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Published on Novembre 30th, 2011 | by Una banda di cefali

TFF IV giorno, martedì 29 novembre (M)

ore 9.15 Stamattina la sveglia è clemente, ma giusto perché il giorni prima abbiamo deliberatamente deciso di saltare la visione di CIRCO FELLINI pur di dormire un paio di ore in più. Carla ha scelto Moby stamattina e se forse non è una scelta allegra svegliarsi con “Why does my heart feel so bad?” (parlo io che mi sveglio con Amélie) è una scelta di gran classe.

 

ore 11.00 Entriamo nella piccola saletta del Greenwich per la proiezione de LA TRILOGIA DEL MONDO di Massimiliano Pacifico. C’è puzza e gente saccente che si sente in vena di grandi critiche cinematografiche, ma noi non ci lasciamo distrarre.

 

 

 

Un documentario bellissimo, che ti proietta come una mosca dietro le quinte della tournée teatrale dello spettacolo di Goldoni, La trilogia della villeggiatura, diretto da Toni Servillo. Noi spettatori, piccole mosche, ammiriamo rapiti gli spostamenti internazionali, i voli, gli aeroporti, i camerini di tutti i diversi teatri, le cene del dopo spettacolo, i brevissimi giri turistici nelle diverse città, le prove, le interviste, i palcoscenici da montare, e rimontare, e rimontare ancora. Ma soprattutto l’affiatamento della compagnia di giovanissimi attori scelti da Toni Servillo, i suoi continui consigli registici, come fosse un saggio maestro, i rituali strambi, l’ansia prima di salire sul palco, il nervosismo di un applauso che non arriva. E poi tanta napoletanità che non pensavo di dovermi aspettare. Toni è un attore maestoso, ma umano con tutti, una persona camaleontica che oscilla tra il comico quotidiano e la faccia seria da conferenza stampa. Mi sono sentita una mosca davvero fortunata per aver visto tutto ciò.

 

ore 13.20 Abbiamo tempo per un pranzo come si deve, sedute a un tavolino del Mood a leggere il giornale di oggi, e ci fa sorridere il fatto che persino la giornalista di La Repubblica scrivendo di Kim Rossi Stuart presente ieri al festival, tra parentesi dica “bello come il sole e pieno di ammiratrici giovani e non”. Ci avviamo al Greenwich e dopo un po’ di coda e di attesa, entriamo nella sala 2 per LA GUERRE EST DÉCLARÉE di Valérie Donizelli (FR).

 

 

 

In assoluto il film più bello visto fino ad ora. Questo è il cinema francese che amo. Ritrovo la stessa cura del dettaglio già apprezzata in 17 Filles, quelle inquadrature strette, quell’amore per i particolari poco vistosi, per una visione delle cose e delle persone che non tutti possiedono. Dover affrontare il tumore cerebrale di un figlio di 18 mesi è davvero come dichiarare una guerra, sia alla morte che alla vita (simbolico il momento in cui, durante una notte insonne, Romeo e Juliet sentono alla radio la notizia della guerra dichiarata all’Iraq). I modi per farlo, per rimanere saldi sulle proprie gambe senza crollare sotto il peso di un colpo di questa portata, sono qualcosa di estremamente personale, inviolabile, ingiudicabile. Ritrovo quel tipo di amore, avvalorato ancora di più dalla scelta dei nomi dei personaggi, pulito, spesso incosciente, che ho trovato in Beginners. Un amore probabilmente imperfetto, difettoso, che alla fine lascia distrutti, sfiniti, ma forte, saldo, così vero. I due protagonisti sono bellissimi lì sullo schermo, completamente avvolti in questo sentimento, inarrivabili. Vedo in loro la fermezza e la forza di restare fermi e insieme nella posizione in cui la vita li ha messi, fermi a farsi sgretolare come rocce, senza mollare mai la presa, senza mai gridare tregua. Ho pensato molto a Tutti i bambini tranne uno di Philippe Forest e al suo modo perfetto di raccontare un dolore e una guerra così simili a questa. È stato difficile trattenere il pianto per tutto il film. Ho ceduto in un solo momento, sulle parole di una canzone di Jacques Higelin, Je ne peux plus dire je t’aime, quando ho sentito come una spina pungermi dentro.

Superbe.

 

ore 15.30 Una passeggiata a piedi fino al Reposi è quello che ci vuole dopo questo film. Due passi per far riprendere aria ai pensieri e agli occhi. Mentre sono in fila per IL MATTATORE di Dino Risi, una giornalista della Stampa si avvicina per farmi qualche domanda sul festival e sulle mie scelte dei film visti e da vedere. Chissà, magari domani ritrovo il mio nome sul giornale. Una volta seduta in sala, vengo coinvolta in una conversazione con i miei vicini di poltrona sui film da consigliare, su quali vedremo nei prossimi giorni, come fossimo una piccola compagnia solidale di cinefili compagni.

 

 

 

Non avevo mai visto Il Mattatore, motivo per cui l’ho inserito in programma. Come per Mamma Roma, guardare vecchi film sul grande schermo ti lascia sempre una sensazione di rapimento, di fascino. Che dire, Gassman è meraviglioso in questo film leggero ma così di classe. Una comicità, un modo di fare cinema che la commedia italiana dovrebbe sempre tenere bene a mente e che invece, spesso, perde di vista.

 

I <3 even more TFF.

 

M.

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Amore, ironia e cefalità.



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