Il senso delle stelle – Intervista ad Antonio Lorenzo Falbo
Ciao Antonio e benvenuto su una banda di cefali. È da tanto che volevo intervistarti quindi sono davvero felice di ospitarti sul nostro sito. Il senso delle stelle è il tuo terzo romanzo ed è un thriller che potremmo definire atipico, in quanto mescola numerosi generi e suggestioni. Com’è nata l’idea di scrivere questa storia? Per quanto tempo ci hai lavorato?
Ciao, Carla. È un grande piacere essere vostro ospite!
L’idea si è sviluppata in un arco di tempo piuttosto lungo, e altrettanto ancora ne è servito per metterla su carta: circa 4 anni in totale. Inizialmente ero stato mosso dal voler creare un plot sufficientemente ampio da accogliere alcune suggestioni che mi titillavano da un po’: il rapporto uomo-terra (il mondo contadino), la fascinazione delle fiabe e le influenze date dalla psicogenealogia. Solo in corso d’opera, però, ho capito cosa stessi facendo, quali fossero i fili che tiravo dall’alto. Ciò ha richiesto prima di tutto una profonda, e a tratti impietosa, riflessione personale. Molti degli squilibri, slanci e tensioni presenti nella narrazione erano legati alla mia persona più di quanto immaginassi. Detto ciò, in generale, ho capito che il mio modus operandi è questo: quando inizio una storia ho solo l’idea del “sapore” che deve avere, quale retrogusto voglio lasci in bocca al termine della masticazione; banalmente, tutto parte spesso anche solo da un paio di immagini mute che ho in testa, slegate o addirittura antitetiche. Con gradualità cerco di comprendere la loro valenza simbolica, e infine ne estrapolo un senso, dandogli di conseguenza una forma e struttura valida ai fini della comunicazione. Scrivo molto lentamente. Devo capire io stesso cosa sto combinando. Nel caso specifico de Il senso delle stelle, queste immagini erano quella del parto equino presente nell’incipit e la raffigurazione del tempo vitale come dei cerchi d’acqua concentrici, generati dal lancio in acqua di un sassolino.
Effettivamente il tuo romanzo esercita un grande fascino già a partire dal titolo: Il senso delle stelle. Com’è nato questo nome?
Si riferisce contestualmente al concetto di costellazione familiare di Jodorowsky (di cui parleremo più avanti NdR) e
alla frase del testo di una canzone di Roberto Vecchioni, “Le lettere d’amore”, in cui l’autore cita: “… il senso delle stelle non è quello di un uomo”, ponendosi in dialogo ideale con Fernando Pessoa.
Uno degli aspetti che mi ha più colpito del tuo romanzo è il modo in cui riesci a spiazzare e disorientare i lettori e le lettrici. Fino ad un certo punto, infatti, ero convinta di trovarmi dinanzi a un tipo di storia ma poi ho dovuto ricredermi e cambiare punto di vista e interpretazione. È un effetto voluto?
Sì. O meglio, da tempo cerco di coniugare nella scrittura elementi stilistici di generi differenti, talvolta anche apparentemente inconciliabili, ma che in qualche modo hanno formato il mio personale gusto letterario. Direi quindi che quello che attuo è una sorta di sincretismo. Se mi confermi che il risultato finale si dimostra ben bilanciato e privo di evidenti forzature, allora sono sulla strada giusta.
Il leit-motiv de Il senso delle stelle è rappresentato dai legami familiari, che in questo romanzo sono alquanto complessi, muti-sfaccettati e delicati. Come sei riuscito a trovare l’equilibrio per unire tra loro questi legami all’apparenza così fragili?
Credo nello stesso modo in cui cerco di fondere elementi e caratteri di più generi e stili. L’equilibrio stesso è dato proprio dalla compresenza in scena di personaggi dai profili complessi e contrapposti. Insieme ricreano un “tutto”, trovano la loro ragion d’essere e stanno in piedi. Se fossero separati, o non equamente sviluppati, allora penso che l’equilibrio verrebbe meno. A qualunque ambito ci rivolgiamo, c’è sempre una controparte che legittima e sorregge l’esistenza dell’altra, nel bene o nel male; per farla breve: se mi preoccupo del sole, inevitabilmente mi occupo anche alla sua assenza, del buio. Non riesco a pensare diversamente.
I protagonisti del tuo romanzo, Filippo e Tobia, sono due fratelli che condividono le violenze subite da piccoli ma che una volta cresciuti hanno intrapreso due percorsi di vita opposti. Una volta riuniti dopo la morte del padre, però, sembra che il loro destino sia destinato a compiersi secondo dei piani già scritti. E tu autore, avevi già un piano stabilito per loro dall’inizio oppure hai modificato il loro destino in corso d’opera?
L’ho scoperto e modificato in corso d’opera. Avevo in mente i loro caratteri generali e i loro principali conflitti, non dove questi sarebbero andati a parare. O forse inconsciamente lo sapevo, e avevo solo necessità che fossero loro a sporcarsi le mani per me.
