Libri stiamo abbastanza bene

Published on Ottobre 4th, 2021 | by Lia Amen

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Stiamo abbastanza bene

stiamo abbastanza bene

Francesco Spiedo, Stiamo abbastanza bene, Fandango edizioni

Chi parte sa da che cosa fugge ma non sa che cosa cerca.

Chissà se nei diari dei ventenni di oggi si trova ancora quella frase che Lello Sodano aveva rubato a Montaigne e che aveva definitivamente convinto l’indimenticabile Gaetano di Ricomincio da tre a lasciare la casa di famiglia, a prendere la via di un destino ignoto, a praticare l’autostop e rischiare finalmente di vivere la vita con tutti i cambiamenti che comporta!

Sarebbe interessante saperlo, senza però profanare le pagine di un universo segreto e inaccessibile, magari domandandolo direttamente ai ragazzi, e interrogandoli sui loro sogni, sulle paure che nello stesso tempo li muovono e li bloccano questi sogni, sarebbe interessante e necessario stimolarli al dialogo, accorgersi di loro senza dare sempre tutto per scontato. Mettere da parte la fretta, e i pregiudizi, predisporsi all’ascolto delle loro esigenze e dei problemi che spesso ridimensioniamo senza  conoscere il rumore che fanno.

Ma poi, siamo sicuri che i ventenni di oggi scrivano ancora diari? Il dubbio, insieme ad altre domande, mi è sorto dopo la lettura del romanzo Stiamo abbastanza bene, pubblicato quasi un anno fa da Fandango Libri, scritto da Francesco Spiedo che, da “ingegnere pentito” nutrito da un  vivacissimo interesse letterario, approda alla forma del romanzo dopo aver frequentato con i suoi racconti un numero considerevole di riviste online. Il romanzo, iniziato cinque anni fa, quando l’autore si avviava a compiere venticinque anni, riporta l’attenzione su quello che appare un “fenomeno” vecchio come il tempo, che qui riguarda approssimativamente i nati dei primi anni ’90 del secolo scorso, e cioè quei ragazzi che hanno un’età compresa tra i venticinque e i trent’anni e che hanno lasciato la città di origine per cercare altrove uno spazio da vivere. Spesso però le ragioni di questo spostamento – che nemmeno può riferirsi propriamente all’emigrazione – non sono immediatamente individuabili, e magari questi ragazzi hanno in tasca una laurea, e anche di quelle facilmente spendibili ma, lontani da casa, si trovano comunque a fare i conti con un affitto altissimo e con le bollette da pagare e si adattano a svolgere i lavori più vari, toccando con mano quello che chiamano “lavoro precario” e che forse non avevano considerato al momento di partire, o forse sì, ma non importa perché tanto l’incertezza è ovunque.

Andrea Lanzetta ha venticinque anni e una passione per la matematica: a questa non soltanto ha dedicato anni di studio fino a laurearsi, ma vi ricorre per cercare di interpretare la realtà che lo circonda in una forma che si rivela maniacale e che dovrebbe dargli conforto. Nella provvisorietà che accompagna ogni aspetto della sua vita: dal legame amoroso interrotto – della cui fine non conosciamo le motivazioni – che lo porta da Napoli a Milano, alla sistemazione di Via Nino Bixio 14, dove le valigie restano intatte in un angolo e dove sostituisce per alcuni giorni il portiere dello stabile, il napoletano Don Enzo, fino ad arrivare ai vari lavoretti che il ragazzo accetta per mantenersi e che suo malgrado lo inducono a superare i limiti della legalità, e ai nuovi rapporti interpersonali che interessano una moltitudine di personaggi, tutti con un vissuto piuttosto incerto, anche la matematica, scienza “perfetta”, si rivela inadeguata. Andrea conta le lettere dei nomi che popolano le sue giornate e delle parole che accadono intorno, ma il cortocircuito è lì in agguato.

Lambulanza è arrivata con le sirene spiegate e pensavo fosse un altro sogno. La luce blu ha iniziato a rimbalzare nella stanza e ho aperto gli occhi senza capire il perché. La rampa di scale del palazzo è una cassa di risonanza e così il rumore metallico della barella che scende i gradini di marmo si è diffuso fino alla mia porta. Mi mangio le scale a due a due e raggiungo un paramedico arancione fluo non appena le porte dellambulanza si sono richiuse. Ho infilato una felpa sopra il pigiama.

Sono il portinaio, dico, chi si è sentito male?

E lui mi guarda stanco, con gli occhi di chi è sul punto di finire il turno. Unemergenza, una signora, mi risponde. Una signora 3 lettere più altre 7, fanno 10, Maradona. Limmagine della signora Domenica e del figlio che ieri la malediceva per le telefonate mi appare tra i numeri. Ci sono 6 piccioni appollaiati sulla grondaia e 6 le finestre con i vetri chiusi. 6 elevato alla sesta fa 46.656. Ogni volta che mi sale lansia finisco per contare. Contare mi aiuta ma non cambia le cose.

La signora Domenica è schiattata.

“È grave?, dico.

Abbastanza, mi risponde il cavaliere arancione fluo prima di risalire a bordo dellaznalubma.

