Called War – Verbal

Buongiorno mondo, il rock in 7/4 non era morto (Monsieur Math Rock, per quelli che amano le etichette di genere). È solo partito in guerra. Una cosiddetta guerra che mi è capitata sotto orecchio a distanza di un paio di giorni dall’ultima volta che ho guardato uno dei miei film preferiti, The Day After, per rilassarmi un po’ (capirete perché non mi lasceranno mai e poi mai recensire un film). Called War è un EP, un mini concept di quattro brani ad opera dei Verbal, formazione di Bergamo composta da Marco Torriani (tastiere, voce, campionatore, oggetti), Isaia Invernizzi (chitarra e omnichord), Sebastiano Ruggeri (batteria), Gregorio Conti (basso) e Alessandro Adelio Rossi (chitarra). Un disco omonimo nel 2012 e un’attività live in giro per l’Italia particolarmente intensa.
Musica strumentale che utilizza la voce e le grida come strumenti e le parole come significanti, per cui lo scenario è suggerito praticamente dai titoli senza la pretesa oggettività di una musica a programma. Di conseguenza il tutto si presta alla libera interpretazione e la mia ha a che fare con il film citato in apertura. Perché più che a una guerra combattuta sul serio, somiglia all’attesa spasmodica di un conflitto irrazionale fatto soltanto di paura del conflitto, la cui messa in atto sarebbe così disastrosa da renderla una possibilità estremamente remota. La guerra fredda resa ardente dalla sua potenzialità inespressa, Called War è una cortina di ferro virtuale la cui sola presenza costringe a prenderne le misure, a minacciare, impaurirsi e disarmarsi e, spinti dalla medesima paura, riarmarsi. Con la frustrazione di fondo per un’attesa che si ripete. Quasi a farti dire “ma sì, ma sganciatela quella bomba e facciamola finita”.
Il brano di apertura è MK, ha una ritmica ossessiva e dispari su cui le chitarre si poggiano in controtempo, l’elettronica non è un riempitivo ma una folla di presenze evanescenti che sfuggono da un lato all’altro del campo uditivo, la voce è satura e l’effetto generale richiama molto alla lontana i Neu. La title-track Called War è bellissima, con un piglio new wave al contrario, la versione elettrica di qualcosa di elettronico alla Daf, diversi ostinati che si complicano nel finale, dopo una sferzata di urla incomprensibili e segnali radio. Dopo le urla al muro e il grugno minaccioso, l’atmosfera si distende. Disarmer ha una sezione ritmica complessa a partire dal glitch dell’intro fino all’ingresso della batteria e del basso. Le urla sono diventate un sussurro e il materiale è più composito. Chiude Rearmer con una nota di industrial, e sembra il bunker dove di nascosto si stanno costruendo le nuove bombe, quando in superficie hai finto la pace.
A corroborare la suggestione della cortina di ferro c’è il fatto che Called War è una tappa intermedia fra il primo album della band e il secondo, la cui uscita è prevista nei prossimi mesi. Le premesse sono ottime, attendo con curiosità. Nel frattempo questo è il link per ascoltarlo in streaming.