La storia del tuo romanzo si fonda sul principio di eredità familiare della psicogenealogia di Jodorowski secondo il quale ciò che i nostri antenati hanno vissuto, e cioè traumi, sofferenze, sogni e aspettative, travalicano le generazioni e si manifestano nei nuovi nati con ripetizioni o psicosomatizzazioni. Una sorta di “circolo vizioso”, insomma, per cui le colpe dei padri ricadono sui figli e gli errori sono in qualche modo destinati a ripetersi. Esiste secondo te un modo per interrompere questo circolo? Che cosa ne sarà di Cischi secondo te? Dovrà anche lui espiare le colpe del padre, del nonno e così via?
Sì, certo. Esistono vari modi per interrompere questo circolo, facenti riferimento a diverse scuole di ricerca e pensiero della sfera psicologica. Ma io non dispongo degli strumenti professionali per poter delineare un iter terapeutico corretto. Posso però sbilanciarmi col dire che il primo passo di sicuro è la presa di coscienza: riconoscere in qualche modo la presenza di uno stereotipo comportamentale che si sta ripetendo, e ammetterne la sua disfunzionalità nelle nostre istanze del presente. Per quanto riguarda Cischi, forte di questa consapevolezza, lui sterza bruscamente dalla via della reiterazione intrapresa dai suoi predecessori. Mi piace immaginarlo così, benché l’eredità lasciata dai trascorsi familiari sia un fardello pesante.
Dalle mie parti si dice che “I figl so piezz e cor” quindi so che la mia domanda è un po’ cattiva, ma volevo chiederti qual è tra tutti il personaggio che preferisci e perché.
Uh-uh. Questa è una bella domanda! Comunque direi Tobia (detto l’Ombroso), lo zio di Cischi. E principalmente per il suo perpetuo stato di tensione tra volontà di redimersi e nichilismo spietato. Ma anche per l’autoironia e il black humor. In qualche modo mi ci ritrovo.
Il tuo romanzo è pervaso da un senso di profonda oscurità. Come mai hai scelto questo elemento esoterico di sottofondo? Qual è il tuo rapporto con l’esoterico e con l’occulto?
Personalmente sono sempre stato affascinato dalla mistica delle religioni, dallo spiritismo codificato da Kardec e da ciò che è occulto (nascosto), e che possa essere colto con un più intenso impiego di tutte le facoltà cerebrali, non solo la logica; la semplice idea della possibilità di una realtà “altra” è sufficiente a stimolare tutta la mia curiosità, e mi invita anche a un atto di riflessione sul mio stesso Io profondo. Ma è un terreno molto delicato, col quale credo ci si debba approcciare prima di tutto in chiave antropologica. La scelta è stata quindi determinata da ciò, e dalla necessità narrativa di bilanciare gli elementi concreti legati alla psicogenealogia con altri metafisici, in grado di mischiare le carte in tavola e generare la giusta tensione emotiva. Come per i personaggi, ho voluto che anche il lettore si confrontasse col dubbio e mettesse alla prova il proprio scetticismo.
Oltre alle teorie di Jodorowsky, ci sono altri studi/testi o anche film, colonne sonore o serie TV che ti hanno accompagnato e influenzato nella stesura del romanzo?
Sì, assolutamente. La lista è lunghissima e molto diversificata. Come ho già accennato, spesso sono sufficienti anche solo un paio di immagini per smuovermi qualcosa dentro. Essendo docente di storia dell’arte, suppongo si tratti di una deformazione professionale. Allo stesso modo sono molto stimolato da qualunque altra forma espressiva in
generale. Per la lavorazione de Il senso delle stelle in musica e cinema potrei elencare le seguenti influenze: Dead can dance e Lisa Gerrard, Iamx, The white birch, Low roar, Nick Cave and the bad seeds; Lars von Trier, David Lynch, Elio Petri, Terry Gilliam, Eskil Vogt e tanti altri nomi. Per quanto concerne la letteratura, invece, il discorso necessiterebbe di un ragionamento a parte, molto più ampio. Di certo, per ciò che riguarda le riflessioni sul
rapporto uomo/natura, ma non solo, fondamentali sono stati gli scritti di Cesare Pavese, così come gli aspetti più legati al realismo magico di Márquez.
Penso di averti trattenuto fin troppo e quindi ti saluto con un’ultima curiosità: stai già lavorando a qualcosa di nuovo? In quale genere ti piacerebbe cimentarti?
Sì, mi sono messo a lavoro la scorsa primavera. Sto cercando di sviluppare il discorso stilistico di cui abbiamo parlato fin qui. Ma mi sto muovendo su tematiche e atmosfere differenti. Non amo ripetermi, ecco. Avevo dei racconti su cui lavoravo dai tempi del lockdown, ho ripreso alcuni dei personaggi che credevo facenti parte di universi separati e
ho presto constatato come invece la loro unione fosse sorprendentemente funzionale. Le contraddizioni sono subito esplose dando il via alla narrazione. Ora non mi resta che procedere con pazienza, scoprendo passo dopo passo dove mi porta la storia.
Intervista a cura di Carla De Felice
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