Libri è tardi!

Published on Settembre 21st, 2021 | by Lia Amen

0

È tardi!

è tardi!

Eduardo Savarese, È tardi!, Wojtek Edizioni

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν…

A quattordici anni mi fermai diversi istanti – minuti, ore? – a contemplare i versi del frammento 31 di Saffo, pensando che mai avevo letto e probabilmente mai avrei incontrato una descrizione così perfetta, così piena e vibrante dell’esperienza amorosa e degli sconvolgimenti fisici che ne derivano. Per la ragazzina che iniziava a familiarizzare con quella lingua eterna e perfetta come nessun’altra, imparare a memoria quei versi fu una sorpresa incredibile e altrettanto incredibile fu scoprire quanto fosse difficile tenere ferma la voce, tanto forte era l’emozione scaturita da quel messaggio che giungeva da un tempo incommensurabile – oltre duemilacinquecento anni! – a raccontare qualcosa di cui non aveva ancora conoscenza diretta, ma che poteva vivere in quel preciso momento, dinanzi a una scrivania che funzionava quasi come una macchina del tempo. Negli anni a venire, ogni volta che avrei sentito parlare di sintomatologia della passione sensuale avrei pensato a Saffo e agli effetti di quella irrefrenabile esplosione del desiderio.
Ho ricordato quell’episodio della mia adolescenza mentre leggevo l’ultimo libro di Eduardo Savarese, e lo tenevo stretto tra le mani come accade quando la lettura non lascia spazio ad altre occupazioni e si fa esperienza quasi fisica che ci trascina a capofitto nella parola scritta, e così a ogni pagina cresce l’interesse e la gratitudine per un autore che, senza saperlo, fa la nostra felicità di lettori.
È tardi! è il secondo titolo pubblicato da Savarese per le Edizioni Wojtek ed è un libro non riconducibile a una definizione convenzionale, perché rappresenta un vero unicum, che colmando con generosità un vuoto grave per la nostra tradizione storico-letteraria e più in generale per la nostra cultura, si offre a noi con eleganza nella sua carica di originalità e di sperimentalismo. Nella sua forma certo più distesa e meno icastica, anzi, proprio nell’argomentare vivido, nel suo ampio respiro, mi è parso di cogliere lo stesso significativo intento, incontrato nella poetessa greca, di descrivere una sintomatologia dell’esperienza amorosa, che però ha qui come oggetto la passione verso il melodramma, la forma d’arte più completa di cui l’uomo sia stato capace, la migliore a esprimere più compiutamente le vicende umane nelle sue multi-sfaccettate caratteristiche.
L’autore racconta dunque la nascita di un interesse travolgente, esploso in maniera inattesa nella sua prima giovinezza e concomitante alla scoperta di sé e della propria identità sessuale, dopo reiterati e disattesi inviti rivolti dalla madre, già appassionata di opera lirica, nel periodo della sua infanzia e adolescenza. Il melodramma è non soltanto il testo poetico destinato alla musica e alla recitazione, ma è per Savarese espressione del linguaggio materno e, nella più matura consapevolezza culturale, è segmento fondamentale di una eredità artistica immensa che si fa patrimonio universale ma che non è sufficientemente avvertito nella sua valenza di tratto identitario da conservare e salvaguardare. È il mezzo più nobile attraverso il quale la nostra cultura è conosciuta e amata nel resto del mondo, e però risulta essere una forma d’arte assai poco frequentata nel nostro Paese. Una bellezza incontenibile in bilico tra l’inconsapevolezza dei suoi eredi più diretti e la venerazione dei suoi estimatori più esperti e lontani. Savarese però riesce ad avvicinare persino il lettore più inesperto a un universo che parla a ciascuno di noi, e che si esprime in un linguaggio che, una volta decodificato, si mostra nella sua essenziale semplicità proprio perché fa leva sulle espressioni più elementari – e talvolta feroci – dell’animo umano. E così disvela una bellezza incontenibile e conoscibile, scostando con delicatezza la tenda del palchetto, invitandoci a entrare, a immergerci nel rosso dei velluti che rivestono le sedute e ammorbidiscono il parapetto dal quale pure ci sporgiamo, increduli, e con gli occhi spalancati sopra un universo segreto e scintillante che dopo qualche istante si ammanterà di un silenzio mai ascoltato prima, e poi ci porterà a perderci in una magia di musica e parole in cui non sarà difficile ritrovarsi.
Ci sono sette donne, scolpite nell’attimo in cui la loro vicenda umana resta pietrificata in un’attesa che le definisce come eroine e le consegnerà alla posterità cristallizzate in quell’unico tratto dominante. Il lettore resta fermo sulla linea di demarcazione tra un “prima” e un “dopo”, attendendo egli stesso che il tempo oltrepassi il confine della irreversibilità, segnando così il compimento del destino che aveva sospeso l’azione delle donne fino a trasformare l’attesa stessa in azione. Perché è in questa attesa e grazie ad essa che si esprime più fortemente il carattere delle eroine, che giganteggiano nella pagina e sulla scena che il lettore riesce a figurarsi attraverso la sapiente e intima interpretazione di Savarese. Del resto, il lettore è istruito già all’inizio di questo “viaggio” finanche sul respiro da tenere, ed è illuminato sul significato della sua operazione – il cui risultato si definisce tangibilmente ma in maniera assai approssimativa e insufficiente nell’oggetto-libro – a partire dal titolo che la accompagna. 

