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Published on Novembre 29th, 2011 | by Una banda di cefali

TFF III giorno, lunedì 28 novembre

ore 7.00 “Scetate uagliò!” canta Mannarino che stamattina si improvvisa sveglia. Abbiamo esaurito tutto l’entusiasmo ieri notte alle 2, tra ultimi preparativi, prove costume e mille fantasticherie da teenager su Kim Rossi Stuart.

ore 8.30 Arrivo al Reposi. Lunedì c’è gente che lavora e questo elimina un po’ di file dal cinema rendendo il festival molto più vivibile, anche se la saletta Lilliput si riempie in poco tempo per WIN WIN (L’arte di vincere) di Thomas McCarthy (USA).

 

 

 

Secondo film in concorso nel mio calendario. Quelli che hanno visto pellicole come Little Miss Sunshine, riconosceranno la sensazione che ti lasciano storie di questo tipo.  Una “carineria” cinematografica. Paul Giamatti è bravissimo nel suo personaggio un po’ loser che fa del suo lavoro di allenatore di wrestling lo sfogo della sua vita, in bilico tra problemi economici e crisi di panico. I ragazzi della squadra perdenti lo sono per davvero, finché non arriva Kyel, un problematico adolescente con una madre tossica e assente, e nipote di un adorabile vecchietto che dichiara suoi ereditari i parchi del New Jersey. Kyel, un vero fuoriclasse della lotta, risolleva la squadra e anche la vita di Mike/Giamatti, e se alla fine non si vince, si apre la porta a un cambiamento che probabilmente non si era previsto, ma che inaspettatamente dà pace. Tambler è in assoluto il mio mito.

 

ore 11.00 Esco dal cinema e vado in giro a scattare qualche foto in p.zza San Carlo. Una focaccia allo stracchino  per darmi le energie necessarie all’evento KIM <3, qualche messaggio agli amici per impegnare il tempo dell’attesa di Carla (altro che portare Billie a spasso, sarà ritornata a casa solo per rifarsi il trucco).

ore 13.00 Io e Carla siamo pronte e agguerrite in prima fila per MAMMA ROMA di Pier Paolo Pasolini e KIM, disposte ad eliminare le nostre concorrenti in coda anche fisicamente se necessario. Entriamo  e scopriamo che superati i 50 anni si riesce ad essere più tredicenni di me e Carla messe assieme. Kim è in ritardo e il film comincia senza di lui.

 

 

 

Credo sia inutile sprecare troppe parole per Pasolini. L’emozione nel rivedere uno dei capolavori massimi del cinema italiano è la stessa a distanza di anni. Anna Magnani mi mette la pelle d’oca in ogni scena e quando la giovane vita di Ettore si spegne, lì legato su quel lettino come il Cristo di Mantegna, pregando la mamma di liberarlo da quel freddo che sente e non lo lascia, trattengo il pianto con difficoltà.

Proprio sulla fine del film, in sala entra Kim Rossi Stuart che si siede sui gradini accanto alle poltrone per vedere con noi spettatori la scena finale. Lo trovo timido e pacato, elegante nei modi e nella voce, oltre che ovviamente bello e affascinante. La conferenza è un po’ vaga nel cercare di spiegare le ragioni per cui l’attore ha scelto che Mamma Roma venisse inserito nel Festival e di come il rapporto madre-figlio si proietta poi nella sua unica opera registica, Anche libero va bene. Le domande del pubblico sono banali e scontate e alla fine portano ai soliti commenti da parte dei critici su come il cinema italiano degli ultimi decenni sia abbastanza decadente, cosa su cui come sempre avrei molto da ridire. Si finisce sempre col parlare di cose brutte, invece di sottolineare quanto di bello ci sia.

Ci resta la domanda che io e Carla non abbiamo avuto il coraggio di fare e che avrebbe di sicuro aperto un dibattito più interessante: “Kim, sapresti dirci quanto il ruolo di Romualdo in Fantaghirò abbia influenzato la tua carriera artistica? E ancora, quanto del ragazzo dal kimono d’oro è presente in Romualdo?”. Sì, siamo due geni incompresi.

 

ore 16.45 Corriamo nella sala 1 dove è già cominciato PATER, ma affamate, stanche e forse annoiate da questo film documentario che non decolla subito, lasciamo la sala dopo una decina di minuti. Anche delle cinefile incallite come noi a volte preferiscono un caffè ad un film.

 

ore 17.15 Riceviamo un messaggio dalla cefalina Francesca, nel quale ci chiede se abbiamo fatto incontri particolari. Una spia si accende nel nostro animo da stalker incallite di attori famosi e scopriamo che Toni Servillo si aggira nei pressi del caffè Fiorio. Corriamo a pedinarlo e lo troviamo sotto i portici di via Po mentre si dirige ad una conferenza stampa al Greenwich. È come un blackout emotivo. Timidamente, dopo vari tentennamenti, ci avviciniamo chiedendogli un autografo. È emozionante incontrarlo in maniera così ravvicinata, Toni che, almeno per me, significa così tanto. Insieme a lui c’è anche il mitico Toni Pisapia de L’uomo in più. Sorridenti come due bambine a cui è stato comprato un pesciolino rosso, restiamo lì a guardarlo per un po’ per poi separarci per la visione dell’ultimo film della giornata.

 

ore 18.10 Fuori al Massimo c’è una fila che dire assurda è dire poco. Tutti lì per SETTE OPERE DI MISERICORDIA dei gemelli De Serio.

 

 

 

La proiezione è preceduta dalla consegna del premio Maria Adriana Prolo, fondatrice dell’Associazione Museo Nazionale del Cinema di Torino, a Roberto Herlitzka. C’è anche il maestro Marco Bellocchio che introduce l’attore con una laudatio davvero sentita. Mi emoziona vedere Herlitzka lì davanti a me, ripensando alla sua prestazione in Buongiorno, Notte così intensa da avermi scossa e commossa. Intenso anche il suo personaggio nel primo lungometraggio di questi due giovani registi italiani, considerati tra i maggiori documentaristi e video artisti italiani.  Difficile raccontare questo film volendo dire più di una semplice trama. Forse la storia e la regia ha delle sbavature, seppure accettabili, ma l’interpretazione dei due attori protagonisti è intensa e bellissima da riuscire a toccare qualcosa in me, molto dentro. Una mostra sull’umanità e sul sentimenti di misericordia, così come il titolo ci lascia capire, sottolineata, quasi scandita come un metronomo, dalle sette opere di misericordia religiose.

 

ore 21.20 Pullman preso al volo. Casa. Un piatto di fusilli al sugo. Un bicchiere di liquore a cioccolato che è appena volato da Napoli a qui. Che giornata.

 

M.

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Amore, ironia e cefalità.



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