Diaz – Non pulire questo sangue
DIAZ – DON’T CLEAN UP THIS BLOOD
Regia: Daniele Vicari
Genere: drammatico
Durata: 120 minuti
Lingua originale: italiano
Cast: Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou.Fabrizio Rongione, Renato Scarpa, Mattia Sbragia, Antonio Gerardi, Paolo Calabresi, Francesco Acquaroli, Alessandro Roja, Eva Cambiale, Rolando Ravello, Monica Birladeanu, Emilie De Preissac, Ignazio Oliva, Camilla Semino, Aylin Prandi, Michaela Bara, Sarah Barecek, Lilith Stanghenberg, Christian Blümel, Christoph Letkowski, Ester Ortega, Pietro Ragusa, Gerry Mastrodomenico.
Distribuzione: Fandango
Uscita nelle sale: venerdí 13 aprile 2012
Scuola Diaz, notte del 21 luglio 2001. Un furgone sfonda il cancello della scuola, mentre un gruppo di poliziotti riduce in fin di vita un giornalista inglese. Quello che segue è storia e cronaca giudiziaria: Macelleria Messicana. 64 feriti su 94 persone fermate. Arresti illegittimi. E dopo, la fabbricazione di prove false da gettare in pasto all’opinione pubblica. Poi le umiliazioni e le torture all’interno della caserma di Bolzaneto. “La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”, secondo Amnesty International. In appello, per il blitz della scuola Diaz, tutti i vertici della polizia sono stati condannati a pene comprese tra 3 anni e 8 mesi e 4 anni, con l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Dei 27 imputati, 25 ne sono usciti con condanna. Il capo della Polizia, all’epoca dei fatti Gianni De Gennaro, è stato condannato in appello a 1 anno e 4 mesi per l’istigazione a falsa testimonianza dell’ex questore di Genova, Francesco Colucci, nel processo. Successivamente De Gennaro è stato assolto in cassazione. Per le violenze della Bolzaneto, la Corte d’appello del tribunale di Genova ha condannato tutti e 44 gli imputati. Ci fu tortura, e gli imputati sono colpevoli, ma prescritti. L’Italia non ha una legge sulla tortura.
Diaz non è solo una fedele trasposizione degli atti processuali. Diaz è un pugno allo stomaco. Quel terrore lo percepisci, ti si incolla addosso. Hai male dentro. Bello Diaz, così lontano da tutta quella produzione di film d’impegno civile di scarsa qualità. Non aspetto i titoli di coda. Mi alzo ed esco. Ho tanta rabbia. Ascolto i commenti dei ragazzi in fila davanti a me, dubitano della credibilità del film. Fazioso e di parte, così lo definiscono. Non me ne stupisco. Ormai è una malattia tutta italiana, questo modo superficiale di affrontare le questioni, per cui una cosa che ci è apparentemente incomprensibile viene presto etichettata come faziosa. Troppo facile, ragazzo. Puoi nasconderti dietro una parola, far finta di niente e tirare avanti senza chiederti perché in Italia, per 72 ore, una caserma è diventata un “Garage Olimpo”. Alla Bolzaneto le persone sono state sequestrate, discriminate per le proprie idee politiche, umiliate e brutalizzate. E questo è un fatto indiscutibile, stabilito da una sentenza della magistratura.
Come Abu Ghraib, prima di Abu Ghraib. Per questo il G8 di Genova è una ferita insanabile che a distanza di 11 anni, nonostante le sentenze della magistratura, si porta ancora dietro domande senza risposta:
Che ci faceva Gianfranco Fini, vicepresidente del Consiglio, nella sala operativa della Questura di Genova?
Perché uomini della polizia, dei carabinieri, della guardia di finanza, della polizia penitenziaria si sono abbandonati a violenze brutali contro cittadini inermi?
Nella nostra Costituzione, 1947, all’articolo 13 si legge: “La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà”. Chi ha consentito, per una notte, la sospensione dei più elementari diritti democratici?
Una ferita ancora aperta, dicevo. Il G8 di Genova sta alla mia generazione come la strage di Piazza Fontana sta al movimento del Sessantotto. Uno spartiacque che segna un’epoca. Dopo Piazza Fontana, il terrorismo. Dopo Genova, la macelleria sociale. Se scendi in piazza sei un black block. L’etichetta infame contro cui tutto è permesso. Fabbricare prove false e sospendere tutti i diritti democratici. Quindi zitto, muto e a casa. La precarietà, la generazione dei call center è nata anche nel lager Bolzaneto e nella palestra della scuola Diaz.
Fabio D’Angelo
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