Salvatore Toscano: Gli stupidi e i furfanti (ma anche no)
Tutto comincia da Gli stupidi e i furfanti (Baldini+Castoldi), che non è un libro da comodino. È più una gomitata tra le costole, data da uno che ti conosce meglio di te stesso. Non ti dice come vivere: ti guarda e basta. Ma con lo sguardo di un professore stanco, uno che ha capito che spiegarti le cose non serve a niente.
Salvatore, a un certo punto, si mette a fare i conti. Non quelli seri, tipo le rate del mutuo o la revisione della macchina—quelli li ha già lasciati perdere da un pezzo, con una naturalezza quasi mistica. No, ha contato i giorni. I suoi sono quattordicimilasettecentoquarantasei. Quelli del padre quattordicimilasettecentocinquantanove. Tredici in più: una manciata, un weekend lungo, ma soprattutto una soglia, un avvertimento.
Da qui in poi sei solo tu. Non c’è più il padre. Non c’è più nessuno a cui dare la colpa.
E lì, Salvatore si ferma. Non che decida di smettere, eh. Si pianta proprio, tipo un motore in salita col freno a mano tirato.
Perché bastano tredici giorni per iniziare a pensare cose pericolose. Tipo che la vita debba avere un ordine, o che se aspetti abbastanza a lungo, prima o poi una spiegazione arriva.
Spoiler: no.
Nel frattempo, si naviga a vista. Con quella fatica strana, non fisica, più profonda. Una stanchezza che sembra venire da qualcun altro e invece sei proprio tu. Pure quando ridi, lo fai strano, come se stessi fingendo di non sentire il terremoto sotto i piedi.
E poi la memoria. Quella bastarda. Se ne sta buona per anni e poi ti aggredisce mentre stai facendo la spesa o guardando una serie che nemmeno ti piace.
Salvatore l’aveva messa a tacere per trent’anni. Ma ora parla. Non consola, non chiarisce: disturba. E lui, per una volta, non la zittisce. Non perché abbia capito qualcosa, non perché sia diventato saggio. Solo per contare i pezzi persi. E quelli, incredibilmente, rimasti.
Scrivere non ti salva, ma almeno tiene occupate le mani
Scrivere non salva. Ma è come parlare da soli in macchina: ti dà l’impressione di uno che prova a ragionare, che tenta di tenersi in piedi con le sue stesse parole, anche se traballano.
Salvatore scrive così. Non per pubblicare, non per essere letto. Scrive perché, a un certo punto, se non butti fuori qualcosa ti scoppia dentro, come il sacchetto dell’umido dimenticato nel portabagagli.
A quarant’anni non hai tempo per capire cosa vuoi, hai appena il tempo di capire cosa non puoi più permetterti. La lista è lunga: una crisi mistica, una cena fuori, una discussione senza conseguenze.
Hai smesso di chiederti chi sei. Ora ti chiedi dove hai parcheggiato o perché hai comprato otto confezioni di ceci.
Scrivi nei momenti morti, quelli in cui nessuno ti guarda. Scrivi mentre aspetti che si scaldi l’acqua, che richiami il tecnico, che la testa smetta di fare il rumore dell’ansia. Scrivi non per dire qualcosa, ma per non cominciare a rispondere a tono al frigorifero.
Non è scrittura: è autodifesa. È una specie di antistaminico per la malinconia. Funziona per un po’, poi ricominci a tossire dentro. Ma intanto scrivi, per non peggiorare, per tenerti insieme alla meno peggio. Come quando metti lo scotch da pacchi sulle scarpe rotte.
Una frase bastarda detta da un russo morto
Gli stupidi e i furfanti non è il titolo di un libro. È una sentenza, una mazzata, un colpo basso. È una frase di Dostoevskij: «Chi vive oltre i quarant’anni? Gli stupidi e i furfanti».
E Salvatore ci si butta dentro, a bomba, senza casco. Perché ha ragione, perché fa ridere, e soprattutto perché—cavolo—è vera. Dentro questo libro ci trovi di tutto: Rocky, Maurizio Sarri, Bud Spencer. Gli zii, il fratello, la madre, la fidanzata. Calcetti sudati alle otto di sera, Knopfler, Bowie, le canzoni tristi.
La malinconia, quella vera, che non fa rumore ma ti morde le caviglie. Non c’è trama, non c’è morale. Solo questo caos ordinato—che sembra messo lì a caso, ma non lo è—che assomiglia moltissimo alla vita.
È un memoir, sì, ma non si atteggia. Non ti dice come vivere, né come respirare col diaframma o migliorare la tua routine mattutina. Ti racconta e basta. E in mezzo a questo racconto storto, sgangherato, umano, ti siedi volentieri. Perché non è perfetto, ma è vivo. Ti guarda in faccia, come qualcuno che, se lo inviti a cena, non ti fa la morale: porta il vino, ti ascolta e poi ride insieme a te, magari nel momento peggiore.
Lettere a chi non risponde (ma c’è ancora)
Salvatore scrive alla fidanzata, ma in realtà parla con suo padre. E anche con quel bambino rimasto in corridoio anni prima, cercando il libretto delle istruzioni per diventare grande. Una lettera lunga, disordinata, che ogni tanto crolla come un ponte mai finito.
Dentro ci trovi tutto quello che non andrebbe detto, ma che a un certo punto dici comunque. Ci sono foto mosse, odori dimenticati, battute che non fanno più ridere da anni, ma che una volta bastavano per rendere tutto meno tragico.
I ricordi? Un disastro, un puzzle fatto con i pezzi sbagliati. Ma chi se ne frega. L’importante è provare a rimettere insieme qualcosa, anche se non è tuo, anche se non sai da che parte cominciare, anche se magari non combacia niente. Ma almeno ci hai provato.
Tredici giorni (e una vita tenuta insieme col nastro adesivo)
Tredici giorni. Poi avrà superato suo padre, almeno in età. Sembra una cavolata, ma non lo è. È un numero piccolo, infame, che ti guarda storto e tace, ma pensa tutto.
Salvatore ci passa attraverso come il traffico delle sette e mezza, quando sei in ritardo, hai dimenticato qualcosa e ti chiedi se oggi succederà qualcosa. O se non succederà niente, o se succederà qualcosa che non capirai mai—che forse è pure peggio.
Scrive da orfano, da reduce. Da uno che per anni si è truccato da persona a posto, dietro scuse pulite, stirate, credibili. Ora basta, i trucchi sono finiti. Adesso vomita tutto, così com’è, senza filtro, senza pudore. E se fa male, meglio: vuol dire che è vivo.
Questo libro è così: un diario sghembo di qualcuno che prova a stare in piedi, un elenco scombinato di cose fondamentali, stupide e apparentemente stupide ma indispensabili. È il sottofondo storto di uno che non vuole più far finta di niente. Che, se deve cadere, vuole farlo facendo rumore.
E intanto vive. Che sembra poco, ma è tutto.
Fabio D’Angelo




