Film

Published on Maggio 28th, 2013 | by Una banda di cefali

La grande bellezza

Italia, 2013

la grande bellezza

 

Regia: Paolo Sorrentino
Genere: drammatico
Durata: 142 minuti
Lingua originale: italiano
Cast:  Toni Servillo, Carlo Verdone, Carlo Buccirosso, Sabrina Ferilli, Pamela Villoresi, Iaia Forte, Galatea Ranzi, Roberto Herlitzka, Giorgio Pasotti, Massimo De Francovich, Massimo Popolizio, Anna Della Rosa, Giovanna Vignola, Giusi Merli, Serena Grandi, Isabella Ferrari, Franco Graziosi, Giulio Brogi, Dario Cantarelli, Vernon Dobtcheff, Luciano Virgilio, Lillo Petrolo, Ivan Franek, Sonia Gessner, Anita Kravos, Luca Marinelli

Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello

Montaggio: Cristiano Travaglioli

Distribuzione: Medusa Film

Uscita nelle sale: martedì 21 maggio 2013

Trama: Jep Gambardella ha un fascino che il tempo non ha scalfito scalfire. È un giornalista affermato che si muove tra cultura alta e mondanità in una Roma d’estate, santuario di meraviglia, grandezza, bruttezza, bellezza, forse.

 

 

Jep Gambardella, 65 anni, scrittore una volta, nel senso di unica, giornalista, pensatore disincantato, osservatore triste. Jep Gambardella re dei mondani, patrono delle profane feste, protettore di tutte le terrazze con vista della capitale. Quarant’anni passati a costruirsi lo scalino da cui guardare non l’immenso spettacolo della bellezza, ma il vacuo e volgare, e altrettanto grande, spettacolo della mondanità e della sua disfatta popolazione, dietro cui l’altro si nasconde. Come la gigante insegna luminosa del Martini, monumento postmoderno della Roma dei drink.

Paolo Sorrentino ci offre un affresco dell’umana miseria, dell’ordinarietà che si finge eccentrica, delle bugie che ci raccontiamo per paura di essere noi stessi. Ma Paolo Sorrentino ci offre anche un affresco dell’umana grandezza, dell’ordinarietà che si accetta per quella che è, delle bugie che smascheriamo quando siamo stanchi di avere paura di essere noi stessi.

Un film fatto di apparenti contrasti: la monumentalità spoglia di una Roma silenziosa e vuota, ripresa dal basso e che non conosce luce se non quella dell’alba o quella artificiale dei neon, e la monumentalità brulicante e chiassosa delle terrazze e delle feste, e del loro vortice stroboscopico. La staticità delle statue, così tante da sembrare un secondo, immobile e bianco popolo romano, e la danza sfrenata dei mondani, dove ogni movimento assume la forma di un tic, di un gesto involontario, di un ritmo ossessivo che bisogna tenere per forza. Le donne chiassose alla vista che con un colpo d’anca fanno volare un bicchiere di gin tonic, che la vodka è così volgare, e quelle pure e sdentate che con un solo soffio fanno volare interi stormi di fenicotteri.

Agli occhi di uno spettatore disattento apparirebbe solo come un dualismo così netto da occupare le due facce di quella classica e solita medaglia, e invece ne impegna una sola. “La povertà non si racconta, si vive” e la povertà assume, come tutto d’altronde, mille volti e rappresentazioni. Quando le luci si spengono, le insegne muoiono ricomponendosi nell’architettura della città e anche le terrazze non sembrano più così alte, e tutti ritornano a quella realtà che è ai piani bassi. Quando i corpi si denudano assumono il contegno silenzioso del marmo. Quando l’innocenza si raggrinzisce basta un’iniezione di botulino per riportarla in tiro.

Non c’è giudizio, tutti nascondiamo noi stessi dietro maschere, povere o appariscenti che siano, per non doverci guardare tutto il tempo, per non farci riconoscere dagli altri per quello che siamo. E anche tra amici finiamo per raccontarci le solite e stupide vacuità che alla fine della fiera, o meglio della festa, ci fanno sentire più tristi e stanchi o solo più vecchi e delusi, ma sempre meno di quello che potremmo sembrare. La dolce vita che ci lascia l’amaro in bocca, così come era, nei secoli dei secoli, amen.

“È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura. Gli sparuti e incostanti sprazzi di bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile”.

La bellezza, incostante e multiforme, come la povertà. Quella bellezza che salverà il mondo, ti dici, e finisci col ripeterlo come fosse una preghiera. E pensi che ognuno abbia bisogno di un credo, di una sua religione, di un lato spirituale da coltivare in segreto. Allora scegli il dio profano della bellezza, una bellezza terrena, fatta di piccole cose che fanno sembrare grande il mondo, di piccole persone che fanno sembrare grandi noi. Una bellezza nascosta, da cercare sempre, senza tregua, come un rabdomante con un drink in mano nel deserto caotico di un party. Una bellezza in tutto, anche nelle cose più turpi, nei visi più volgari, negli animi più cupi. Una bellezza nella bruttezza, di cui siamo circondati. E com’è difficile trovarla, quante volte non riusciamo e riusciremo a salvarlo il mondo, e a salvarci noi. E allora ci gettiamo in pasto all’orrore per pigrizia, all’essere miserabili, all’ordinarietà. Ci gettiamo in pasto all’unico squallore che ci rende leoni, che ci fa sembrare di poter divorare le cose e gli altri, invece che esserne divorati.

Ma è solo un trucco, come far sparire una giraffa, come far sparire noi stessi. Che chissà dove finisce, chissà dove finiamo noi. Forse in un nostalgico ricordo, in quel solo attimo passato di bellezza, di quella vera, l’unica che abbiamo conosciuto o riconosciuto, l’unica che non tornerà mai, l’unica che cercheremo sempre.

P.S. Fellini c’è, pensavate che non l’avrei detto e invece non mi trattengo. C’è nelle donne, da quelle mastodontiche a quelle in miniatura, fino a quelle vuote, come lo sono anche nella realtà, dopotutto. C’è nell’oniricità che divora, assale, ti fa perdere, nei baracconi da circo che si spacciano per teatri d’artisti. C’è in quella Roma che non è così diversa da allora, che non sarà così diversa da quella che deve ancora venire, bella nella sua immagine più veritiera, brutta in quella più cinematograficamente finta. C’è nella scelta degli attori, in quel popolare il film di facce prima ancora che di persone. C’è persino in Jep, moderno sceicco bianco che si dondola sull’amaca con il bicchiere in mano.

A volte tutto straborda, è troppo, ma non per eccesso, quanto piuttosto per volontà, per ragionata intenzione. Non è ambizione quella di Sorrentino, è solo visione, eccessiva e allo stesso tempo incompleta.

“Come tutti i registi italiani ho interiorizzato la lezione del cinema di Fellini e poi c’è un’assonanza sui temi. Ma quello era un capolavoro, questo un film”, dice il regista.

E non perfetto, per fortuna, ma grande, quello sì.

Sorrentino ha un modo di vedere le cose, di riprenderle, un occhio, che sia il suo o quello della cinepresa, che non ritrovo in nessun altro. Ogni inquadratura è magistrale, unica, pensata, scelta. Ogni scena e tutto quello che contiene, dai colori alla fotografia, agli attori scelti, ai personaggi interpretati, alla musica che li accompagna, è sua, porta un marchio. E dilungarmi su questo mi sembra quasi tempo sprecato.

Mariangela Napolitano

 

 

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Amore, ironia e cefalità.



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