Il predatore: intervista a Marco Niro
Il predatore, romanzo di Marco Niro, pubblicato da Bottega Errante Edizioni, è un romanzo di genere: un noir tremendamente attuale, che pone forti interrogativi sul rapporto tra uomo e natura. Per capirne di più, abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con l’autore, già conosciuto come membro del collettivo Tersite Rossi.
Ciao Marco, benvenuto su Una banda di cefali. Con Il predatore, il tuo primo romanzo scritto al di fuori del collettivo Tersite Rossi, non abbandoni il noir e la narrativa d’inchiesta e tocchi temi importanti come il rapporto complicato e irrisolto tra uomo e natura in generale o quello ancora più difficile fra sapiens e fauna selvatica. Qual è la domanda che sta all’origine di questa storia?
Più di una. Innanzitutto: “Chi sono gli orsi, per noi umani? Perché magnetizzano tanto la nostra attenzione, e in maniera sempre così polarizzante?”. E poi: “In che modo il male arriva ad annidarsi anche, se non soprattutto, laddove tutto sembra perfetto, bello, lindo, impeccabile?”. E ancora: “La prevaricazione dell’uomo sull’uomo, e dell’uomo sulle altre specie viventi, e sulla natura tutta, è davvero inevitabile?”. E quindi: “Se l’istinto di prevaricazione può essere frenato, chi meglio può farlo? Quali sono le condizioni che trasformano persone del tutto normali in uomini e donne che osano sfidare il potere, pur sapendo che la sfida è truccata?”. In altre parole, e tornando alla domanda iniziale: “Cosa c’entrano gli orsi con gli antieroi?”. E in ultimo: “Può un semplice romanzo riuscire a rispondere a domande come queste? O dovrebbe accontentarsi solo di sollevarle?”.
L’orso rappresenta un po’ la sintesi di tutte le nostre paure più ataviche. Chi sono i veri predatori?
La risposta può apparire scontata: siamo noi, gli umani. Del resto, è la pura verità. Ci troviamo al vertice della catena alimentare planetaria da ormai decine di migliaia di anni. Già durante la preistoria abbiamo causato l’estinzione della megafauna e anche di altre specie umane, come i Neanderthal, e alla fine siamo rimasti solo noi, i cosiddetti Sapiens, a rappresentare il genere Homo. Nel frattempo, abbiamo continuato a predarci l’un l’altro, anche, forse soprattutto dopo la comparsa delle cosiddette civiltà; anche, forse soprattutto dopo l’ingresso nella modernità; anche, forse soprattutto oggi, nell’epoca della grande ricchezza globale e del benessere alla potenziale portata di tutti, ma ancora appannaggio della solita, esigua minoranza. Eppure, abbiamo ancora paura degli orsi, o dei lupi, benché storicamente abbia ucciso molto di più la mano rispetto all’artiglio. Il punto è che i veri predatori, quelli umani, hanno sempre bisogno di un mostro, per distrarre le loro prede. Spesso è umano anch’egli: l’immigrato, il miscredente, l’omosessuale, la strega. Talvolta invece è bestia: l’orso, il lupo. Perché con le bestie è ancora più facile: orsi e lupi non parlano, non possono difendersi, non possono gridare la verità. Ho scritto Il predatore per mostrare, prima di tutto a me stesso, come tutto questo sia vero ancora oggi, nel 2024. E anzi sia ancora più vero che in passato.
L’uccisione di M90 mi porta a pensare che per una certa politica l’unico orso buono è quello morto. Vince sempre l’arroganza dell’uomo, per cui anche un bosco o una foresta vengono visti come grandi giardini di casa, in cui si deve poter fare ciò che si vuole: correre, fare rumore, abbandonare avanzi. Una pretesa insopportabile, non trovi?
