Ragazza senza prefazione
Ragazza senza prefazione di Luca Tosi, edito da Terrarossa Edizioni, in libreria dal 24 marzo, è giunto tra le mie mani in un giorno complicato e di insopportabile noia (la noia, appunto, non determinata da un “vuoto”, ma da un “pieno” che non ci garba). Trattandosi di un esordio non conosco la scrittura di Tosi, dalla biografia scopro che suoi racconti sono apparsi su un paio di antologie e su alcune riviste, ma mi fido del lavoro della casa editrice pugliese. Mentre apprendo queste prime informazioni, continuo a rigirarmi il volumetto tra le mani. È leggero, con una copertina di un colore che mi piace particolarmente e con una immagine di grande effetto: sullo sfondo di un cielo notturno, una ragazza svestita, ritratta di spalle, cammina tra le stelle, sul dorso di un libro, sulla cui copertina traccia la sua ombra. Le pagine sgualcite, il libro che appare come un mondo capovolto. Impossibile non vedere cosa c’è oltre. Sollevo la copertina e ritrovo lo stesso libro capovolto, lo stesso cielo stellato, ma il colore è sparito e la notte prende tutto lo spazio. Anche la ragazza è scomparsa, forse, inghiottita dalla notte.
Certi libri li incontri in un istante e non fai nemmeno in tempo a pensarla questa cosa che gli occhi si sono già precipitati sulle righe, e scorrono così veloci che è difficile ricordarsi della noia, delle incombenze, della caffettiera sul fuoco. Ho già letto alcune pagine, c’è la voce di questo ragazzo che mi sembra di conoscere dai tempi delle medie, forse è mio fratello o un amico di cui non mi viene il nome, forse sono proprio io: un “io” di qualche tempo fa, o anche di oggi, forse è quella voce che ogni tanto sbotta e viene fuori perché stanca di sopportare le regole, le dicerie, i giudizi o i pregiudizi, e le aspettative degli altri che ci ammorbano l’esistenza, come se non bastassero già le nostre di aspettative, e poi le delusioni e le ossessioni sempiterne!
Mi chiamo Marcello Travaglini, c’ho ventisette anni e mi sento in gabbia. Morisse, almeno, uno dei parenti, uno purchessia, secondo me, sentirei più aria intorno alla testa. Non chiedo molto: uno. Poi gli altri possono campare quanto vogliono.
È onesto Marcello. Giovane, oppresso, in cerca di pace. La pace che cerca ogni sera sul monte di Piretta, il punto più alto del paesino romagnolo di Santarcangelo, che raggiunge percorrendo una strada tutta in salita “stile San Francisco”, ma che ha nome Via Cupa ed è ingombrata da dodici transenne che erano servite per ospitare il passaggio del Giro d’Italia e adesso se ne stanno lì, dimenticate da mesi, abbandonate dopo cinque minuti di onorata carriera: tanto era durato il transito dei ciclisti.
Erano i primi di giugno. Ci ero andato, a vederlo. Appoggiato a una di ’ste transenne, su per via Cupa. I corridori, in mandria, pedalavano a stufo, tutti in silenzio con delle facce spappolate. Cinque minuti a dir molto. Centocinquanta, duecento corridori sparati, e addio.
Le cose, avevo pensato, vanno via veloci. O ti ci aggrappi al volo, o non le riprendi più. Qui nessuno ti aspetta: se non stai sveglio, passano, e le perdi. Ti attacchi al tram, poi.
Marcello cammina sotto il peso di troppi pensieri, che si addensano più gravemente tra le mura di casa, alimentati dai commenti dei genitori, dalle domande che si ripetono sempre uguali, dai confronti continui tra lui e un apparato familiare ingombrante che cresce a dismisura e non accenna a snellirsi, e poi si allargano ai coetanei di Santarcangelo, lì dove si sa più o meno tutto di tutti e dove le storie e le relazioni e le tresche amorose si intrecciano come nelle migliori soap americane. Marcello “sfolla” di casa, ma i suoi pensieri lo seguono e si ravvivano mentre posa gli occhi sulle cose e pensa a tutto quanto accade, pensa al fatto di non avere né un lavoro né una fidanzata – condizione a lui imputata come una “colpa” – e pensa alla sua laurea in Economia e Commercio, al tempo passato a lavorare in uno zuccherificio che però gli ha reso due anni “amari”, e pensa al master, che gli è costato “bei soldi” e tanto impegno e gli ha dato la possibilità di evadere da casa per un anno, di sperare in una strada buona da seguire, una strada che continua a immaginare, mentre tutto intorno sembra restare immobile come le transenne di Via Cupa. Pensa che non vorrà più accettare lavori che non hanno nulla a che fare con il percorso di studi svolto e con le sue competenze. Ma, soprattutto, Marcello pensa a Lei.