Quest’immersione in sette storie di donne liriche richiede un buon allenamento di apnea, perché il tempo dell’attesa è anche un tempo sospeso, dove si vive sulle soglie dell’esperienza col fiato trattenuto, e l’arma di resistere aspettando si rivela decisiva per spuntarla sulla protervia del destino.

Le tappe che segnano l’inizio e la fine del viaggio sono due esclamazioni apparentemente uguali, eppure molto differenti, per significato e contesto: il primo “È tardi!” è pronunciato nella Traviata da Violetta Valery, il secondo è quello scolpito dall’indignazione di Norma che tanto rinvigorisce il sangue nelle vene di mia madre.

Entrambi hanno a che vedere con l’amore, quello confermato da Alfredo a Violetta e quello tradito, ma infine riscoperto, da Pollione per Norma. Violetta, sul suo letto di malata terminale, attende che Alfredo, dopo una profonda crisi, faccia ritorno a lei. Norma, che ha sperato che Pollione comprendesse la forza del suo amore, attende ora soltanto la consumazione della vendetta, che si tramuterà invece nell’ultimo atto della loro relazione: la morte insieme.

Entrambe attendono l’amore, a entrambe arriva la morte.

Violetta e Norma, e tra loro Madama Butterfly, la gitana Carmen, la Contessa mozartiana, Lucia di Lammermoor, e infine Elettra, da sempre capace di risvegliare i più terribili pensieri. E, al di là di queste donne monumentali, la madre dell’autore, ispiratrice di amor proprio, di libertà e di fierezza, di conoscenza di sé e del mondo; gli affetti guadagnati – e perduti – lungo una vita di esperienze e di scoperte; gli incontri che, ciascuno a suo modo, hanno offerto all’autore una traccia per inseguire i propri desideri più profondi… e, ancora, le strade di Napoli e del mondo, la solitudine delle isole greche che aprono a prospettive nuove, e le isole del Golfo, e gli ambienti domestici, i luoghi di un’adolescenza propedeutica a una ri-scoperta di sé. Eduardo Savarese fa incontrare sulla pagina personaggi del melodramma e persone conosciute negli anni della sua vita, e  intreccia alla narrazione e all’interpretazione delle opere liriche il racconto di episodi personali, e lo fa con una pertinenza mirabile, mostrandosi al lettore quale profondo conoscitore della materia, e come uomo che ha posto al centro della propria esperienza l’attesa della conoscenza. Con una generosità enorme mette al servizio del lettore i frutti di una curiosità istintiva e vivace, e sollecita una conoscenza più piena di argomenti che sembravano inavvicinabili e che invece sono non soltanto accessibili ma assolutamente necessari, perché possono aiutarci a comprendere meglio la nostra storia personale e sicuramente raccontano la storia delle nostre radici culturali. Dopo Il tempo di morire (Wojtek Edizioini 2019), Savarese ci regala un altro lavoro dalla forza inestimabile, che solleva grandi riflessioni e che esorta con gentilezza e garbo all’esercizio delle più sopite e necessarie responsabilità culturali.
Un volume prezioso, a partire dal progetto grafico a cura di Antonio Bobo Corduas – che  non si limita alla suggestiva copertina, ma straripa tra le pagine e tra le eroine ripensate e ritratte in maniera originale – che spalanca le porte a un mondo sconosciuto ai più e che ci scopre all’ultima pagina desiderosi di conoscenza e di teatro.
Un inno alla forza delle donne, allo splendore tragico della Callas, alla Bellezza in ogni sua più profonda e dolorosa forma.

Lia Amen

Twitter
Visit Us

Tags: , , ,


About the Author

Il cefalo porteño



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Dichiaro di aver letto, compreso e accettato la privacy policy del sito

Back to Top ↑
  • Seguici su facebook

  • Vincitori del premio Radiolibri

    Vincitori del premio Radiolibri
  • Verità per Giulio Regeni

    Verità per Giulio Regeni
  • Giustizia per Mario Paciolla

    Mario Paciolla