Cosa significa che è abbastanza grave? Muore? Non muore? Dove la portate? Avrei dovuto fare un sacco di domande, ma non sono abituato a queste cose, mica ti muore sempre qualcuno nel cortile di casa. Dovrei chiamare Don Enzo, dovrei chiamare il figlio della signora Domenica. Don Enzo sono sempre 7 lettere proprio come signora, abbastanza è 10 lettere proprio come una signora. Abbastanza grave fanno 15 come mannaggiaa morte.

Francesco Spiedo parla di una realtà che conosce bene perché lui stesso ha lasciato Napoli per recarsi a Milano e lì ha incontrato moltissimi ragazzi che avevano tracciato il suo stesso percorso, ognuno con il proprio bagaglio di speranze, rabbia e disorientamento. Ogni incontro e ogni esperienza vissuta – in prima persona e non –aggiungono un tratto caratteristico al protagonista della storia narrata, e così Spiedo si ritrova a dar voce a moltissimi ragazzi accomunati dal suo stesso destino: scopre in tal modo di aver scritto un romanzo di formazione che può essere inteso anche come un romanzo generazionale, e pare abbia ragione quando afferma che c’è tutta una fetta di popolazione che vive il dramma dello sradicamento come fosse l’unica scelta possibile e che tutto ciò accade sostanzialmente nel silenzio e nell’indifferenza generale. A un certo punto i personaggi di film come il già citato Ricomincio da tre e Così parlò Bellavista – che rappresentano per l’autore due riferimenti imprescindibili e ai quali il romanzo vuole rendere in qualche modo omaggio – rivivono in lui e nei suoi coetanei. Questi attraversano il Paese e si separano dai loro luoghi e dalle famiglie, perché animati da un’ansia divorante che li spinge a omologarsi nel nome di una legge che li vuole performanti e perfettamente allineati alla produttività e alla crescita, sia personale che della società tutta. E tutto ciò accade a discapito della consapevolezza del singolo, che si trova impigliato in un ingranaggio del quale non conosce né il funzionamento né l’origine, e che subisce quindi passivamente il momento meccanico. A quel punto non è più possibile tornare indietro perché la città d’origine è ormai definitivamente relegata alla sfera dei ricordi, è un mondo che non è più possibile: un posto che non c’è in quanto non può ri-accoglierli se non per fugaci ricongiungimenti all’universo familiare, pena l’ammissione di un fallimento e altri disagi.

Francesco Spiedo ci offre dunque un romanzo di pura narrativa che risulta godibilissimo per la leggerezza con il quale è scritto e per le riflessioni che solleva, e inoltre sembra avere molteplici destinatari. Se la lingua infatti è quella della sua generazione, che mescola a un parlato colloquiale espressioni gergali e battute in un napoletano tutto sommato “moderno”, il destinatario risponde a un profilo abbastanza variegato. Infatti Spiedo da un lato invia un messaggio alla generazione propria dei cinquantenni/sessantenni, che sono i genitori dei personaggi raccontati, persone cresciute in un Paese assai diverso da quello che hanno poi consegnato ai figli – un Paese che godeva dei benefici di un boom economico e in cui a un preciso percorso di formazione seguiva più facilmente un impiego adeguato – dall’altro lato si rivolge proprio ai suoi coetanei e a tutti quanti sono ancora in affanno per la ricerca di una strada che possa essere riconosciuta come “giusta”. Il messaggio si fa universale e il lettore è invitato a considerare la fallacia di un meccanismo di rincorsa al successo che non tiene conto delle reali esigenze e dei sogni del singolo, che si trova quindi a inseguire falsi obiettivi, raggiunti i quali troverà un unico modo per esprimere il suo (finto) benessere, che si riassume nell’espressione Stiamo abbastanza bene. Spiedo si muove con ironia e arguzia in un territorio costellato di luoghi comuni, qui funzionali all’architettura dell’opera, che però rovescia abilmente restituendo al lettore uno sguardo più lucido e profondo. E assai interessante resta il suo sguardo sulle città che accolgono l’intreccio narrativo, che sono anche i luoghi della sua vita e i luoghi della riflessione: Napoli e Milano, passato e futuro, lentezza e velocità, vecchio e nuovo, famiglia e solitudine.

Quello che manca in queste strade sono i manifesti funebri, lelenco delle anime assunte in cielo. La viscerale passione per la morte che si respira a Napoli, il culto della morte, la paura della morte. Qui a Milano è tutto troppo vivo per lasciare spazio ai pensieri tristi, è una città sempre accesa, un costante obbligatorio sguardo sul futuro, sempre avanti, sempre oltre, uno ieri che non esiste e un domani che è già arrivato. Non esiste il passato remoto, non esiste il passato, è tutto un indicativo presente: già adesso, sta già succedendo. E nessun moto a luogo, nessun ci vediamo a Mergellina, ma ci becchiamo in Duomo: stato in luogo, perché siamo già lì, siamo già pronti, il futuro è adesso. Però non è tutto diverso, qualcosa di familiare c’è: linaffidabilità dellultima decisione. Milano cambia così in fretta sussurrando che è stupido scegliere privandosi delle alternative; Napoli è così poco affidabile che è una follia obbligarsi a ununica soluzione. In un modo o nellaltro devi essere sempre pronto a cambiare idea.

Stiamo abbastanza bene ci obbliga a una seduta davanti allo specchio della nostra coscienza,  e con leggerezza ci spinge a guardare più a fondo, fino al baratro generato da una società che perde di vista i valori che contano e continua a far finta di niente.

Lia Amen

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