L’ultima volta che ci siam parlati, io e Lei, è stata molto prima del Giro. Gennaio, era. Aveva nevicato, ma appena appena, i tetti erano sputati di bianco. Mi aveva telefonato Lei. Quel che doveva dirmi era che aveva ritrovato il suo Dumbo, il suo peluche. Credeva di averlo perso. Era contentissima.
C’eravam chiesti come va, come stai, eccetera. Alla fine, ci sentiamo, ciao.
Dopo ’sta conversazione, mai più sentita, la sua voce.
Non ci siamo più telefonati, e un po’ per volta sono finiti anche i messaggi. Adesso è agosto. Un mese c’ha trenta giorni. Tanti. Io sono a Santarcangelo che cammino, Lei chissà dov’è.
Lei, di cui sa soltanto che ha due anni meno di lui, che ha studiato Psicologia e che adora le mandorle tostate salate… Lei che è capace di occupare tutti i suoi pensieri a distanza di tempo e dopo tanto silenzio, Lei che riempie l’aria che lo circonda in un viaggio in autostrada che vorrebbe non finisse mai, che si staglia su un cielo di nebbia dove la nebbia sembra “forfora della luna”: Lei che – finalmente! – sembra diversa da tutti gli altri esseri viventi, ed è più bella di Venezia che pare un sogno e che promette uno smarrimento senza fine.
Marcello si tuffa a capofitto in un’avventura ad alto rischio, senza possedere coordinate, senza sapere nulla in anticipo, assaporando la vita lontano dal chiacchiericchio inutile di chi crede di dovergli indicare a tutti i costi la strada perché possiede la formula del saper vivere.
In un tempo in cui gli adulti, più dei ragazzini, partecipano in massa alla fiera della vanità e fanno a gara a chi sa – e possiede – di più, il personaggio sbucato fuori dalla penna di Luca Tosi ci richiama alla necessità di vivere la nostra piccola esistenza con coraggiosa intelligenza, e con una lucidità derivante da una reale e quindi intima osservazione della realtà.
Attraverso un linguaggio semplice, direttissimo, del pensiero e della confessione che si snocciola senza pudore e con onestà in un rincorrersi di frasi brevi, spezzate, e così spontanee, con le virgole che guidano la riflessione e aprono lo sguardo su una interiorità autentica, Luca Tosi ci mostra tutta la bellezza di un’età difficile e sfuggente, che può esprimersi appieno soltanto sottraendosi alla facile trappola delle convenzioni, e dimenticando la paura di fallire, anche se il fallimento sembra già attenderci in fondo alla via.
È bella la giovinezza raccontata da Luca Tosi, anche quando sembra schiacciata dai troppi problemi di una società che ha lasciato una eredità pesante, forse ingovernabile: anche quando è oppressa e calpestata, riesce comunque a guardarsi dentro e a racimolare forze, a giocarsela, e si conferma come età dell’occasione, che non appartiene soltanto a chi riesce a trarne vantaggio, ma anche a chi ha il coraggio di viverla nonostante i rischi.
Difficile raccontare di Lei, di cui non si sa nulla, Lei che è senza prefazione, e che non va spiegata, Lei che appare e scompare come nel gioco della copertina: lontana, muta, eppure sempre presente alla mente di Marcello, e nei caratteri che si allineano sulle righe come negli spazi bianchi della pagina. Lei, che fuori e dentro la penna di Luca Tosi appare inafferrabile e luminosa allo stesso tempo, onnipresente, vivificante, pura, assoluta.
Lia Amen
Io, mi sembra, quando leggo, sono uguale a com’ero quella sera, mentre stavo a sentire Lei. Seduto su uno scalino. E Lei, in piedi, davanti a me, col cielo dietro e la nebbia di Venezia, che diventava ala forfora della luna. Però, c’è una cosa a volte nei libri che le ragazze non hanno, Lei di sicuro non ce l’aveva: la prefazione. Quelle frasi che ti avvisano di un po’ di cose in anticipo, così scegli se andare avanti a leggere o cambiare libro. L’avessi avuta, con Lei, una prefazione, avrei saputo prima a cosa sarei andato incontro. O è stato meglio senza?
Se penso a una ragazza, io sono come la sala di un cinema che proietta un solo film. Lei.




