Mia e la voragine
Una volta mia madre mi spiegò che il silenzio è una forma di dialogo ed era una cosa intelligente, io non ci sarei mai arrivata al silenzio che sono parole, non lo avrei mai pensato. Praticamente non parlare di papà era parlare di papà e lo potevo capire se ci dondolavamo sull’ultima cosa che restava, ci dondolavamo e dicevamo senza dirlo che non ce l’eravamo dimenticato. Poi però col tempo mi è sembrato un po’ una fregatura questo silenzio in cui noi ci stavamo parlando. Io non sentivo più niente e non so se lei stava sentendo perché gliene dicevo spesso di tutti i colori.
Ho sognato il suono del citofono. Dalla cornetta squillava la voce del postino per annunciarmi la consegna di un pacco. Un momento dopo ero giù, la busta del piego di libri tra le mani. Risalivo in fretta le scale, e mi accorgevo che qualcosa di strano stava accadendo. All’ultimo gradino il pacchetto era diventato grande: non pesante, gigantesco. Mentre aprivo la porta di casa, l’involucro di carta era squarciato. Una bocca enorme si spalancava davanti ai miei occhi, improvvisamente scivolavo in un buio umido e odoroso: era Mia, che mi portava dentro la voragine.
È andata così, più o meno, con l’esordio narrativo di Diana Ligorio, autrice di film documentari accolta in casa TERRAROSSA con “Mia e la voragine”, sedicesimo titolo della collana “Sperimentali”, che intende dar voce “agli scrittori in grado di coniugare solidità narrativa e originalità stilistica”. E sicuramente lo stile e la lingua saltano fuori dalle pagine con una immediatezza che non può sfuggire al lettore, e anzi a questo parlano con una rapidità di intenti che si fa subito coinvolgimento totale. E un attimo dopo si è nella storia.
Come ogni estate, Mia Balestra segue la madre a Dolina, un paese sperduto che nessuno conosce, “tutti fossi e buchi”, per raggiungere il quale bisogna superare “un abisso nella terra”, che tanto inquieta Mia, ma che pure va affrontato. Perché la Dottoressa Alma Distante – nome perfetto per una madre anaffettiva – a Dolina ci è nata, e lì ha uno studio dove esercita la professione di pediatra nella bella stagione. In verità Mia non sopporta la madre e la sua ossessione per il lavoro, e non sopporta il paesello, dove finisce col trascorrere le giornate in completa solitudine, ignorata dalla madre e dai suoi pazienti, che giungono a invadere i suoi spazi e quindi a “sfollarla” da casa. In definitiva, non sopporta gli abitanti del luogo, che nutrono nei confronti della dottoressa un’autentica venerazione mentre non si accorgono nemmeno della sua esistenza, se non in relazione alla madre.
Ma arriva sempre quell’estate che cambia il corso delle cose, che raddrizza la curva delle nostre relazioni con il resto del mondo, o che ci offre occhi nuovi per guardarlo questo mondo. Arriva per tutti l’estate che imprime un’accelerazione nel processo di crescita, mentre corrono più veloci tutti i nostri impulsi e così le paure e il desiderio di affrontarle, di essere più forti. E quell’estate giunge per Mia nel suo undicesimo anno di vita e, simbolicamente, proprio in corrispondenza di quello che le pare un compleanno particolarmente importante e che sembra minato ancora più profondamente dalla rivalità con la figura materna. Mia è una ragazzina che ha bisogno tanto di crescere quanto di ricostruire la propria identità. Una identità resa ancora più incerta dall’assenza del padre, tragicamente scomparso quando la bambina aveva soltanto tre anni a causa di un incidente avvenuto proprio nella gravina che circonda Dolina, in quell’abisso che Mia teme e dal quale si sente segretamente attratta.
