L’amore inutile
L’amore inutile, il nuovo romanzo di Gianfranco Di Fiore, ventiduesimo titolo della collana “Orso bruno” di Wojtek Edizioni, lo attendevo da quando ne è stata annunciata la pubblicazione. Già mi ero persa e ritrovata più volte nei movimenti e nei colori di Quando sarai nel vento (66thand2nd 2018) e subito avevo inteso, a lettura appena iniziata, che non avrei dimenticato nemmeno le pagine di La notte dei petali bianchi (Laurana 2011). Perché la scrittura di Di Fiore produce un’atmosfera precisa e inconfondibile, che investe la pagina e il lettore, agitando emozioni contrastanti e inducendo un turbamento che è insieme fisico e spirituale, e che provoca assuefazione. Ricevuto il volume tra le mani, superato l’effetto vagamente ipnotico della copertina godardiana – opera di Antonio Bobo Corduas, che sempre riesce a interpretare in maniera puntuale i lavori di casa Wojtek – mi sono fermata sulla citazione in esergo.
Siamo tutti in fondo a un inferno, dove ogni attimo è un miracolo.
Nelle parole di E. M. Cioran subito ho ritrovato Gianfranco Di Fiore. L’autore smuove dal silenzio due voci e dalle voci emergono due personaggi: lei e lui. Lei e lui sono lontani e sono vicinissimi, si muovono nel buio più totale e si incontrano in una luce flebile, intermittente, talvolta accecante. Di lei e lui non sappiamo nulla, ma entriamo immediatamente nei loro mondi, e sono crudeli, sporchi, fanno male. Noi stessi ci ritroviamo appesi a un filo, e mentre li sentiamo interrogarsi sulla possibilità di innamorarsi di una voce, ci verrebbe voglia di entrare nella pagina per rispondere “sì”!
Tutto intorno ha contorni sfumati, è difficile orientarsi, eppure, di volta in volta, siamo in una fredda sala operatoria, sovrastati dalla lampada scialitica, che mette a nudo le più nascoste crepe del nostro corpo, e poi siamo nel buio di una stanza con la persiana abbassata, la mano tocca di continuo il telefono senza fili, mentre sotto il cuscino sta zitto il cellulare e il tatto supplisce al silenzio. Oppure contrastiamo la forza di gravità in precario equilibrio, su ossa tremanti e ginocchia incrostate di feci, in uno spazio abitato dal lerciume e da ricordi che squittiscono e si rincorrono come topi. I lettori di questo romanzo sono tutti i nostri sensi, e le impressioni che derivano dalle pagine risvegliano occasioni passate ed esperienze che probabilmente non vivremo mai, ma fanno leva sulle sensazioni più elementari del nostro corpo e sulle acrobazie più pericolose percorribili dalla mente umana.
La lingua di Di Fiore si scioglie con la sensualità che gli è propria, ma trova in questa ricerca di amore e distruzione – o di salvezza estrema – l’alveo ideale per fluire e trascinare con sé ogni cosa.
Durante il pomeriggio guardarono un film francese, anche se lui non le permetteva di fare domande; sua madre sorrideva e diventava sempre più più piccola sul divano, docile, nel suo corpo stanco. Consumarono diverse tazze di tè, scambiandosi spesso le coperte e i cuscini, e alla fine la madre non capiva se i due personaggi del film si erano incontrati realmente, se erano stati amanti, se erano davvero ritornati in quel luogo, un anno dopo il loro primo incontro, e lui disse che non c’era bisogno di spiegarlo, né di arrivare a una verità. Era quello che il film voleva raccontare: le possibilità, la complessità della visione, le suggestioni inafferrabili che spesso si interpretano sbagliando.
«Mi spieghi, come mai, sin da piccolo, ti sono sempre piaciute le cose strane? Dovresti far riposare un attimo la mente. Io mi ci perdo in queste storie», disse sua madre, tirando in su la coperta di lana.
«Ma non sono strane, mamma, è solo che le persone non osservano il mondo alla stessa maniera. Soprattutto i grandi artisti… alcuni hanno avuto successo perché sono riusciti a creare delle opere diverse dagli altri. E ciò vale anche per i genitori. E poi a me piace immaginare e non avere certezze; il film lo trovo utile anche per questo», rispose, passandole una mano sulla testa. Fuori, il temporale si stava ingrossando.
Una realtà inafferrabile, come sono le suggestioni che pretendiamo di interpretare, una realtà che sfugge a ogni senso, e che il protagonista prova a catturare attraverso l’obiettivo fotografico, per fermare gli istanti ed essere certo di averli vissuti. Una realtà da inseguire, o da fuggire, nel disperato tentativo di sopportare il dolore, come accade a lei, che rincorre un ideale vano quanto irrealizzabile, per nascondere un mondo interiore devastato sotto un’apparente perfezione. Lui e lei, segnati da segreti inconfessabili, oppressi dalla solitudine, legati a una voce che fa promesse e immagina nuove possibilità.
Agli occhi del lettore si dispiega un universo rarefatto, delimitato da due punti cardinali – il Nord e il Sud – e popolato da personaggi senza nome, che offrono prospettive sfocate, suggeriscono dettagli inattendibili. Una dimensione dominata dall’alternanza di luce/ombra, voce/silenzio, presenza/assenza, solitudine/comunione, e attraversata da visioni e da continui ritorni, punteggiata di ossessioni – che sempre caratterizzano i protagonisti dei romanzi di Di Fiore – e di riverberi improvvisi che interrompono il tessuto narrativo.
L’amore inutile è un imbuto di emozioni strazianti e fluide, che il lettore riceve e percepisce, precipitando nel vortice dell’immaginazione, sussultando al suono della voce, incapace di dare una spiegazione al dolore dei protagonisti, ma conoscendolo ormai in ogni suo filamento. A dire il vero, “inutile” mi pare il tentativo di raccontare questo libro, sia per la difficoltà a ricordare la quantità e la complessità degli argomenti toccati, sia per la consapevolezza del rischio di banalizzare un’opera che richiede un’esperienza diretta e quasi sensoriale. Però, poi, penso ai lettori che non conoscono ancora Gianfranco Di Fiore e la sua scrittura cruda e poetica insieme: forse vale la pena incontrare una voce tanto forte e precisa (sì, ci si può innamorare di una voce!). A tutti gli altri: con L’amore inutile leggiamo un Di Fiore più poetico che mai.
Lia Amen