Assolutamente sì. Qui in Trentino gli orsi sono stati reintrodotti vent’anni fa con un meritorio progetto di elevato spessore scientifico. Poi però gli esperti che avevano sovrinteso all’iniziativa, zoologi e naturalisti, sono stati messi da parte dalla politica – di ogni colore – e sono così venuti a mancare i tre pilastri che rendono possibile la coesistenza tra uomini e orsi: gestione (radio-collari, cassonetti anti-orso: impiegati poco e male), informazione (mai fatta), ricerca (tagliata). L’unico aspetto che ha avuto importanza è stato il tornaconto politico ed economico dei soliti noti, che ha spinto a trasformare gli orsi in attrattiva turistica, in vero e proprio fenomeno da baraccone, in quel luna park che, per le stesse ragioni, sono diventate le nostre montagne. Gli orsi, in questa visione, sono stati presentati come “buoni”, mattacchioni, simpatici, ovvero l’immagine da cartone animato: Yoghi, Bubu, i peluche. Poi, quando sono aumentati di numero e questo approccio scellerato ha portato ai primi problemi, gli orsi sono improvvisamente diventati i “cattivi”, bestie feroci da deportare o uccidere in massa. L’operazione è stata condotta dalle medesime persone che hanno provocato questa situazione, per il medesimo intento: il loro tornaconto. E mentre molti politici battevano cassa in ambito elettorale, a uscire sconfitta è stata la scienza, silenziata e rimpiazzata dalla chiacchiera da bar. Ma al bar si può decidere cosa bere, non come gestire la presenza di cento orsi sul territorio. Gli orsi, ci spiegano inascoltati gli zoologi, non sono né buoni né cattivi, ma animali selvatici che seguono il proprio istinto. Sta a noi saperci rapportare a loro correttamente, per ciò che rappresentano in quanto simbolo non solo di biodiversità, ma anche di quel limite di cui abbiamo da tempo smarrito il senso: gli orsi ci ricordano che la natura non è un forziere da saccheggiare, ma il tutto di cui noi umani siamo solo una piccola parte, un tutto che fissa dei limiti da rispettare se non vogliamo autodistruggerci. Per questo la scrittura de Il predatore, che ha alla base esattamente tali ragionamenti, mi ha richiesto anni di studio e letture: dovevo abbandonare i luoghi comuni da bar, dovevo capire, prima di iniziare a scriverne, chi sono veramente gli orsi.
L’orso è visto come una sorta di invasore, un nemico da abbattere ed estinguere. Secondo te sarebbe giusto fare un parallelo tra l’orso e lo straniero o sarebbe una forzatura?
Non è una forzatura, è esattamente così. Gli orsi, oltre a ricordarci l’importanza della biodiversità e del senso del limite, ci ricordano anche l’importanza di riconoscere ciò che è diverso da noi. Lo straniero, il migrante, che arriva col suo carico di diversità su quello che chiamiamo impropriamente “il nostro territorio”, genera troppo spesso lo stesso effetto che generano gli orsi: paura, diffidenza, chiusura. Sia la filosofia sia la scienza, però, ci hanno insegnato che ognuno è parte dello stesso tutto, e che il mondo è fatto di relazioni con ciò che è altro da noi. Il taoismo parlava dei diecimila esseri, strettamente legati fra loro. La fisica quantistica ci ha mostrato che il mondo è fatto di particelle elementari che esistono solo quando le osserviamo, ovvero quando entriamo in relazione con esse. Insomma, credere che si possa vivere solo guardandosi allo specchio è un errore tanto filosofico quanto scientifico. Gli orsi, con la loro stazza, stanno a ricordarci anche questo. E i personaggi che nel mio romanzo lo capiscono – un prete che ha perso la fede, un adolescente in crisi d’identità e un commissario che non si fida di chi comanda – saranno i soli capaci di lanciare, ciascuno in modo diverso, la loro sfida al potere, al prevaricatore, a chi vorrebbe una realtà fatta solo a propria immagine e somiglianza.
Il noir smaschera le finzioni e mette a nudo tutte le nostre paure. Rimane quindi il miglior specchio della società?
Negli anni Settanta si diceva che per conoscere la realtà bisognava leggere la fantascienza. Oggi penso che sia proprio il noir ad averne preso il posto. Perché oggi non servono i finali lieti, i personaggi buoni, la consolazione: oggi rischiamo seriamente l’estinzione, e dunque c’è bisogno di restare turbati, di guardare in faccia il volto nero dei criminali che ci stanno portando sull’orlo del baratro sociale e ambientale, e di farlo con gli occhi di personaggi marginali, relitti umani, vinti, disadattati. Oggi c’è bisogno del noir.
Ultima domanda: progetti per il futuro? Tornerai a scrivere nel collettivo Tersite Rossi o ti ritroveremo di nuovo come Marco Niro?
Per ora il collettivo si è preso una pausa a tempo indeterminato. Mattia, l’altro membro, si è ritrovato in un frangente di vita nel quale non aveva più il tempo di scrivere e soprattutto di preparare la scrittura, come è necessario se si vuole fare narrativa d’inchiesta. Scrivere è un’attività faticosa, a dispetto di chi pensa che sia facile come bere birre al bar. Quindi, in modo molto onesto e trasparente, ha deciso di comunicarmelo e di chiamarsi fuori temporaneamente. Ma tra noi non c’è stato nessun divorzio o rottura. Tersite Rossi, prima o dopo, tornerà, non ve ne siete sbarazzati. Intanto io, che il tempo necessario lo trovo ancora, continuo a scrivere. O per lo meno a provarci. Perché da soli, non lo nego, è più difficile.
Intervista a cura di Fabio D’Angelo