Se volessimo cercare una parola-chiave all’interno di questa speciale favola, potremmo individuarla nella parola “cadere”. Mia ha paura di cadere sin da quando arriva a Dolina e c’è buio, e incede con difficoltà dietro i passi della madre, alla luce della torcia che apre un cerchio di luce tra i fossi. Mia desidera cadere quando si tormenta per la mancanza di attenzioni da parte della madre, e pensa che se le capitasse di cadere almeno sarebbe lei a essere visitata dalla dottoressa. Mia fa i conti con la possibilità di cadere a ogni passo, a causa di una piccola disfunzione articolare, di cui nemmeno conosce le cause, che porta la sua gamba ad andarsene un po’ per conto suo – lei trova una motivazione più profonda attribuendo alla gamba una forte determinazione, la madre riduce il tutto a un difetto di “sottrazione dell’appoggio durante la deambulazione”. Mia si pone spesso la domanda del cosa accadrebbe se davvero finisse inghiottita dalla gravina, e però poi ci finisce davvero, precipitando nella più entusiasmante e fantasmagorica delle esperienze. In questo punto si fa ancora più marcato il riferimento al capolavoro di Lewis Carrol e alla sua Alice, e così Mia vive e fa vivere al lettore una successione di immagini allucinatorie e allo stesso tempo delicatissime. La fantasia di Mia è sfrenata e tenera allo stesso tempo, le figure antropomorfe che popolano il suo viaggio sotterraneo servono a lei e a chi legge per trovare un significato anche nel vortice multicolore del nonsense. Mia racconta bene che in alcune circostanze l’unica possibilità di salvezza che abbiamo è proprio quella di “cadere”. Cadere nel sogno, inciampare con l’immaginazione, perdersi e attribuire nuovi e stravaganti sensi alle cose che ci circondano.
Mia cade nella voragine e si salva. Nell’estate dei suoi undici anni, quando davvero tutto sembra andar storto, il suo piccolo universo incrocia l’universo dei “bambini-bestia” dai quali si era sempre nascosta. Mia sperimenta l’avventura dell’amicizia e trova un piccolo amico speciale, penetra i luoghi che tanto le davano noia e può finalmente esprimere uno sguardo nuovo. In un paesaggio prima tetro – sempre profondamente percorso da segnali che rinviano all’inquinamento ambientale – e progressivamente invaso dal colore, Mia vive la sua esperienza di crescita e si avvia a incontrare il mondo, a partire da una sua profonda trasfigurazione e dall’attribuzione di significati nuovi e inventati.
La favola di Diana Ligorio tocca questioni di interesse universale come quella ecologica, indaga il bisogno di comprendere e riparare relazioni affettive complesse, ma può spingerci anche a guardare ai nostri bisogni più nascosti, ai desideri bizzarri e perciò taciuti, e forse ci invita a recuperare i contatti con una fantasia relegata ai ricordi di infanzia. La lingua usata è un mezzo potentissimo per tratteggiare una realtà – ora minuta ora macroscopica – carica di tinte cupe o sgargianti che spesso ci sfugge, ma che tutti possiamo tentare di ridisegnare. La voce della piccola protagonista, con i suoi entusiasmi, i suoi intercalari, le intemperanze, le ripetizioni continue, stabilisce da subito una urgenza comunicativa che si traduce in confidenza profonda, e in una fiducia, che diventa per ciascuno di noi fiducia a credere nell’impossibile o, quantomeno, a sfidarlo.
Mia e la voragine è una favola moderna di grande intelligenza, raccontata da una voce intima e fantastica, che può parlare ai lettori di ogni età e di ogni sguardo.
Lia Amen
La creatura sul petto, nella nicchia della caverna avevo di nuovo l’orribile creatura sul petto e gli cantavo la ninna nanna. Io volevo riposare un po’ e lui doveva stare buono. E allora provai con la ninna nanna, quella che mi cantava mia madre da piccola e non ci potevo credere. Mi ricordavo tutte le parole e cantavo con voce nasale, la stessa voce nasale di lei, un fastidio. Mi batteva il cuore fortissimo e pure alla creatura e ci addormentammo e io la sognai pure, mia madre che mi cantava proprio la ninna nanna, e finì che stavo mezza sveglia e mezza dormendo, e mi pareva che la ninna nanna veniva dal sogno. Il rumore del mare è molto forte fa la canzone. Ma non era nel sogno. La canzone arrivava come un’eco, non era nel sogno, era nella voragine e la voragine era un corno e qualcuno la stava cantando da sopra. Mi svegliai del tutto. Per la miseria, è un richiamo! È Alma!




