Tutti gli altri
«All’improvviso tu rallentasti e iniziarono a scendere le lucciole: una folla intermittente e luminosa che nessuno aveva intenzione di chiudere a partorire spiccioli sotto un bicchiere. Così tante e grandi e bianche non credo di averne più viste. Ci esplodevano addosso come stelle»
Renata Aldrovandi Einaudi racconta che un giorno stava passeggiando con Cesare Pavese. Trovarono un uccellino che non riusciva a volare. Pavese si chinò e lo prese tra le mani. Gli aprì le ali, cauto, e gli diede una lieve spinta. Lasciandolo al cielo e al vento, per poi guardarlo battere rotte incerte, verso l’azzurro. La Aldrovandi racconta di aver visto, per qualche istante, tra le palpebre di Pavese, oltre i vetri degli occhiali, una felicità straniera, che non gli era mai appartenuta, e che non sarebbe mai più tornata. Non per lui.
Tutti gli altri di Francesca Matteoni (edito da Tunué) è una confidenza, come quella di Renata Aldrovandi Einaudi. Credo lo sia stata per me, come per tutti quelli di cui si scrive. Leggo queste pagine di memoria e non posso fare a meno di soffrire, di trovare stralci di vita. Al di là dello stile, del lirismo cucito tra i periodi e incastrato tra la narrazione, la riflessione che crea Francesca Matteoni è uno splendido mosaico che splende in ogni pagina. Oltre la carta e l’inchiostro, la letteratura è un atto di coraggio: quello di ferirsi, di consacrarsi ad un mare di parole stentate. Il coraggio di soffrire, anche quando gli eventi sembrano prendere una piega diversa, o quando le cose sembrano andare bene. Trovare il coraggio di osservare il tempo, guardare se stessi, e raccontare. Raccontare all’ignoto, raccontarsi ad un mucchio di fogli asettici. Lasciar uscire le parole vibranti. Se la letteratura deve essere schietta, onesta (come diceva Ernest Hemingway) allora a prescindere da tutto, quella di Francesca Matteoni è letteratura. Se la verità, non del reale ma dell’anima, è quello che conta, allora anche le imperfezioni sono parte integrante di questo romanzo, perché sono segni di coraggio, crepe di paura.
Si potrebbe parlare di tante cose, cercare di spiegare la poesia dell’autrice, fornire informazioni biografiche, dire del fascino del folklore, delle leggende e delle fiabe che invadono il romanzo.
Potrei scrivere di Pavese, e di quanto le parole dell’autrice cerchino, magari inavvertitamente, il suo respiro, fino ad incontrarlo, tra le rotte dei voli spezzati e delle vite paralizzate. Ma non credo sia questo che conti. Tutti gli altri è una bellissima umanità, una storia che sta tra terra e cielo, come gli uccelli feriti, come le ossa di quelli che abbiamo lasciato andare. Una storia sospesa perché cerca gli angeli tra gli infernali intrecci umani. Tra vite sincere, di confine. Che aspettano il loro perdono, ancorate ai ricordi. Nelle tradizioni della religione celtica le anime di quelli che abbiamo perduto sono incatenate in qualche essere inferiore, animali, vegetali o oggetti, e restano imprigionate finché non ci troviamo ad incontrarle. A stringere tra le mani una tacita reliquia, a guardare un albero, o un cane. I nostri ricordi, legati inconsciamente a corpi sconosciuti, sono la loro liberazione. Una volta libere, le anime possono tornare a vivere tra noi.
Nel suo coraggio, questo romanzo cerca di liberare tutti quelli che sono intrappolati nelle reliquie di una vita.
Alessio Guerriero
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