per essere bizzarra e profondissima al tempo stesso. La scrittura di Venturini, che attinge al romanesco in giuste dosi, genera letteralmente “simpatia” perché induce il lettore a provare le medesime emozioni di chi scrive e dei personaggi che va a tratteggiare. Attraverso il frequente ricorso al grottesco, un sapiente utilizzo dell’ironia, e grazie a punte di elevata poesia, anche il lettore cinico e anaffettivo finisce nei panni dei protagonisti della storia. Una storia, come la scrittura, assurda e tenera, romantica, rocambolesca, dalle tinte forti, ora cupe, ora candide, ricca di echi nostalgici. Una voragine di ricordi suscitati grazie al singolare citazionismo, che diviene cifra di una memoria collettiva, che ci catapulta in un luogo e in un tempo precisi, ma che può generare le più personali coordinate spazio-temporali delle nostre esistenze e condurci in un altrove che è sicuramente un luogo migliore di quello che viviamo. Il citazionismo offre anche numerosi spunti di riflessione sul linguaggio pubblicitario dei decenni passati, e in qualche modo ci aiuta a comprendere le esigenze le debolezze e i sogni della società che siamo stati, e al contempo scioglie qualche nodo e forse rende più chiaro il significato della società che vive in noi oggi.

Sin dall’inizio della lettura si avverte il senso di un vero e proprio sequestro di persona: si rimane aggrovigliati tra le pagine all’istante, credo, soprattutto per lo spessore del personaggio di Alfreda, “centoventi chili di adipe e dispiaceri”, capace di legare a sé il lettore, calandolo nella sua fragilissima emotività, facendolo muovere nei suoi spazi: e sono spazi scomodi perché Alfreda è un’accumulatrice seriale che a causa di questa sua patologia rischia seriamente lo sfratto dalla sua casa davanti al mare, dai suoi oggetti, ricordi ammassati di un tempo felice e di un amore che non può tornare.

Qualche metro dopo il cortiletto del villino c’era la sabbia. Se lo ricordava, quando fino a qualche anno prima usciva all’alba in pigiama con la tazza di latte fumante a guardare il suo mare, carezzando la rena ancora non calpestata dai canari mattutini. E si ricordava anche quando la mattina presto il rombo di qualche aereo le uccideva sul nascere i pensieri.

Tra protagonisti giganteschi – se fosse un film si direbbe “un cast d’eccezione!” – altro protagonista immenso è il mare. Il mare che come Alfreda attende il miracolo della neve dal cielo, il mare che si faceva grosso a ogni Ferragosto e poi si placava per lasciare il passo alla processione della Madonnina, il mare che ascolta le tristissime canzoni intonate dai pescatori già pronti alla lamparata notturna, il mare che ingoia Mario e lo strappa ai suoi affetti, il mare che raccoglie le riflessioni di Marco, il mare abitato dallo spirito di Mario, che ormai lì giace e vive, come se fosse rinchiuso nella sua camera.

Il mare che è capace di portare alla costruzione di un villaggio: il Villaggio Tognazzi a Torvaianica, che conobbe il suo periodo d’oro negli anni ’60, quando riuscì a radunare molti personaggi del jet set cinematografico italiano e delle élite professionistiche romane, che trovarono a pochi passi dalla capitale il giusto connubio tra bellezza naturale, socialità e svago, che si esprimeva in tornei di tennis e pranzi luculliani, e che instaurarono un vero e proprio microcosmo. Questo microcosmo sopravvive nei ricordi dei personaggi che popolano il romanzo, legati a quei tempi andati e alle personalità incontrate, balzate dal piccolo o grande schermo sin alle loro vite, alle loro tavole, ai loro ricordi più dolci. Alfreda, già affetta da un’incipiente demenza senile, soffre anche di paralisi del sonno, e ogni notte riceve la visita di Sandra Mondaini, la quale non si dà pace per esser stata divisa nell’aldilà dal marito Raimondo Vianello. I due, che simboleggiavano nell’immaginario collettivo l’indissolubilità dell’amore coniugale, offrono ai nostri protagonisti lo spunto per la sfida più bizzarra e più significativa: bizzarra perché condurrà Marco, Er Donna e Carlo al trafugamento della salma di Raimondo dal cimitero del Verano, significativa perché giustificata dalla stessa pena che prova Alfreda per esser stata privata dell’amore del marito, in vita come in morte, in quanto il mare non ha restituito più il suo corpo. Alfreda promette di fare spazio nel suo villino a condizione che i coniugi più famosi d’Italia, suoi amici in un tempo felice, possano essere ricongiunti. E così i  suoi, ma i nostri ragazzi vivono un’avventura tragicomica in nome dell’amore.

Marco fece l’ultimo schioppo di sigaretta, poi la uccise calpestandola con una scarpa e, dopo essersi congedato da Vianello con un segno della croce fatto al contrario per ignoranza, si avviò verso casa passando per la spiaggia. Tanto a Torvaianica, ovunque si volesse andare, si allungava sempre passando per la spiaggia.

Una storia bella da leggere raccolti intorno a un braciere – non preoccupatevi di procurarvelo: balzerà direttamente dal libro! – come quello che accendevano Alfreda e Mario a Ferragosto, per celebrare il ritorno alla vita di tutti i giorni, prima di abbandonarsi ai giochi dell’amore, davanti al loro mare, al nostro mare, blu Tiffany, o blu profondo, blu come la notte, immenso come la vita.

La vita che toglie e che dà.

Lia Amen

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