Prisoners

È La lotta che abbiamo ingaggiato contro Dio.
Regia: Denis Villeneuve
Genere: Thriller Drammatico
Durata: 153′
Lingua originale: Inglese
Cast: Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Viola Davis, Maria Bello, Terrence Howard, Melissa Leo, Paul Dano
Sceneggiatura: Aaron Guzikowski
Soggetto: Aaron Guzikowski
Fotografia: Roger Deakins
Montaggio: Joel Cox, Gary Roach
Distribuzione: Warner Bros.
Uscita nelle sale: 7 novembre 2013
Trama: Giorno del ringraziamento, Pennsylvania. Due famiglie da pubblicità, i Dover e i Birch, le cui case sono separate solo da una strada, trascorrono insieme la giornata nella migliore tradizione americana, crogiolandosi in una sicurezza effimera che andrà in frantumi entro sera, improvvisamente consapevoli della scomparsa delle reciproche figlie più piccole, Anna e Joy. Le autorità rintracciano un colpevole per poi lasciarlo andare senza avere prove sufficienti per trattenerlo. Da questo punto in poi i due uomini direttamente coinvolti dalle vicende, Keller Dover e il detective Loki, verranno messi a confronto con la propria identità in una sorta di lotta interna per il controllo delle proprie vite e di quelle degli altri, lanciati in un’affannosa corsa di redenzione e salvezza dove nessuno può permettersi un effettivo perdono.
L’America è quel luogo che il cinema ci ha insegnato a conoscere da ogni angolazione. Un luogo che può essere sterminato e piccolissimo, roboante e intimista, stupido e geniale, tanto astratto quanto concreto. Così volutamente presente nel voler parlare di sé tra critica ed esaltazione, tanto ingombrante e significativo da essere innegabilmente impossibile da ignorare.
A questo giro tocca a un franco canadese prendere in mano l’analisi di una piccola comunità per parlare di un paese intero, ma non è un regista preso a caso. Parliamo di un autore che ha “rischiato” di vincere l’oscar come migliore film straniero nel 2011 con La donna che canta (l’anno della Bier, per intenderci, che vinse anche su Biutiful e Kynodontas) e che qua lavora con un certo Roger Deakins (prova vivente che l’Academy, quando vuole, sa fare scelte veramente imbarazzanti non premiando gente del suo calibro) per portare a casa un film di genere, tra i più facili da sbagliare, e vincendo a mani basse su tutto.
Partendo da una sceneggiatura di ferro dello stesso autore di Contraband, altro film che sulla scrittura e la caratterizzazione dei personaggi imperniava un funzionamento sensatissimo delle parti senza scadere nel banale, la trama del film viene “risolta” nella prima mezz’ora per poi cominciare a riannodarsi ipnoticamente nell’aggiungere piccoli dettagli con un incedere quasi malinconico, raramente forzato o gratuitamente serrato.
Le atmosfere rarefatte e sospese accompagnano i personaggi attraverso un vagare che è più interiore che fisico, causando arresti e avanzamenti nella trama sempre necessari tanto alla storia quanto all’evolversi dei personaggi.
I due protagonisti, diffidenti e quasi antagonisti l’uno dell’altro, nonostante siano intenti a risolvere lo stesso problema attraverso dinamiche e credenze antitetiche, diventano molto rapidamente i pilastri portanti su cui le sensazioni del film vogliono fare presa. Non sono tanto l’ansia o la curiosità di sapere come andrà a finire a spingere lo spettatore a muoversi nel fango e nella neve insieme a Hugh Jackman o a un gigantesco Jake Gyllenhaal, quanto l’occhio clinico e un po’ beffardo di Villeneuve che osserva i suoi due personaggi come se fossero topi da laboratorio, spingendoli impercettibilmente fino ai limiti reciproci, lasciandoli viaggiare in parallelo senza permettere che si intersechino mai veramente.
Partendo da un incipit che dice già tutto del personaggio di Hugh Jackman, uomo costruito sui fondamenti di Dio e Famiglia considerati come ciò che lo rende uomo agli occhi di entrambi e a cui deve quindi apportare la sua naturale protezione totale, nel momento in cui il suo ruolo fallisce entra in gioco la sua vera umanità, lo stare tra la vita e la morte scoprendo che qualunque preparazione, qualunque convinzione antecedente può cadere, ponendolo in uno spazio speculare a quello in cui aveva sempre vissuto con cieca convinzione fino a quel momento.
Dall’altro lato invece Gyllenhaall entra in scena più in sordina, perché più invadente e forte nel caratterizzarsi prima fisicamente e definendosi poi con una semplice frase, riuscendo a non svendere mai il proprio ruolo attraverso un passato che è interessante invece costruire attraverso l’immaginazione nell’unire i puntini del suo modo di porsi e combattere.
L’uomo e le istituzioni dunque si incontrano per necessità fino a farsi la guerra per una lotta sul controllo della vita persa in partenza, perché non manca mai un cinismo di fondo, una critica irrisoria di alcune convinzioni che spingono l’essere umano a vantarsi di essere qualcosa che in situazioni estreme finisce sempre col venir meno. Non ci sono eroi ma solo carne da macello pronta a macchiarsi e a danneggiare il prossimo perfino, se non soprattutto, nella spinta a voler fare la cosa giusta.
Altro punto fondamentale diventa poi la natura, congelata in un attimo di sospensione quasi poetico per ciò che vuole nascondere, ma che lentamente si tramuta in fango, si aggrappa ai vestiti, gela il fiato e circonda le case così apparentemente luminose di un colore però gelido e distante, più malato di quanto si abbia il coraggio di ammettere.
Ogni cosa in Prisoners è spaventosamente semplice e diretta, la sua messa in scena non cala mai, non si snatura mai e porta a un finale tra i più belli proponibili, senza essere consolatorio o scontato, ma affermando senza paura una chiusa geometrica ai temi impostati durante tutta la narrazione, cioè che ergendosi a giudici si può anche ottenere giustizia ma a un prezzo, alle volte, troppo caro da pagare. Per chiunque.
Angelica Milia
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