Musica no image

Published on Marzo 22nd, 2012 | by Giuseppe D'Alessandro

Further Explorations – Chick Corea/Eddie Gomez/Paul Motian

L’eredità di Bill Evans: una cosa scomoda per qualunque pianista jazz (e non solo jazz) nato approssimativamente dal 1940 in poi. C’è chi non ha mai nascosto il suo debito stilistico col grande pianista americano scomparso prematuramente nel 1980, chi è sempre stato infastidito dal confronto con lui, chi non ne parla mai né bene né male ma spudoratamente si rifà a lui. La lista è lunga e contiene moltissimi artisti di ieri e di oggi: per fare qualche nome basti citare Keith Jarrett, Herbie Hancock, McCoy Tyner, Kenny Werner, più recentemente Brad Mehldau o i nostri Enrico Pieranunzi e Antonio Faraò. Ultimo, ma non ultimo, il grande Chick Corea, virtuoso della tastiera impegnato, nel corso della sua quasi cinquantennale carriera, tanto nell’aggiornamento dei canoni “classici” dello swing quanto nelle più spericolate sperimentazioni jazz-rock o addirittura free-jazz. Corea è uno di quelli che ha sempre portato avanti con orgoglio la bandiera di una discendenza diretta dal pianismo evansiano. Solo oggi, però, si è azzardato a proporre un progetto a lui direttamente dedicato. Questo Further Explorations riporta per intero l’esibizione dal vivo, allo storico Blue Note di New York, di un trio inedito che vede la partecipazione di Eddie Gomez al contrabbasso e Paul Motian alla batteria. Due nomi che si ricollegano chiaramente a Evans: Gomez è stato il suo contrabbassista abituale dal 1966 al 1977 e figura nel capolavoro postumo You Must Believe in Spring; Motian, classe1931, ha collaborato con Evans dal suo esordio discografico (New Jazz Conceptions del 1956) fino a Trio 64 del 1963, e ha suonato nelle sessioni live ormai leggendarie del Village Vanguard del 1961, nel gruppo completato dal grande Scott LaFaro al contrabbasso, unanimemente considerato il trio jazz più innovativo di tutti i tempi.

Un artista come Corea, alle soglie dei 70 anni al momento della registrazione, ha l’età in cui può permettersi di suonare quello che gli pare e nel modo che preferisce senza timore di paragoni o critiche. Ecco perché, prima di ascoltare questo storico doppio cd, ero pronto, se non a sentirmi spiazzato, almeno a percepire un qualche elemento di “scontro” tra la sua personale concezione del trio jazz e quella di Evans. Invece la sensazione che rimane dopo un paio d’ore di musica comunque ad altissimi livelli è quella di una possibilità mancata. Perché?

Perché è difficile, difficilissimo uscire dagli schemi di un artista che hai amato, soprattutto se questo artista è Bill Evans che aveva una concezione della musica estremamente precisa, in cui assolutamente nulla è lasciato al caso. Le varie versioni di brani quali Peri’s Scope, Gloria’s Step, Laurie, Very Early, Alice in Wonderland, tutti brani di Evans o suonati spesso da lui, sembrano davvero soffrire del tentativo forse involontario di ricreare il suo suono, anzi più precisamente il suono del trio classico del ’61 al  Village Vanguard, complice l’affinità stilistica di Eddie Gomez con Scott LaFaro. Ma Corea non è Evans e Motian è un artista profondamente diverso da quello di cinquanta anni prima. Il risultato è una musica che vuole prendere una direzione ma non ci riesce fino in fondo: il basso contrappunta costantemente con libertà ma il piano spesso ci cozza contro, mentre la batteria ha un approccio carico di un minimalismo in cui le pause sono talmente espressive da risultare ingombranti. Il trio di Evans funzionava alla luce del furore espressivo di Scott LaFaro, che il piano assecondava invece di ingabbiare, e il drumming di Motian sottolineava il tutto con raffinatezza ma soprattutto con linearità. Corea invece costruisce una musica fin troppo carica, da risultare a tratti persino ingarbugliata. E se questo può andare benissimo per brani più astratti, come tutti quelli di derivazione be-bop in cui l’approccio improvvisativo è di natura armonica e più cerebrale, non si adatta tanto ai brani evansiani che hanno una natura narrativa e quindi melodica, e in cui le voci devono assecondare il canto e non il sottinteso armonico.

Ecco quindi perché il trio dà il meglio di sé quando affronta un materiale meno direttamente ricollegabile a Evans e in cui un approccio fatto più di “testa” che di “cuore” risulta vincente, come ad esempio Hot House, Little Rootie Tootie, Off the Cuff e Mode VI.

Questo disco resta, in ogni caso, un documento di importanza capitale perché segna l’incontro inedito tra tre maestri della musica improvvisata, ognuno dei quali arrivato al culmine del proprio livello espressivo. Inoltre, è anche l’ultima testimonianza incisa del grande Paul Motian, scomparso pochi mesi fa a 80 anni.

E qui vorrei raccontare un aneddoto personale… sono stato a New York il settembre scorso e ho prenotato mesi prima il mio bravo biglietto al Vanguard per ascoltare il vecchio Paul nel tempio mondiale del jazz, insieme alla mia compagna. Concerto stupendo e ostico (ma questo è un altro discorso). Era visibilmente affaticato ma suonava ancora più che bene. Mai e poi mai avrei immaginato che quella sarebbe stata la sua ultima esibizione dal vivo. Era, è il mio mito.

Conserverò gelosamente il mio vecchio piatto Istanbul con la sua firma .

So long, Paul.

 

Voto: 6 e 1/2

 

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