Maps to the stars
Titolo: Maps to the stars
Regia: David Cronenberg
Genere: Drammatico
Durata: 111′
Lingua originale: Inglese
Cast: Julianne Moore, Mia Wasikowska, John Cusack, Sarah Gadon, Robert Pattinson, Olivia Williams, Evan Bird, Carrie Fisher
Sceneggiatura: Bruce Wagner
Soggetto: Bruce Wagner
Fotografia: Peter Suschitzky
Montaggio: Ronald Sanders
Distribuzione: Adler Entertainment
Uscita nelle sale: 21 maggio 2014
Trama: Una ragazza sfregiata da orribili ustioni sul volto e parte del corpo arriva a Los Angeles seguendo “la mappa dell stelle”, un percorso per trovare le case dei personaggi famosi. Ad aiutarla un autista aspirante attore, un’attrice ossessionata dalla figura materna e da un ruolo in un film indipendente, un baby star sfrontata e apparentemente insensibile controllata da genitori padroni distanti anni luce dalla dimensione reale. Ogni cosa però si collegherà all’altra creando una rete più simile a una trappola che a una strada per arrivare da qualche parte.
È difficile parlare di Cronenberg, un regista la cui statura intellettuale e la cui produzione visiva è tra le più importanti e inimitabili del pianeta Terra (l’unico ad andarci vicino infatti è stato il figlio Brandon, con la sua sorprendente e bellissima opera prima Antiviral).
Qui il particolarissimo regista canadese, mai timido nel criticare aspramente il sistema hollywoodiano in qualsiasi intervista, realizza un film che accarezzava da tempo e lo fa nel modo a lui più congeniale, ovvero fregandosene altamente di critica e pubblico (nonostante il premio come miglior attrice a Cannes per la Moore e il plauso della critica a Shore per le musiche) proponendo ciò che pensa come se lo stesse analizzando ad alta voce per la prima e ultima volta.
Da un certo punto di vista il tema della ripetizione, del collasso causato da interne (ed eterne) regole fantoccio usate come spauracchio per non affrontare la realtà, è una sorta di evoluzione delle prime ossessioni carnali (dove ogni cosa veniva assorbita, trasmutata e rigettata all’esterno attraverso la decimazione del corpo precedente, per dirla in modo molto banale), poi tramutatesi in circoli mentali e costruttivi nelle sue opere centrali. Lo dicevo, è difficile parlare di Cronenberg perché si potrebbe tranquillamente considerare tutta la sua filmografia un lunghissimo film che vorremmo non finisse mai. Concepire i suoi film come singoli arti staccati dal corpo è possibile ma non rende giustizia alla bellezza del tutto di cui il suo autore si fa portavoce.
Così se da un punto di vista puramente singolo potremmo considerare Maps of the stars il suo film minore è anche vero che non si può non vederlo se si intende avere una visione totale dell’analisi che Cronenberg mette in campo dal ’69, con Stereo ad oggi.
Non si deve mai dare nulla per scontato con l’autore di Cosmopolis (strepitoso capolavoro partorito su testo del suo ‘fratello cosmico’ De Lillo) da cui riparte senza mantenerne nulla se non l’attore più personalmente inviso alle regole d’ingaggio mainstream del momento.
C’è sempre un senso in tutto questo proprio perché il creatore de La Mosca, eXistenZ, Scanners e Videodrome non parla di gente che cambia le regole dall’interno invece di infrangerle senza cambiare nulla. Semplicemente lo fa. Cambia le cose, che vi piaccia oppure no il tono che utilizza per farlo.
Angelica Milia
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