Abbà padre. Intervista a Roberto Battestini.
Abbà Padre di Roberto Battestini è l’ultimo volume a fumetti della collana Neo Comics di Neo Edizioni, uscito il 3 novembre 2022. L’autore di questo volume è il fratello di Rolando e Pasquale, membri della Banda Battestini, gruppo criminale che imperversò in centro Italia tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento. In Abbà Padre l’autore riflette sul proprio rapporto con il padre, figura ambigua e sfuggente e, soprattutto, patriarca di questa famiglia dal vissuto così tragico. Il risultato è una profonda, dolorosa ma in qualche modo anche divertente autoanalisi, che mescola diversi piani e toni.
Qui in basso potete leggere la mia intervista all’autore.

Roberto Battestini, Abbà Padre, Neo Edizioni, collana Neo Comics, 2022. Pag. 238, € 24,00
Ciao Roberto e benvenuto su una banda di cefali. Ti ringrazio di cuore per aver accettato la mia intervista. Durante la lettura di Abbà Padre ho percepito come una spinta, una necessità da parte tua di raccontare questa storia. Da dove nasce l’esigenza di scrivere Abbà Padre?
L’idea del progetto è nata nel 2011, durante un convegno a Colza, in provincia di Avellino. Originariamente avrei voluto scrivere un manuale a fumetti sull’essere padre, ma in quel convegno un relatore parlò degli scritti di Sant’Antonio Abate, che descrive l’esperienza della vita dell’uomo da tre punti di vista differenti: la fortezza, il deserto e la terra promessa.
– E se quest’uomo fosse un padre?, pensai.
In sintesi, avevo trovato la divisione in tre parti di un’opera che forse poteva ambire ad essere qualcosa di più di un manuale.
Uno degli aspetti più interessanti di questo fumetto è che tu racconti della tua vita, della tua famiglia, del rapporto con tuo padre ma riesci a coinvolgere anche i lettori e le lettrici che a fine lettura sentiranno che quella storia parla un po’ anche di loro. Come hai trovato la chiave per raccontare te stesso in modo così autentico e personale ma al tempo stesso anche universale?
Non lo so, ho semplicemente cercato di essere autentico; anche se si tratta sicuramente di fiction, i contenuti sono attinti dalla realtà perché il lettore possa riconoscersi in temi universali come la paternità, la crescita personale, l’uccisione simbolica della propria idea di padre/di figlio collegandola ad un personaggio che, pur nella debolezza, combatte come un leone per dare un senso alla sua vita.

Le varie vicende che hanno coinvolto la tua famiglia sono sicuramente fuori dagli schemi tradizionali. Ho molto apprezzato l’introduzione del tuo libro, dove tu riassumi gli eventi più importanti come se fossero le caselle del tabellone di un gioco da tavolo. Come nasce questa idea?
Nasce dall’esigenza di fare ordine nella narrazione. L’ho realizzato quasi alla fine del lavoro, su ispirazione dell’editor, Andrea Tosti, che aveva ravvisato la necessita di fornire una sorta di timeline che potesse aiutare il lettore, vista la complessità degli eventi e la loro estensione nel tempo. L’idea della struttura come gioco dell’oca l’ho avuta io, ma era un’idea che volevo sfruttare da un po’ per sistemare cronologicamente gli eventi della mia vita, solo che non ero mai andato oltre degli sketch preparatori. Abbà Padre è stata l’occasione per mettere la timeline su carta.
In numerosi momenti del fumetto traspare una forte fede religiosa. Qual è il tuo rapporto con la religione e quanto influisce nel tuo lavoro?
Nella mia vita ho avuto la grazia di incontrare il cammino Neocatecumenale, che ha dato una dimensione ricca di senso alla mia vita, come del resto a quella di moltissime altre persone. Ho incontrato il cammino in un momento di crisi profonda, in cui da ragazzo pensavo di essere nato per sbaglio, in una famiglia sbagliata e con una storia sbagliata. Nella lettura cristiana la croce e la sofferenza non vanno fuggite, ma accolte, in quanto possono rappresentare il cardine sul quale può agire lo spirito santo, immaginiamolo come una sorta di porta di morrisoniana memoria, che apre nuove prospettive e permette uno stile di vita meraviglioso e anticonvenzionale. Grazie al cammino la mia vita ha avuto una svolta e una nuova lettura dei fatti.
La scelta dei colori, del montaggio delle scene, del tipo di narrazione conferisce al tuo fumetto delicatezza anche nei momenti più cruenti. Come mai questa scelta?
La forza dell’acquerello è data dalla possibilità di modularne le tinte in base alla luce, è uno strumento molto duttile. Comunque da sempre mi è piaciuto associare uno stile di disegno che sia in contrasto con i temi narrati, un po’ quello che cerco anche nei miei scrittori preferiti.
A proposito di disegni, all’inizio del fumetto ti mostri al lavoro in piena fase creativa disegnando anche i tuoi strumenti di lavoro. Com’è entrato il fumetto nella tua vita e che ruolo ha avuto per te?Ho molti interessi, forse troppi, ma il fumetto l’ho scelto definitivamente a vent’anni, frequentando tardivamente una scuola di fumetto a Roma. Disegnavo da sempre, anche se i miei studi sono stati tutti incentrati sulle lingue e le letterature straniere, ma sentivo l’esigenza di mettere a frutto la mia aspirazione a diventare un fumettista. Nelle scuole di scrittura si dice di scrivere su un foglio cosa si vuole raccontare e che tipo di scrittore vuoi essere, per poi buttare il foglio o dimenticarlo in un cassetto; il mio disegno inspirational, che poi ovviamente ho buttato, fu un personaggio che diceva: “I want to be a cartoonist, not the best, but a cartoonist”; il mio limite principale era che, come molti ragazzi degli anni ottanta, avevo uno stile un po’ alla Pazienza, ma sapevo che non potevo essere lui, anche perché la morte l’aveva fatto assurgere a icona; quindi partii di nuovo da zero, cercando di dimenticare i disegni che realizzavo facilmente nella mia zona di comfort, disegnando invece con fatica a scuola di fumetto, in molti stili diversi. Passata la lunga fase dello scontro frontale con le mie incompetenze ho finalmente trovato uno stile, almeno credo. Si dice che lo stile sia la formalizzazione degli errori, e forse nel mio caso posso essere d’accordo. Forse il fatto di non essere un disegnatore accademico mi ha permesso e mi permette di rischiare e di avere più incoscienza nelle inquadrature e nelle soluzioni narrative.

Mi considero una grande lettrice e fan di lunga data di Neo Edizioni e sono molto soddisfatta delle uscite della collana Neo Comics. Com’è nato l’incontro con Neo e com’è stato lavorare con loro?
Ci siamo incontrati in una manifestazione a Pescara, al Circolo Aternino. La casa editrice che aveva pubblicato A Caro Sangue non era interessata a pubblicare un altro mio libro – all’epoca il progetto si chiamava ancora “Io, padre” – che rappresentasse una sorta di seguito ideale del primo graphic novel. Cercavo qualcuno che lo pubblicasse. Ho mostrato il progetto ai nei e loro hanno detto ok. Mi piace come lavorano, il livello di serietà è decisamente superiore a quello di altre case editrici con nomi più altisonanti nel piccolo mondo dei comics. Pirsig parlerebbe di quality.
L’ultima domanda è di rito: hai progetti in cantiere? Quando potremo rileggerti?
Sto lavorando a un nuovo libro. I miei tempi di lavoro sono un po’ dilatati, ma spero che veda la luce a breve, magari sempre con Neo.
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