Cefali TFF no image

Published on Novembre 28th, 2011 | by Una banda di cefali

TFF II giorno, domenica 27 novembre (M)

ore 7.00 “Mariangela… non ce la posso fare!”,  urla Carla al suono della sveglia. La domenica mattina, in effetti, non dovrebbe mai prevedere levatacce del genere.

ore 8.30 Strano, nessuna fila fuori al Reposi. A quest’ora forse c’è di meglio da fare che vedere l’impegnativo documentario di Herzog, INTO THE ABYSS (USA).

ore 8.45 Sono dentro, occupo quattro posti cercando di evitare il linciaggio, ché stamattina sono in compagnia ad aspettare il buio della sala.

 

 

Molto più di un documentario. Un’indagine umana e delicata su un argomento difficile come lo è la pena di morte nello Stato del Texas. Herzog, da maestro del cinema quale è, riesce ad essere super partes, non prende mai posizioni e tutto questo traspare dal tono garbato della sua voce, dalle domande mai invasive, dal rispetto con cui tratta ogni persona coinvolta nella vicenda, assassino o vittima che sia. E vittime alla fine lo sembrano tutti in realtà, come ingranaggi di un sistema marcio, di uno schema di vita già deciso che non può che essere seguito. Non c’è alla fine un vero buono, o un vero cattivo, ma solo l’essere umano e la sua sfaccettata, e troppo spesso difettosa, umanità.

ore 11.00 Restiamo al Reposi, il tempo di un caffè senza fretta e di uno scambio di visioni “antropologiche”, e ci dirigiamo, un po’ in ritardo, verso la Sala 3 per 17 FILLES di Delphine e Muriel Coulin (FR).

 

 

 

Primo tra i film in concorso inserito nel mio incastro perfetto di appuntamenti. Delicata la regia, che cura i piccoli dettagli, così come la fotografia dai toni sobri e raffinati come i volti delle ragazze francesi. Forti, invece, la storia e la musica che l’accompagna. Una sorta di rivoluzione femminista (e adolescenziale) al contrario, che sceglie la gravidanza come forma di protesta collettiva, come fosse un tatuaggio di gruppo da amiche del cuore al liceo. Surreale e incroyable, se non fosse davvero accaduto nel 2008 in un paesino della Francia.

ore 13.00 Ancora calma tra un film e l’altro. Ci spostiamo sotto un bel sole autunnale verso il cinema Massimo, dove Carla mi aspetta con ginseng e clementine.

ore 14.30 Un applauso del pubblico richiede a gran battito di mani il buio in sala che tarda ad arrivare e WRECKED, di Michael Greenspan (CDN), comincia.

 

 

 

Non riesco ad apprezzarlo a pieno, come ci fosse qualcosa che mi disturba o, forse, semplicemente mi annoia. Ma probabilmente questo genere di film alla Buried corre il rischio di perdere di stupore e convinzione in corso d’opera. Un uomo che si risveglia ferito in un’auto distrutta nel mezzo di una foresta assieme a due cadaveri, senza ricordare chi sia. Un lungo vagare tra i boschi alla ricerca di una strada, o anche solo di un ricordo, tra allucinazioni e pericoli continui. Insomma, va forse un po’ per le lunghe, perdendo lungo il cammino la tensione iniziale, che per fortuna recupera nel finale inatteso. Nulla da rimproverare ad Adrien Brody, bravissimo come sempre e forse qui in particolar modo dato che è l’unico vero attore presente in questo film quasi senza dialoghi.

ore 16.07 Usciamo con sentimenti discordanti (a Carla è piaciuto molto, a me no) ed è giusto che sia così, il cinema in fondo smuove sempre visioni e sentimenti soggettivi. Focaccia fantasia, caffè (macchiato ovviamente), sigaretta e ci separiamo.

ore 17.30 Tra un disguido di biglietti e svariate lamentele della gente in coda, entro nella Sala 2 del Massimo per godermi un documentario di Robert Altman e George W. George che so che adorerò, THE JAMES DEAN STORY.

 

 

Credo che non adorare questo piccolo gioiellino cinematografico sia davvero difficile, soprattutto per chi come me adora James Dean. Com’è scritto nel programma del TFF, Altman davvero tenta di smontare il mito dell’attore hollywoodiano, ma credo lo faccia solo per restituire al pubblico la persona, l’uomo, il ragazzo che si nasconde dietro la maschera del divo, quel timido e introverso Jimmy Dean del Fairmont, Indiana, un piccolo orfano cresciuto con gli zii in una grande fattoria. Perché prima di incarnare un’intera generazione, che è morta assieme a lui su quell’auto da corsa, Jimmy era un giovane uomo che, arrancando e dimenandosi, tentava di dare un volto reale e onesto a se stesso, uno sguardo diverso da quello che la macchina da presa può cogliere, uno sguardo da portare sulla faccia che dicesse io sono questo, davvero, sono IO. Belli e intensi il testo della sceneggiatura, reali i volti di tutte le persone che hanno vissuto parte della loro vita al suo fianco, stupendo il montaggio realizzato soprattutto grazie a una carrellata di foto utilizzate in maniera innovativa, come a comporre dei veri e propri filmati. E sulle note di Let me be loved si chiude il film assieme alle parole che James Dean ci ha lasciato: sono le persone gentili ad avere spalle larghe davvero. Inutile scriverlo, mi commuovo.

ore 21.00 Radio disco anni ’90, shampoo, maschera idratante, smalto rosso e siamo pronte per fare da groupies a Kim Rossi Stuart domani alle 14.00. So già cosa sognerà Carla stanotte.

I <3 TFF

 

M.

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Amore, ironia e cefalità.



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