Samaris – Samaris

Ultimamente si parla molto di autarchia, di velleità secessioniste, desideri variegati di isolamento e indipendenza. Potrebbero anche starmi bene, ma assegniamoci un criterio oggettivo. Facciamo così: i popoli che siano in grado di raggiungere una “densità artistica” pari a quella islandese saranno nazioni a sé. Auguri.
Perché a gettare l’amo nel piccolo lago ghiacciato della terra più vulcanica del mondo si pescano sempre scoperte entusiasmanti.
I Samaris sono un trio di musica elettronica che nel maggio del 2014 darà alla luce l’album di debutto (che è già in pre-sale). Attivi da due anni, hanno registrato due EP autoprodotti di inusuale bellezza Hljóma Þú e Stofnar falla, i quali nella scorsa estate si sono fusi in un unico LP omonimo per la One Little Indian. Il risultato sono 8 canzoni più 4 remix dalle atmosfere sognanti, lente, cantate con un filo di voce potente e fragile, accompagnate da basi perlopiù morbide e calde e dalla vellutata carezza di un clarinetto. Anni luce dai celeberrimi conterranei Sigur Rós e dalla monumentale Björk, non c’è traccia di quegli eccessi cerebrali o del forzato sentimentalismo. I tre giovani (vincitori del Músíktilraunir di Reykjavik del 2011) trovano una loro personale dimensione mettendo in musica poesie del primo novecento islandese con un approccio minimale che si regge sui polifonici intrecci di voce e fiati, sorretti da corposi pad, con qualche fugace incursione nel trip-hop. Da un lato forse costituisce anche il limite di queste prime produzioni: il basso insistente, le percussioni morbide, i synth aerei e i fiati a lungo stancano un po’. Ma li mantengono anche fuori da una certa mielosità in cui incappano molti cantautori nordici nel confrontarsi con temi come la Luna e la Terra. Le metriche dei testi fanno scaturire naturalmente un cantato che guarda ai ritmi delle musiche tradizionali, radunando gli ascoltatori all’attenzione di un’intima epopea universale. Come una donna sola che, al centro di un deserto blu di ghiaccio, è tutta l’umanità in quel momento.
Le prime tre canzoni, che costituiscono il primo EP, sono altrettanti componimenti del poeta Steingrímur Thorsteinsson (1831-1913). Hljóma þú (Suoni) è un inno alla musica e al suo potere terapeutico, probabilmente l’episodio più derivativo del disco, ma è anche la prima canzone che il trio abbia mai composto, quindi è giustificabile. Viltu Vitrast (Ti è apparso) è la storia di un popolo che chiede aiuto a un’entità ultraterrena, spaventata tuttavia dall’idea che questa entità possa davvero manifestarsi: desiderio e terrore della conoscenza. Bello il dialogo fra la voce cadenzata e le linee del clarinetto. Góða tungl (Luna Buona) parla di ciò che dice nel titolo, della Luna compagna di tutte le anime sole. È il momento più alto della compilation: i pad si fanno un attimo da parte e lasciano in primo piano la ritmica e una linea melodica ipnotica e accattivante, resa più “piena” dal controcanto maschile. Stofnar falla (I ceppi cadono) segna un brusco cambiamento nel mood del disco: i suoni si fanno metallici, la voce si fa cupa, il tono è dark, il tema è la guerra, da una poesia di Örn Arnarson. Vöggudub è, come suggerisce il titolo, una ninna nanna dub, in cui gli echi della Björk di Debut sono innegabili. Atmosfera simile per Sólhvörf, da una poesia di Páll Ólafsson, che riprende un topos tradizionale dell’epica nordica, la metafora della nave a rappresentare la vita umana in balia degli eventi. Presente nel disco anche nella sua versione remix, decisamente più riuscita. Kælan Mikla (Grande Freddo) è l’inverno di un personaggio sovrannaturale che non dice una parola ma congela il terreno sotto i suoi piedi, e la musica della canzone produce un effetto simile, brividi del nord.
Un disco perfetto in questo strascico d’inverno, nell’attesa che a primavera i Samaris ci regalino un album che tragga giovamento da una visione d’insieme e da una produzione più curata. I primi passi, in ogni caso, sono già degni di nota.



